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11 ottobre 2015 / miglieruolo

Ortodossia di Maria G. Di Rienzo

dal blog di lunanuvola

I due arrestati per lo stupro (duplice) di una giovane turista statunitense il Corriere li definisce “belli” e “brillanti”, ci fa sapere che Riccardo è “figlio del titolare di una nota catena di ristoranti” e che Francesco, avendo giocato da centrocampista in serie D, “ha ancora un discreto numero di ammiratrici” (ha anche una precedente denuncia per violenza sessuale). Ma guarda. Tutta la narrativa sui mostri – disadattati – poveracci – troppo brutti per rimorchiare va in briciole. La fotografia che i due rendono pubblica via internet, dopo la violenza, è la ciliegina sulla torta.

farabutti

Insensibili come pietre rispetto alle conseguenze delle proprie azioni, sorridono e piazzano le dita a V: missione compiuta, troia scopata, un’altra tacca sulla cintura. Riccardo Capece ha 20 anni e Francesco Franchini 22, perciò abbiamo qualche riflessione da fare sull’ambiente culturale in cui sono cresciuti.

E’ rilevante che (da destra a sinistra sullo spettro politico) le risposte degli uomini sdegnati alla vicenda siano pressappoco le stesse: carcere a vita, castrazione chimica, accette e stupri per vendetta.

Il tutto è inaccettabile, naturalmente: assommare torti non produce ragioni, tanto meno cambiamenti. Temo, tra l’altro, che la maggioranza di chi ha simili reazioni ne sia consapevole: la salva di artiglieria pesante nasconde con fumo e rumore diverse cose.

1. Il disagio per l’appartenenza al gruppo di chi abitualmente usa la violenza contro le donne, e cioè gli uomini, e la necessità di singolarizzarsi apparendo diversi.

2. La superficialità con cui la questione della violenza di genere è trattata di solito da tali commentatori. Nessuno di essi fa lo sforzo di ascoltare cosa le donne / le femministe coinvolte nell’attivismo antiviolenza dicono, chiedono, propongono al proposito nei giorni – mesi – anni precedenti al “caso” eclatante su cui si esprimono (ne’ ciò accade successivamente).

3. Il desiderio di non essere chiamati a operare alcun cambiamento nelle proprie vite e nello scenario in cui si muovono come maschi: preferiscono di gran lunga continuare ad essere parte del problema, anziché muoversi assieme a noi per diventare parte della soluzione, perché lo scenario suddetto è un mercato in cui essi conoscono alla perfezione i ruoli loro ascritti: compratori, estimatori, giudici, collezionisti… di vini, automobili, cellulari o donne.

Ovunque si posizionino a livello politico, come ho già detto, il loro responso è identico o simile grazie anche al neoliberismo in cui sono nati e cresciuti o con cui hanno comunque a che fare dalla fine del ventesimo secolo. Come politica economica, il neoliberismo esalta le decisioni “private”, prive di vincoli: chiede la riduzione del ruolo statale nel regolare l’attività economica e il commercio internazionale, trasferisce la gestione del welfare dallo stato alle imprese eccetera. Non vi occorre l’elenco delle miserie che ciò ha portato alle vostre vite e a quelle altrui, vero?

Il fatto è che non si tratta solo di un sistema economico, ma di un sistema di “valori” applicati in ogni settore dell’umana esistenza. Ogni individuo ha il diritto di fare quel che gli pare per generare profitto, e qualsiasi cosa generi profitto è buona e giusta e fonte di salvezza, amen. Preoccupazioni etiche (diritti umani, diritti dei lavoratori) e ambientali nell’ambito di dette scelte sono lacci e lacciuoli, macigni sulla strada delle riforme, vecchiume da rottamare.

Non esistono strutture di classe nella società neoliberista, solo individui atomizzati che fanno scelte tese al massimo del guadagno personale: per ottenere ciò devono produrre ciò che si vende, e poiché è giustificabile vendere qualsiasi cosa la gente compri, e poiché il patriarcato è vivo e vegeto, è accettabile comprare e vendere i corpi delle donne.

Anche qui, non avete granché bisogno di esempi. Accendete la televisione o il computer, andate al cinema, andate a fare compere e vi trovate sotto un bombardamento di immagini modificate e sessualizzate e pornificate di donne: o sono in vendita o servono a vendere qualcosa. Mercificate, le donne sono inevitabilmente meno che umane e sicuramente inferiori agli uomini, il cui status rispetto a queste immagini è quello dei “consumatori”, con la relativa garanzia di diritti e rispetto – il cliente ha sempre ragione, mentre il valore di una donna è stabilito in base alla sua appetibilità per il mercato.

“Scopabili o invisibili”, come dice Gail Dines, ecco cosa siamo all’interno di questa cultura pornificata; cose intercambiabili, beni di consumo, merci a disposizione, pezzi di carne da macello. E ce la vendono pure come una nostra “scelta”, forti della consapevolezza che la capacità di riflettere criticamente su cultura e società, o di considerare gli interessi di classe (come donne o come lavoratrici/lavoratori) è stata inghiottita da trent’anni di propaganda neoliberista diffusa dalla maggioranza dei media occidentali. Per vostra informazione, le scelte al proposito le hanno fatte e le fanno maschi bianchi assai benestanti che dirigono governi e corporazioni economiche.

Tornando alla vicenda specifica, non è che i giovani Capece e Franchini vivano in un mondo diverso da quello che vi ho illustrato, e che è quello in cui vivo anch’io, e in cui vivete anche voi. E certo, certo, certo: NON TUTTI i ventenni di sesso maschile si comportano come loro, sia perché ogni essere umano è diverso per carattere e storia personale, sia perché ci sono modalità infinite di mostrare disprezzo per le donne, odio per le donne, senso di possesso sulle donne, e lo stupro è solo una di esse. Però, grazie a tutte queste altre modalità, lo stupro diventa un’opzione, una possibilità, un’azione normalizzata dall’infinita sequenza di “tette – culo – cosce – fica – gnocca – piombabile – glielo metterei di qua e di là” (eccetera) che forse un ventenne su centomila non ha mai usato nelle sue interazioni online e offline, e che sono presenti sul 99.99% dei quotidiani, dei programmi televisivi, delle pubblicità e dei social media, e che reiterano ortodossia e impunità dell’oggettificazione sessuale delle donne.

E’ questa attitudine che deve cambiare, se vogliamo sradicare quel circolo vizioso in cui la violenza nasce e prospera. La diseguaglianza fra donne e uomini è la causa principale e allo stesso tempo una conseguenza fondamentale della violenza degli uomini contro le donne. Non possiamo liberarci dall’oppressione di genere – per non dire del raggiungere un’effettiva eguaglianza di diritti – se non ci liberiamo del concetto dell’uomo giudice / compratore / utilizzatore della merce-donna.

Perciò, indignati di sinistra, di destra, sedicenti ne’ di sinistra ne’ di destra, cominciate da voi stessi. La rivoluzione, sapete, inizia sempre a casa propria. Ascoltatevi quando parlate di donne. Guardate con occhio critico le vostre pagine sul web. Smettete di presumere che le vostre porno-battute e le vostre porno-immagini siano “solo divertenti”, perché la prossima ragazza stuprata non si divertirà affatto – per il resto della sua vita. Maria G. Di Rienzo

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