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27 ottobre 2015 / miglieruolo

Pseudonimo

 

(brani tratti da “Homme de Plume: What I Learned Sending My Novel Out Under a Male Name”, di Catherine Nichols, 4 agosto 2015, trad. Maria G. Di Rienzo. L’antefatto: Catherine, scrittrice, ha proposto agli editori i suoi lavori sotto pseudonimo maschile. E anche se le opere erano le stesse, i responsi sono cambiati.)

catherine

Il piano mi faceva sentire disonesta e stramba, perciò mi ci è voluto un bel po’ di tempo per mandare la mia novella in giro sotto un nome maschile. Ma ogni volta in cui leggevo uno studio sui pregiudizi inconsci, andavo più vicina a tentare. Ho creato un nuovo account di posta elettronica con un nome maschile – diciamo George Leyer, anche se era un altro – e l’ho lasciato vuoto. Erano passate settimane di silenzio da quando gli agenti avevano avuto il mio lavoro. Ho letto un ulteriore studio su come chi deve giudicare le richieste di lavoro valuta molto di più la domanda se crede che a farla sia stato un uomo piuttosto che una donna. (…)

Perciò, durante un nuvoloso sabato mattina, ho fatto copia e incolla della lettera di presentazione e delle pagine di apertura del romanzo dalla mia e-mail a quella di George. Ho indirizzato il tutto ad uno degli agenti letterari che intendevo contattare a nome mio. Non mi aspettavo di sentire qualcosa prima che passassero delle settimane, se mai avessi avuto risposta. Avrei fatto pochi tentativi e poi avrei chiuso l’esperimento. Ho preparato una seconda mail mentre controllavo i termini per la presentazione di opere sul sito web dell’agenzia. Quando ho cliccato di nuovo sulla posta elettronica c’era già un nuovo messaggio, il primo in una casella vuota: Signor Leyer. Siamo deliziati. Entusiasti. Per favore, ci invii il manoscritto. (…)

Ho mandato le 6 richieste che avevo pianificato di mandare quel giorno. Entro 24 ore George aveva avuto cinque risposte – 3 richieste del manoscritto e 2 affettuosi rifiuti che lodavano il suo eccitante progetto. Al confronto, con il mio vero nome, la stessa lettera e le stesse pagine, inviate 50 volte, hanno ottenuto un totale di 2 richieste del testo. Allora non era la novella il problema, ero io: Catherine. Volevo saperne di più di come vivono i George in questo mondo, così ho inviato altre proposte. Dati totali: George ne ha mandate 50 ed il suo manoscritto è stato richiesto 17 volte. Lui è 8 volte e mezzo migliore di me nello scrivere lo stesso libro. (…)

La maggior parte degli agenti ha avuto la mail o da George o da me, ma alcuni li ho sovrapposti. Uno che mi aveva mandato un rifiuto come Catherine non solo voleva leggere il libro di George, ma chiese fosse inviato anche ad un agente con mansioni superiori. Persino i rifiuti ricevuti da George erano gentili e calorosi ad un livello tale che avrebbero avuto molto significato per me, se si eccettua il fatto che non erano indirizzati alla vera me. Il lavoro di George era “intelligente”, “ben costruito” e “emozionante”. Nessuno ha menzionato a lui, come hanno fatto a me, le “frasi poetiche” o i personaggi “petulanti”. Un ristretto numero di persone mi ha inviato critiche generose e ponderate, il che mi ha reso sia grata sia a disagio per la mia disonestà. Nessuna di queste persone è responsabile per il più largo effetto di gruppo sul mio lavoro e presumibilmente nessuna di esse vuole essere sessista. Io sono emersa dall’esperimento con qualche teoria.

Primo, gli agenti possono aver agito consapevolmente e razionalmente: se è più facile per loro vendere il libro di George saranno più interessati al lavoro di George e più educati e incoraggianti nei suoi confronti. Secondo, non è usuale che un uomo scriva un libro con una protagonista femminile, perciò può darsi che il testo sia risaltato per tale motivo. (Dubito abbia lo stesso effetto il libro di una donna che scrive da una prospettiva maschile, ma anche se lo avesse non è granché come conforto). Terzo, con il mio nome forse la novella è stata presa per “narrativa femminile” – un nome non gradevole per un genere rispettabile, ma non era quello di cui avevo scritto io. Se l’agente aveva aspettative di questo tipo non era sorprendente che lasciasse perdere dopo una pagina o due. Da un George non ci aspetta che scriva “narrativa femminile”, perciò è stato considerato seriamente sul merito.

Infine, forse gli agenti erano più amichevoli verso George in modo inconsapevole. I pregiudizi inconsci sono difficili da sconfiggere. Una volta ho incontrato un agente faccia a faccia e abbiamo discusso le prime venti pagine del romanzo. Lui disse che era buono, ma così ambizioso che dubitava sarei riuscita a tenere tutto il testo al medesimo livello, perciò se gli fosse arrivato via mail lo avrebbe respinto. La differenza potrebbe stare nel convincimento viscerale che un George ha maggiori probabilità di farcela nel produrre qualcosa di ambizioso. (…)

C’è un cambiamento fondamentale in come guardo al mio lavoro, in come vedo la novella che ho già scritto e quella a cui sto lavorando adesso. Ho smesso completamente di mandare in giro proposte e ho usato le critiche ricevute da George per migliorare il libro: un libro che avrei messo da parte da tempo, frustrata, se non avessi tentato il mio esperimento. La bozza corretta andò all’agente letterario, una donna, che ora mi rappresenta dopo essere entrata in contatto con me tramite un pezzo non di fiction che ho firmato con il mio nome. Pazienza, fiducia, giocare stando alle regole: la saggezza convenzionale prescritta agli scrittori non mi avrebbe mai portata dove mi trovo ora.

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