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10 novembre 2015 / miglieruolo

Gli affari miei di Maria G. Di Rienzo

L’uomo di quarant’anni massacrato di botte su un autobus a Genova, il 14 luglio scorso, perché creduto omosessuale da un gruppo di giovani (maschi e femmine) è ancora grave. Gli inquirenti hanno però rintracciato l’autista di cui la vittima, prima dell’aggravarsi dell’ematoma cerebrale, della conseguente operazione e del coma farmacologico, aveva detto: “Sono riuscito a rialzarmi, lo chiamavo ma lui faceva finta di niente.”

Raggiunto dall’avviso di garanzia per favoreggiamento (in un tentato omicidio) Simone Furfaro, il 33enne guidatore dell’autobus, ha commentato: “Io non ho visto nulla e sapete una cosa? Mio nonno mi ha insegnato che nella vita è meglio farsi i fatti propri.”

Anche mia nonna era di questo avviso. Però io credo di averlo inteso correttamente, a differenza del signor Furfaro e del branco di picchiatori.

Come una persona a me estranea si veste, parla, si muove; se risponde o meno agli attuali criteri di “avvenenza”; se appartiene ad un gruppo etnico / sociale diverso dal mio: qualsiasi cosa io pensi al proposito sono tenuta a farmi gli affari miei, e cioè a non sbattere in faccia a questa persona le mie valutazioni sul suo conto. Mi faccio gli affari miei per educazione, per mancanza di conoscenza (di una persona sconosciuta posso dire solo quanto le sue azioni, non il suo “look”, rivelano), per consapevolezza del limite che devo osservare nell’interazione con un altro essere umano e che si chiama rispetto.

Personalmente, mi faccio gli affari miei anche perché le mie opinioni su quale atteggiamento / aspetto un individuo sarebbe tenuto a mostrare agli altri differiscono notevolmente dalla vulgata popolare. Io non credo che gli altri esseri umani esistano per soddisfare le mie preferenze, per servire da “sfogatoio” ai miei malumori o per essere utilizzate da me a guisa di oggetti. Non credo di essere legittimata ad invadere la loro sfera personale. Non credo che la loro presenza in uno spazio pubblico equivalga a sfilare su una passerella per ricevere giudizi, ne’ che la loro presenza in uno spazio pubblico provochi / inciti / giustifichi qualsiasi atto compiuto nei loro confronti. Non credo che nella comunità umana dovrebbero sussistere gerarchie di “valore” grazie alle quali negare diritti e rendere arduo l’accesso alle risorse a gruppi dei suoi membri o a singoli individui.

Perciò, farmi gli affari miei prende la forma dell’ahimsa – il non nuocere di gandhiana memoria che incorpora nel proprio significato originario il non avere ne’ il desiderio ne’ la volontà di infliggere nocumento a qualcuno.

Quindi, se vedo una persona cadere, farmi i fatti miei mi impedisce di aiutarla a rialzarsi? Ovviamente no. Se qualcuno che sta male o è in pericolo mi chiede aiuto, farmi i fatti miei mi impedisce di chiamare un’ambulanza, la polizia, i vigili? Ovviamente no. Il senso di dover umanamente soccorrere i miei simili (e le altre creature viventi) che si trovino in uno stato di sofferenza fa parte della consapevolezza del MIO limite: io sopravvivo perché faccio parte di una rete di viventi e la nostra sopravvivenza collettiva dipende da quanto siamo disposti e capaci di prenderci cura l’uno dell’altro. Per voi che leggete, e per l’autista dell’autobus di Genova, le cose non vanno in modo diverso.

Se poi mi trovo in una situazione in cui rivesto un qualche grado di autorevolezza e ho la responsabilità della sicurezza di altre persone – sto tenendo un seminario, sto organizzando il lavoro dei colleghi in fabbrica, sto insegnando a una classe di bambini, sto appunto guidando un autobus – intervenire per salvaguardare la loro incolumità è mio dovere. Intervenire – se ha visto quel che accadeva – era suo dovere, signor Furfaro. Quello stesso dovere che centinaia di altre persone esercitano nei suoi confronti ogni giorno per garantire la sua sicurezza: quando sale su un treno, quando va al ristorante o al cinema, quando pedala in bicicletta, quando (ma le auguro non sia accaduto e non accada in futuro) va al Pronto Soccorso o in ospedale per farsi curare… persone che si fanno i fatti suoi pretendendo il rispetto di leggi e protocolli che tutelano la sua vita.

Ci ripensi, agli insegnamenti del nonno. Potrebbero non essere quell’inno al menefreghismo e all’insensibilità per cui lei li ha presi. Maria G. Di Rienzo

compassion

“La nostra umana compassione ci lega l’uno all’altro, non per pietà o paternalismo, ma come esseri umani che hanno imparato a trasformare la comune sofferenza in speranza per il futuro.” Nelson Mandela

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One Comment

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  1. cristina bove / Nov 12 2015 09:40

    condivido tutto!
    grande M.G.Di Rienzo!

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