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1 dicembre 2015 / miglieruolo

Concerto

(“A letter to the man who called me a cunt at a Take That gig”, di Felicity Hannah, giornalista freelance, 17 luglio 2015, trad. Maria G. Di Rienzo.)

concerto folla

Caro Chris,

sono sicura che ti ricordi di me; sono la donna a cui ha urlato insulti per la maggior parte della durata di un recente concerto. So che il tuo nome è Chris perché ho sentito la tua compagna usarlo mentre ti chiedeva di lasciarmi in pace – sai, giusto prima che tu le piantassi l’indice in faccia dicendole di stare zitta. Come dev’essere affascinante uscire con te.

Sembra che tu avessi un’idea molto diversa dalla mia della situazione e perciò ecco cos’è accaduto. Eravamo tutti là per vedere i Take That, un concerto che era costato ad ognuno di noi un bel po’ di soldi per parteciparvi. Io ci avevo portato mia sorella per il suo compleanno e, sebbene non sia una fan, stavo sinceramente apprezzando lo spettacolo. Volevo guardare e godere della felicità di mia sorella.

Questo era difficile, però, perché tu continuavi ad intrufolare il tuo corpo nel mio spazio e occasionalmente nel corpo mio. All’inizio ho semplicemente pensato che non avevi alcun senso dello spazio personale. Tuttavia, mentre la serata continuava, ho capito che – qualsiasi ne fosse la ragione – tu stavi imponendo di proposito il tuo corpo sul mio. Le cose andavano ben oltre i contatti normali che si hanno durante un concerto affollato.

Quando io mi alzavo, ti alzavi anche tu e poi ti muovevi con attenzione davanti a me in modo da impedirmi di vedere. Quando stavo seduta, ti sedevi anche tu e piegavi le braccia sino a che il tuo gomito mi si infilava nel fianco o persisteva a pestarmi i seni mentre la tua spalla mi schiacciava con forza: stavi chiaramente godendo dell’importi fisicamente a me.

Non penso tu ti aspettassi la mia sfida. Normalmente non avrei reagito affatto, normalmente mi sarei spostata. Ma quello era un concerto da tutto esaurito e non c’era posto in cui potessi trasferirmi. Potevo ignorarti e passare una serata spiacevole fingendo che tu non mi avessi preso aggressivamente come bersaglio, oppure potevo sfidarti.

Ho scelto l’ultima opzione e ti ho informato gentilmente che mi stavi disturbando. Ti ho chiesto di smettere. Il tuo oltraggio perché osavo riprendere il tuo comportamento è stato immediato. Mi hai detto che stavo cercando di ottenere la tua attenzione; mi hai detto che era chiaro come io stessi inventando storie. Quando ti ho ignorato, mi hai chiamato fregna e poi lesbica.

In modo bizzarro, ci hai tenuto a farmi sapere che la donna con cui stavi non era la tua ragazza – un altro filo nel confuso nodo delle tue intenzioni. Mi hai osservata incessantemente per il resto del concerto, allungando la testa di proposito di modo che io non potessi sbagliarmi sulla tua sorveglianza.

Ti ho chiesto di smetterla, parecchie volte. Ho chiamato il personale della sicurezza e tu hai promesso di piantarla. Le donne dietro di noi ti hanno chiesto di lasciarmi in pace e tu ti sei messo ad urlare che le donne si stavano coalizzando contro di te, hai persino cercato di apparire come se ti sentissi davvero vittimizzato. In che strano mondo devi vivere, se ti senti una vittima quando delle donne ti chiedono di smettere di urlare loro oscenità.

Dopo di che, ti sei mosso lungo tutti gli inesorabili cliché del misogino. Hai posato da comprensivo e mi hai chiesto se andava tutto bene, tremando letteralmente dalla rabbia quando ti ho ignorato. Hai cercato di rovesciarmi addosso la tua birra, anche se questa ti è solo bellamente tornata addosso. Mi hai detto che avrei dovuto “sorridere di più”. Quando ho continuato a non badarti, mi hai urlato “vaffanculo” in faccia.

A quel punto, ho infine perso la calma e ho lanciato il tuo stupido berretto nella pozza di birra rovesciata a terra. Mi ha fatto sentire bene, anche se avrei preferito non avere a che fare con te, ne’ nutrire la tua convinzione che tu avessi diritto al mio tempo e alla mia attenzione. Ma c’è solo quel tanto di abuso che mi sono sentita in grado di sopportare senza rispondere per le rime.

Non comprendo completamente le tue motivazioni di quella notte, sebbene riconosca tutti gli spiacevoli segnali di misoginia, bullismo e insicurezza che ti hanno reso disperatamente desideroso di rovinare la serata di una completa sconosciuta. Io non ti avevo offeso; io non avrei interagito per nulla con te se tu non mi avessi costretta a notarti. Mi è sembrato che la vista di una donna che se la passava bene fosse per te una sorta di affronto.

Ma voglio tu sappia che ti riconosco, ometto fastidioso. Tu sei debole. Tenti di intimidire le donne perché ciò ti fa sentire forte. Be’, non hai intimidito me, la mia serata non consisteva della tua intrusione, consisteva del regalare a mia sorella disabile un concerto della band che aveva sempre desiderato vedere.

Tuttavia, ho voluto scrivere questa lettera a te e agli uomini come te, per dirvi che il mondo è cambiato e sta cambiando ancora di più, e che in esso per voi non c’è posto. Oh, e per dire “va’ a farti fottere”. Sì, va’ a farti fottere.

Con i miei migliori saluti, Felicity

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