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11 dicembre 2015 / miglieruolo

Marco male di Maria G. Di Rienzo

Nel 2014 sono stati pubblicati i risultati di un’indagine globale sulla violenza domestica, perpetrata per la maggior parte contro donne e bambini, che dimostra come essa sia più letale e più costosa dei conflitti armati.

http://www.copenhagenconsensus.com/sites/default/files/conflict_assessment_-_hoeffler_and_fearon.pdf

Per ogni persona che muore in guerra ne muoiono circa nove durante le “liti” domestiche. Circa 769 milioni di donne e 290 milioni di bambini sperimentano questa violenza in un momento o l’altro delle loro vite. Il documento si conclude notando che la violenza interpersonale o sociale non è stata ancora concettualizzata come un problema che dovrebbe essere affrontato in modo sistematico.

Poco prima, era stato pubblicato uno studio dell’Unicef che riportava nei dettagli gli alti livelli abuso subiti dai bambini. Molti di essi crescono in un ambiente violento al punto da essere convinti che la violenza domestica sia semplicemente inevitabile. Metà delle ragazze fra i 15 e i 19 pensano che un uomo è “giustificato” se picchia sua moglie.

http://thinkprogress.org/health/2014/09/05/3563747/un-report-violence-children/

Il comico Marco Carena non ha letto questi documenti, ne sono sicura. Così ieri ha potuto invitare il pubblico a cantare con lui, durante uno spettacolo pagato dal Comune di Torino, “Ti amo perché quando ti picchio il tuo sangue mi fa ancora impressione, ma quando ti prendo a schiaffi è sempre una grande emozione.” e “Una ragazza al sole si è addormentata, in 170 l’hanno violentata.” Stava facendo dell’umorismo, che diamine.

“L’umorismo, come mezzo di comunicazione, cambia la maniera in cui noi interpretiamo un dato messaggio. (…) L’umorismo sessista – la denigrazione delle donne attraverso l’umorismo – per esempio trivializza la discriminazione sessuale sotto il velo del benevolo divertimento, precludendo in questo modo le sfide e le opposizioni in cui una comunicazione sessista non umorista molto probabilmente incorrerebbe.” (Boxer, Edel, Ford, 2007) Così il primo beota di passaggio può insultarti come gli pare, tirarti metaforicamente cacca in faccia, banalizzare la tua sofferenza. Basta lo faccia in modo “buffo” e poi starnazzi: “Oh, s’è risentita! Queste (femministe frustrate – feminaziste ecc.) non hanno proprio il senso dell’umorismo blah blah…”

Nel contesto corrente in cui le donne sono presentate e valutate quasi esclusivamente come oggetti sessuali, le parole che usiamo anche senza pensarci, i “sono-solo-scherzi”, normalizzano il non conferire alcun valore al consenso delle donne, normalizzano l’appropriazione coatta dei loro corpi, che si tratti di batterle o di violarle.

In un paese, l’Italia, in cui si stuprano quattro donne al giorno, una donna muore ogni due per mano maschile e la maggioranza delle violenze di genere non sono denunciate è essere diversi, o infrangere tabù dire ai perpetratori che quel che fanno non è poi così grave, anzi è divertente? Stiamo parlando del fottutissimo status quo, cosa c’è di tanto trasgressivo?

Non è questione di censura, signor Carena, di cosa lei deve o non deve dire: ha il microfono dalla parte del manico, dica quel che le pare. La vera questione è perché vuol usare quel microfono per far sentire meglio stupratori e picchiatori. Maria G. Di Rienzo

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