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9 aprile 2016 / miglieruolo

E non è fantascienza

dal blog di lunanuvola

(“Outsourcing pregnancy: a visit to India’s surrogacy clinics”, di Julie Bindel per The Guardian, 1° aprile 2016, trad. Maria G. Di Rienzo.)

A Ahmedabad, nel Gujarat, il mio autista sta cercando una delle cliniche IVF (= fertilizzazione in vitro) della città. Giriamo su un’affollata strada maestra e io individuo un cartello su un muro cadente che recita “bambini in provetta”.

Salgo una rampa di scale sudice ed entro in una piccola, buia sala d’aspetto. Nella stanza adiacente scorgo una barella ospedaliera e mensole piene di piastre di Petri, forcipi e siringhe ipodermiche.

Il dott. Rana (1) mi guida entro un ufficio privo di finestre. Ancor prima che ci sediamo, mi informa di un cambiamento di politica, in India, sulla maternità surrogata. Nell’ottobre dello scorso anno, il governo ha detto alle cliniche per la fertilità di cessare ogni trasferimento di embrioni agli stranieri. La mossa segue una proposta di modifica alla legge in vigore che limiterebbe l’accesso alla maternità surrogata alle coppie indiane o alle coppie in cui almeno uno dei genitori commissionari ha un passaporto indiano e la residenza in India.

Stabilito che ne’ io ne’ la donna che finge di essere mia cognata abbiamo un passaporto indiano, Rana mi consiglia di andare in Thailandia: “Costa il doppio rispetto a qui – dice – ma loro fanno anche la selezione del sesso, perciò molta gente dall’India ci va.”

Avendo sentito parecchie storie su quanto comune sarebbe l’esternalizzazione di gravidanza e riproduzione, sono in India per indagare sull’industria di “uteri in affitto” del paese. Come attivista femminista contro l’abuso sessuale delle donne e in particolare contro il commercio di sesso, l’idea di uteri in affitto mi fa star male. Mentre aspettavo nella clinica, guardando le donne eleganti che entravano per accedere ai servizi di fertilità, tutto quel che riuscivo a pensare era a quanto deve essere disperata una donna per portare avanti una gravidanza per danaro. So, da altre attiviste contro il traffico di uteri, che molte madri surrogate sono coartate da mariti abusanti e magnaccia. Nel vedere la sorridente segretaria riempire moduli a beneficio dei possibili genitori commissionari, potevo solo cercare di immaginare la miseria e la sofferenza di donne che finiranno per essere viste come null’altro che contenitori.

La stigmatizzazione è raramente un problema per coloro che esternalizzano la gravidanza a donne povere e disperate in India, ma ce n’è un bel po’ al livello delle madri surrogate. Molte scelgono di lasciare la propria casa durante la gravidanza, giacché non è visto come un modo rispettabile di guadagnare danaro, in particolare se vivono nell’India rurale.

La maternità surrogata commerciale è illegale in numerosi paesi, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Spagna fra essi. In India, tuttavia, l’industria – costruita su supremazia sessuale, razziale e di classe – non solo è legale ma si stima che il suo bilancio annuale superi gli 870 milioni di euro.

Le madri surrogate, in questa particolare clinica, sono pagate 5.600 euro: una somma notevole in un paese il cui reddito medio mensile nel 2012 era di 188 euro e in cui un quinto della popolazione vive al di sotto della soglia nazionale di povertà.

Le cliniche possono chiedere fino a 22.700 euro ai genitori commissionari. Il costo di portare a casa un bambino surrogato dall’India è approssimativamente cinque volte minore della somma necessaria negli Stati Uniti. Ma mentre le madri surrogate vengono di solito da retroscena di povertà, gli ovuli impiantati sono selezionati da donne al massimo 25enni, usualmente con alto livello di istruzione e sottoposte a screening per le malattie ereditarie.

A tutte le madri surrogate di queste cliniche viene detto cosa e quando mangiare e bere, e sono controllate affinché assumano i medicinali del caso e abbiano cura della loro igiene personale. Inoltre, alcune cliniche mantengono finanziariamente “colonie residenziali”, case che ospitano sino a 10 madri surrogate durante il periodo della loro gravidanza.

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(Madri surrogate in una “colonia residenziale” nella città di Anand. Fotografia di Mansi Thapliyal/Reuters)

Ho deciso di visitare quattro cliniche nel Gujarat, uno degli stati più religiosi dell’India, conosciuto come la “capitale” della maternità surrogata nel paese. Ho finto di essere interessata a ingaggiare una madre surrogata e una donatrice di ovuli per avere accesso a coloro che forniscono tali servizi. Volevo essere in grado di parlare per esperienza dell’abuso dei diritti umani che risultano dalla pratica e diventare maggiormente coinvolta nella campagna internazionale per abolirla.

Mi è stato detto che si usa comunemente impiantare embrioni in due o più madri surrogate e praticare aborti se ne risulta più di una gravidanza. Allo stesso modo, se più embrioni sono impiantati in una madre surrogata e ne consegue una gravidanza multipla, i feti non voluti sono spesso abortiti. Approssimativamente 12.000 stranieri si recano in India ogni anno per assumere madri surrogate e molti di loro provengono dalla Gran Bretagna.

La seconda clinica che ho visitato si trova in una quieta area suburbana di Ahmedabad, la maggiore città dello stato. Avendo parlato con la segretaria, sono stata introdotta a una impiegata che ha raccolto la mia storia medica. Le dico che voglio l’accesso alla donazione di ovuli e al servizio di maternità surrogata e lei risponde “Noi facciamo tutto questo”. Le chiedo se le madri surrogate vivono in ostelli durante la gravidanza, cosa che avevo visto in televisione prima di partire, e lei scuote la testa. Mi dice che posso pagare affinché la donna sia messa in una residenza per nove mesi “o, se vuole risparmiare, la tenga là per un poco e poi la rimandi a casa sua”.

In ognuna delle cliniche che ho visitato ho chiesto quanto le madri surrogate sono pagate. Nessuno mi ha fornito una cifra precisa, ma un medico mi ha detto che le donne guadagnano per i nove mesi di gravidanza l’equivalente di 6 anni di lavoro.

Alle 11 di sera, alla vigila dell’antico festival delle luci Hindu chiamato Diwali, una clinica è assai affollata. Numerose donne stanno facendo domanda per diventare madri surrogate; alcune di esse, all’apparenza analfabete, chiedono alla segretaria di riempire i moduli per loro. Alte, ben vestite e sorridenti e accompagnate dai mariti, stanno aspettando il loro turno per i servizi: almeno 150 donne accedono al trattamento IVF ogni mese in tale clinica. Mi viene detto però che non possono fare nulla per me: “A causa dei diritti umani il governo sta chiudendo (i servizi di maternità surrogata). Forse è perché i bambini non sono trattati bene.”, mi spiega uno dei medici.

Non ho mai sentito prima di bambini nati tramite la maternità surrogata maltrattati dai genitori commissionari, ma ci sono stati casi in cui i bambini sono stati abbandonati e lasciati in India con la madre biologica. Nel 2012, una coppia australiana si lasciò alle spalle uno dei due gemelli nati da una madre surrogata indiana perché, dissero, non potevano permettersi di crescere due bambini.

La mattina dopo ho l’appuntamento per una consulenza in una terza clinica, con la dott. Mehta. Dopo aver riempito parecchi moduli rispondendo a domande sulla storia della mia infertilità, pago le mie 1.500 rupie (19 euro e 93 centesimi) per il consulto. Dico a Mehta che la mia amica Lisa, con cui sto viaggiando, è di origine indiana e disponibile a essere il genitore commissionario ufficiale e poi a dare il bambino a me. Chiedo della donazione di ovuli e di come scegliere la donatrice.

“La donazione di ovuli è anonima. Lei può darci le sue preferenze, come l’altezza e il colore dei capelli ma deve affidarsi a noi. – dice Mehta – La donatrice non saprà a chi verranno dati i suoi ovuli e lei non saprà di chi sono gli ovuli che riceverà. La madre surrogata invece la incontrerà. Le mostreremo un catalogo e lei potrà scegliere la madre surrogata.”

Tutti e quattro i dottori che ho incontrato nel Gujarat mi hanno detto che non va bene rimuovere le donne da casa durante questo periodo, ma tutti erano disposti a venirmi incontro: per una determinata cifra. “Possiamo farlo, se lei lo desidera, ma dovrà pagare. – dice ancora Mehta – Noi non vogliamo separare la madre surrogata dalla sua famiglia perché vivere dai due ai nove mesi in una stanza separata potrebbe deteriorare la sua salute mentale.”

Poiché ho sentito parecchie storie di donne forzate alla maternità surrogata chiedo a Mehta se è a conoscenza di casi dei genere. “Senza il consenso dei loro mariti noi non accettiamo madri surrogate. Non diamo loro tutto il danaro prima del parto. Lo prendiamo da lei ma consegniamo il saldo alla madre surrogata solo quando le consegna il bambino. Le diamo delle rate in precedenza, così può prendersi cura di partorire il bambino senza problemi.”

Mehta mi spiega che tentano di evitare che le madri surrogate formino legami con i neonati che partoriscono dando loro medicinali che impediscono la lattazione: “La donna non produrrà assolutamente latte e il bambino non le sarà mostrato.”

Alcune delle donne si accordano per vendere il loro latte, estratto in clinica e consegnato ai genitori commissionari. Altre si accordano per allattare direttamente il bambino, nonostante la possibilità di stringere un legame affettivo.

La “Indian Society for Assisted Reproduction” (Società indiana per la riproduzione assistita) ha in programma di sfidare il governo rispetto alla modifica di legge proposta: “Girano milioni di dollari nei cicli di IVF”, mi ha spiegato il dott. Rana.

In un’altra clinica di Ahmedabad, nella zona orientale, incontro la dott. Amin, in un edificio malmesso nascosto fra un garage e un negozio di articoli elettrici. L’ufficio è molto ingombro e senza finestre. Le pareti sono coperte da fotografie di neonati e biglietti di ringraziamento da genitori commissionari.

Amin mi mostra una manciata di fotografie di potenziali madri surrogate, mentre mi spiega i prezzi della donazione di ovuli: “Donatrice caucasica da 3.155 a 3.786 euro, donatrice indiana 1.262.”

Le madri surrogate restano a casa durante la gravidanza e sono controllate giornalmente. “Non permetto alle donne di vivere nelle “colonie residenziali”. – dice Amin – Il marito è il miglior sorvegliante in questi casi. E’ coinvolto nel programma e sa come prendersi cura della sua donna. Se la madre surrogata sta fuori casa si farà delle amiche e sarà difficile per me controllarla. Anche se le metto negli ostelli non so con certezza cosa capita là.”

Chiedo se le donne sono mai soggette a violenza domestica durante la gravidanza. “Raramente, ma capita. – risponde Amin – L’anno scorso abbiamo saputo che il marito di una madre surrogata la picchiava. E’ venuta da noi piangendo, così l’abbiamo nascosta. Dopo la nascita del bambino l’abbiamo rimandata a casa.” Secondo Amin, le donne che lei assume sono di classe media o alta: “Di recente abbiamo impiegato tre ragazze Braminiche, tutte istruite. Ne abbiamo un quarto, di questa classe. Il restante 85% sta bene economicamente.” Sospetto che questa sia una menzogna. Le ricerche dei gruppi di pressione come “Stop Surrogacy Now” dimostrano che, a parte casi rarissimi, sono le donne più povere delle caste inferiori che diventano madri surrogate.

Abbiamo discusso i recenti cambiamenti in politica e Amin mi ha raccontato di una clinica per la maternità surrogata a Hyderabad che ha prodotto cinque bambini per una coppia gay da cinque diverse madri surrogate. In India, alle coppie dello stesso sesso è stato bandito l’accesso ai servizi di maternità surrogata nel 2013, ma come mi ha detto un infermiere: “Tutto continua, a Delhi e ovunque, perché non è un’industria che abbia regole.”

Mentre stiamo lasciando la clinica, Amin indica una delle fotografie sul muro che ritrae una donna bianca con in braccio un bimbo scuro: “Ha chiesto una donatrice di ovuli indiana.” Chiedo perché. Il suo partner era indiano, per esempio? “No, voleva un bambino con i capelli neri.” replica Amin, radiosa mentre intasca il prezzo della consulenza e mi indica la porta.

(1) Tutti i nomi sono stati cambiati.

Ndt: Ho convertito direttamente in euro le cifre in dollari e sterline per rendere la lettura più scorrevole.

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