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18 novembre 2016 / miglieruolo

Il Quinto Principio, quintessenza della fantascienza

di Mauro Antonio Miglieruolo

Posso finalmente presentare quello che, fuori dai denti, è sicuramente uno dei più importanti romanzi della fantascienza italiana; e, me lo si conceda, probabilmente, della fantascienza mondiale: “Il Quinto Principio” di Vittorio Catani. Un testo che può tranquillamente essere messo accanto a “Quando le radici” di Lino Aldani, essendo sicuri che non sfigurerà.

Dico “finalmente” non solo per giustificare il ritardo con il quale mi pronuncio, ma anche per liberarmi idealmente da una sorta di impedimento maligno che finora ha sbarrato la possibilità di parlarne. Al tempo infatti della prima uscita per i tipi della Mondadori (Urania) non riuscii a procurarmi copia del testo, problemi di salute, un intervento chirurgico, hanno spezzato a metà la lettura della ristampa effettuata da Meridiano Zero (euro 19), che invece sono riuscito a procurarmi agevolmente tramite Internet. Interruzione sgraditissima, perché il romanzo di Catani è un testo del quale uno sente il bisogno di completare la lettura. Un testo che non può essere afferrato nella interezza del suo disegno senza la continuazione che l’inclinazione ludica vorrebbe. La mole di elementi, personaggi, estrapolazioni tecnologiche e sociologiche e tale  è tale che a uno scrittore americano di oggi e forse anche di ieri sarebbero bastati per produrne cinque di romanzi. Con il merito supplementare (raro in uno scrittore italiano, un po’ meno raro oggi, abituati come siamo ai vari Pennacchi, Camilleri e compagnia raccontando) della scorrevolezza, della verosimiglianza e dell’audacia inventiva, che rendono piacevole la lettura.

quintoprincipio

Vedo che ho anticipato la valutazione prima ancora di aver concluso il racconto del come sono arrivato a elaborarla. Gli è che le pagine di Vittorio Catani, per prime le pagine del romanzo del quale sto parlando, premono, sono invadenti, non si lasciano trascurare. Ma io devo trascurarle, se non altro per giustificare agli occhi del suo autore una colpevole trascuratezza che potrebbe essermi rimproverata anche dai lettori. Se infatti del romanzo si è parlato, non ritengo sia stato abbastanza, né parlato con la profondità che una sua buona rappresentazione richiederebbe. Non lo farò neanche io ora, perché qui preme la recensione, perciò occorre mi rassegni a rimandare la valutazione critica a uno spazio editoriale che confido si apra. O che spero di poter individuare.

Ma tornando agli ostacoli che hanno ritardato la strutturazione di un primo giudizio, aggiungo che una serie di sopravvenienze negative, tra cui gravi malattie di familiari, hanno posposto il proposito mai dismesso di continuare e finire l’esame dell’opera, un’opera che sarebbe indegno da parte mia trascurare. Non entro nel merito degli ostacoli personali, dico solo che le “sopravvenienze” (prima e dopo l’operazione) sono state tali che hanno indotto in me una sorta di nausea per il lavoro al computer, nausea per tutto, anche per la personale attività di scrittore, della quale posso dire che costituisce un interesse fondamentale nella mia vita. Talché da più di un anno ormai ho completamente abbandonato il blog che curo, nonché quella di Daniele Barbieri, che mi aveva concesso gentilmente l’appalto del mercoledì in quello suo personale.

Forse è anche per questo che parlo con evidente entusiasmo del romanzo di Catani, perché mi ha permesso il ritorno a una attività fin troppo trascurata, un ritorno che spero costituisca un inizio senza altra fine che quella che imporrà un giorno la natura.

Ma di là dalla valutazione sulla gradevolezza della scrittura e ricchezza di elementi, quel che importa sottolineare è la novità che il romanzo presenta. Novità che anzitutto risiede nell’abilità: l’abilità di Catani di costruire un mondo che è il nostro di oggi, dicendolo di domani, ma che nella lettura appare lontano, sconfinato, quasi, alieno alla realtà, il mondo di dopodomani e dopodomani ancora. Un bivio nel tempo, più che un salto nel tempo. Le emozioni, le motivazioni, le strutture sociali rispondono alla follia ideologica (altro che fine dell’ideologia e fine della storia!) che quotidianamente subiamo; le avventure e disavventura, i mezzi tecnologici sono invece di un mondo che potrebbe aspettarci dietro l’angolo e non è detto che domani non sia. Ma qui siamo ancora al consueto di ogni buona o ottima fantascienza: la novità vera introdotta dall’intelligenza di Catani sta nel TUTTO integrato del futuribile che ha saputo costruire. Non un elemento o più elementi introdotti per “vedere quello che succede”, ma la ricostruzione integrale del mondo, un mondo in cui tutti i mezzi sono nuovi, e tutte le strutture e le persone vecchie. Antiche. Di un’epoca che si presume civile, ma ancora non ha abbandonato la cultura dei cavernicoli. Persone  e strutture antiquate e oppressive, nel quale domina l’avidità, la cecità, la violenza, l’inganno, la sopraffazione, il crimine.

Non ricordo altro autore che abbia saputo, realizzare una uguale integrale ricostruzione della realtà, neanche quelli che si sono proiettati, per concedersene l’opportunità, nel lontanissimo futuro. Anche in questo caso lo specchio deformante e alludente della fantascienza non realizzava mondi effettivamente nuovi e coerenti quale quello inventato da Catani.

Per chi non lo abbia ancora letto, se lo procuri. Non facendolo, perde qualcosa.

Per meglio illustrare quanto affermato,  mi concedo di riprodurre il giudizio sintetico che ne dà Valerio Evangelisti, giudizio riprodotto sulla copertina del libro: Il Quinto Principio è la pietra miliare della fantascienza italiana. L’opera più compiuta che la nostra SF abbia mai espresso.

Ed io chioso: sì, è così. È proprio così.

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