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22 febbraio 2017 / miglieruolo

Sette suggestioni sulle opere di Yerka – 4: Alberi

 di Mauro Antonio Miglieruolo

***

Gli uomini iniziarono a costruir case sugli alberi all’incirca nel periodo dell’avvento della malattia dei 120 centimetri; malattia così chiamata in quanto procedeva in orizzontale su quella quota, con una possibile fluttuazione di più o meno 20 punti. A quella specifica altezza la sopravvenuta vibrazione asintotica Omega, responsabile della malattia, raggelava tutto l’esistente.

Tutto per modo di dire. Vi era la formidabile e incompresa eccezione di bambini e adolescenti di bassa statura, ancorché sollevati alla quota letale dai pioli d’una scala o a causa di un gesto atletico, tipo un salto in alto, l’arrampicata su un fico, il tuffo da un trampolino. Gli adulti invece a qualunque altezza viaggiassero (inclusi pertanto nani e pigmei), seppure provenienti dalle viscere della terra o precipitati dall’alto di un trampolino, giunti a quella stessa quota raggelavano. Arrivati alla superfice o toccando la superfice, una qualunque superfice in un qualunque punto del globo, finivano malamente. Ai piccoli degli umani toccava una sorte ben diversa. Quella di badare agli adulti raggelati, oltre che badare a se stessi. Un badare sempre più difficile e, col tempo, palesemente impossibile. I raggelati erano sempre più, sempre meno i disponibili ad aver cura di loro.

Le difficoltà del compito era dato dalla totale perdita di dignità che i raggelati manifestavano. Alla quale perdita bisognava aggiungere una maggiore o minore capacità di intendere e volere (se mai l’avevano avuta); e alquanta indisponibilità a imparare dall’esperienza. Riottosi erano. Riottosi intendevano restare.

Identificarli non era difficile. Procedevano con lo sguardo dritto fisso in avanti, mai alzando gli occhi al cielo; mai si interessavano effettivamente e in profondità di ciò che esisteva, uomini e cose. Mai con il pensiero e il desiderio andavano oltre l’orizzonte.

Non erano zombi, non emanavano cattivo odore, salvo nelle giornate estive più calde e al chiuso; camminavano sciolti, con l’agilità corrispondente alla loro età. Salvo le braccia, che tenevano dritte rigide lungo i fianchi, perennemente sull’attenti. Dalle loro labbra però, per quanto li si sollecitasse, non si riusciva a cavare nulla di sensato. Solo grugniti, espressioni irate, imprecazioni e minacce. Persino vie di fatto.

In seguito ai primi miliardi di raggelamenti, la restante popolazione deliberò d’emigrare sugli alberi (questa è la ragione delle campagne silenti, le città disertificate, lo squallore imperante). Dopo di loro anche i raggelati, l’immenso esercito di coloro che avevano subito il lavaggio del cervello asintotico omega, salì faticando sugli alberi. Speravano forse in una redenzione, non ottennero che di dannare anche i pochi che si erano salvati.

I raggelati continuarono a restare raggelati, manifestando sempre le medesime caratteristiche (rari i casi di recupero delle pregresse facoltà). Al contrario dei rifugiati originari che videro declinare rapidamente ciò che avevano tentato di salvare. Dignità, decoro, chiara mente, chiara visione nelle prospettive… Nel rapporto tra i pochi raggelati che miglioravano e gli arboricoli originari che peggioravano, il saldo era palesemente negativo. I primi guadagnavano uno, i secondi perdevano dieci.

Ben presto tutto sembrò perduto. L’umanità che si scioglieva di fronte all’incalzare degli eventi. Le malattie, i tempi che cambiavano, la desolazione del mondo, tenere insieme pranzo con la cena, la situazione sempre più difficile. Tutti mal speravano sulle sorti dell’umanità. Vedevano nero nel loro futuro gli arboricoli. Sia i vecchi che i nuovi. Smarriti coloro che, per un periodo limitato di tempo, restavano con i piedi ben fissati in terra.

Né, coloro tornati all’ancestrale passato, trovavano consolazione nei piccoli che ancora scorrazzavano sul suolo. Non nella loro libertà non nella gioia che manifestavano. Anzi, sembravano dolersene. Scrutavano scetticamente dall’alto i piccoli immuni scuotendo la testa, compatendosi l’un l’altro. Non apprezzavano quasi nulla di ciò che sembrava appassionare i loro eredi. Ne sprezzavano gli usi e i costumi, gli entusiasmi e gli scoraggiamenti. Preoccupati soprattutto degli strani oggetti che maneggiavano con eccessiva di disinvoltura, i loro giochi compulsivi, le iniziative incomprensibili, palesemente prive, ai loro occhi, di attrattive reali.

“Cosa possiamo farne di loro?” si chiedevano sconfortati dall’alto, affacciandosi tra le fronte che, come loro, uscivano dalle finestre. Busti e rami appaiati come si trattasse di un unico individuo. Forse lo erano. Uomini come vegetali. Vegetali gravati dal peso dei troppi uomini.

Erano pochi coloro che quelle domande si ponevano.

Dal basso i bambini li fissavano con apprensione.

“Cosa possiamo fare per loro?” era ciò che passava nelle loro teste, e impegnava il più dei loro pensieri. La domanda generosa, che però restava sempre e solo l’aspirazione a un proposito. Domande senza risposte. Problemi senza soluzioni. Gli adulti, loro avrebbero potuto, non ne fornivano. I piccoli aspettavano arrivassero.

Né gli uni, né gli altri dunque erano in grado di far qualcosa.

Sì, è proprio così. Il mondo ha solo domande, non risposte.

 

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