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8 marzo 2017 / miglieruolo

Yerka – 6: Foreste, luci, anime disperse

di Mauro Antonio Miglieruolo

***

Mi inoltrai in una foresta di lucciole e sentieri erbosi, gli alberi a far da decoro. Si spandeva, l’intricato groviglio vegetale, dappertutto e copriva ogni anima, ogni luogo. Una foresta favolosa, pur non avendo attinenza con le favole e con i sogni. Non vi ero mai penetrato, non si raggiunge una foresta come quella, ogni volta che si desidera. La si raggiunge nell’ora stabilita, quando le forze che regolano i destini fanno risuonare profonde vibrazioni di condanna (o assoluzione). Quando la vedi la riconosci, la sai che è tua, la tua foresta, anche se vasta è l’incapacità di rendersene conto. Bisognerebbe immaginarla, concepirla e poi progettarla, in modo da essere pronti quando la si raggiunge. Si eviterebbe quel momento di vertigine che mi colse, che coglie ognuno, non appena la vidi. Seppi, suggerimento arcano, degli inganni del mondo, dei tanti mondi dei quali avevo letto, gli altrettanti immaginati e quelli che potevano essere inclusi come potenza nella vertigine infinita dell’inesistente. Seppi che anch’io ero stato in quella condizione, Nulla, ma che ora Ero. Che avevo una possibilità, me la si offriva, la Foresta la offre a tutti, bastava coglierla. Aprii gli occhi. Guardai.  La via nuova verso la bellezza. Ne restai incantato.

Luci ovunque. Fiammelle. Anime disperse, rifugiate e libere. La pienezza di un attimo di tempo sospeso. Era notte e sapevo di voler sapere del mio destino. È la notte che di solito custodisce le forti intuizioni. La notte a riservare le maggiore sorprese. La notte porta consiglio, ha sempre l’ultima parola, la dà e la toglie.

Formulai la domanda all’insieme degli alberi da cui ero circondato.

“Maghi qui non ce ne sono,” mi fu risposto, risposta amara, risuonò dentro come rifiuto. “Non maghi, né oracoli, non Cassandre non Visioni di Futuro.”

Niente letteratura, nella foresta. Nessuna simpatia per i globi di vetro, le divinazioni. La concretezza, invece, quella si era ammessa. La realtà in quel luogo di pace, come in ogni altro luogo di pace, si identifica con l’essere e con l’agire. Lo stormir di fronde. Fruscii e lento cadere delle foglie. Che non cessa mai. Ai fruscii succedono gli schianti, il rinnovamento improvviso e il succedersi delle stagioni… Neppure il sentimentalismo era di casa. Non la malinconia, lo spleen, la saudade, le futili perenni nostalgie considerate dai più imprescindibili. La felicità stessa inconcepita e inconcepibile, così pure il dolore. Quiete e solo quiete, la tendenza all’immobilità. Assente anche spazio di agibilità per chi aveva una vita alle spalle e se la portava dietro, chi si poneva domande mute e pativa di scene mute. Io, dunque. Eppure rimasi male per quella risposta. Più dell’assenza di quegli esseri straordinari chiamati maghi, fui colpito dall’assenza di tesi e la pratica delle speculazioni. Possibile che in quell’identità variabile d’alberi e luci solo l’esercizio dei pensieri unilineari fosse preso in considerazione? La somma di tutte queste considerazione mi indusse a sospettare che la risposta sottintendesse il rifiuto della mie problematiche, preludio al rifiuto della mia persona.

Rendendomi conto pero che la sensazione di rifiuto che provavo non era che il riflesso nel presente del complesso di rifiuti patiti nel passato; che non vi fosse effettivo rifiuto nella voce che si era manifestata; che fosse la verità elementare di un riflesso privo di specchio di quel che provavo nei miei stessi confronti. Che fosse il disorientamento a ispirarlo; lo sbalordimento di uno sbalordito dalla fretta con cui arrivavano a trascorrevano gli anni, spaventato dalle nottate di brindisi e fuochi d’artificio che ogni fine d’anno esplodevano nei cuori delle persone. Scandivano severi l’inesorabile trascorrere del tempo. Un fiume tumultuoso il tempo, che ti erodeva in fretta. Guardandomi nello specchio inorridivo. Io, io ero quello?

“Con chi posso parlare?” insistetti, insistendo nel non capire, tetragono.

“Con te stesso,” mi fu risposto. Sottintendendo che nessun altro mi avrebbe ascoltato.

Inoltrandomi notai l’infittirsi delle luci e dei decori. Non più errabondare di lucciole ma luci, luci sempre più intense che parevano fuochi. Quasi che il radunarsi sempre più stretto degli alberi, che in alcuni punti impedivano il passaggio (anche la vita a volte si restringe fino a impedire il passaggio a se stessa), rendesse necessario moltiplicarli, per rischiarare più intensamente il paesaggio. L’effetto ultimo, notai, era la moltiplicazione di ciò che avevo dentro, la moltiplicazione di ciò che ardeva in ciascuno. L’effetto bello, suggestivo. Le conseguenze auspicabili, spettacolari.

Il bello dell’infittirsi della luce mi commosse. Arsi anch’io. Mi illuminai. Quell’illuminare lieve, discreto, sollecitava qualcosa in me. La nostalgia che m’era sembrato all’inizio fosse fuori luogo in quel luogo (mi ingannavo) tornò prepotente, fui suo. Un sentimento iniziò a mordere dentro, quei piccoli morsi delicati d’amante con i quali il desiderio si dichiara con intensità mille volte più potente delle parole. Di più può solo lo sguardo, l’intensità degli occhi negli occhi, il divino fiorire della passione. Non mentono gli occhi. Non i denti quando propongono una richiesta o stabiliscono un possesso. Gli occhi però parlano meglio. Sanno pronunciare una parola diversa dal mio/mia canonico. Gli occhi non prendono, danno. Pronunciando silenziosamente la doppia parola miatuo miotua che in realtà è una parola sola e in questo modo va scritto e pronunciato. La nostalgia che mi colse comunque era diversa, più profonda e lontana delle normali nostalgie che uno sente quando perdura la sua lontananza da casa. La nostalgia di un territorio che era di là da ogni possibile descrizione, la nostalgia di un territorio senza terra e un tempo senza tempo. Senza forme né pensieri. La nostalgia delle origini. Per un istante sotto la spinta di quella nostalgia, non fui più IO, o forse mille volta più che IO. Fui percezione, pace e volontà di trasmutazione. L’amore per me stesso guadagnato…

Guardai le mani e nelle mani vidi luce. Anche il corpo traspirando luce. Un’anima tra tante. E vedendo la luce delle mani e del corpo vidi finalmente me stesso e vidi anche la necessità del cambiamento. Si trattava ormai non altro che di mettere radici. Non di sapere o discettare di destini. Intristirsi. Morire… Abbandonarsi, invece, diventare albero e radici. Diventare foresta, essere luce, anima non più persa. Mettere foglie per stormire al vento.

Essere fermezza e fermo, non viandante effimero che passava.

 

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