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29 marzo 2017 / miglieruolo

Guerre civili

di Mauro Antonio Miglieruolo

I cannoni protonici tuonavamo ininterrottamente da cir­ca un’ora, eppure dalla fortezza non arrivava alcun indizio che ne avessero abbastanza. Ne avevo fatti piazzare sedici, venti colpi al minuto, in tutto milleduecento cannonate, ma niente, nessun segno di cedimento. Dei duri quelli della fortezza. Ma anche buoni strateghi, bene organizzati, favoriti dalla larga disponibilità di mezzi, cannoni analogici di ogni tipo, schermi quantici, distruttori digitali, missili terra-terra a corto raggio eccetera. Nonché energia, tanta energia. Gli scanner della Logistica infatti misuravano un grado di efficienza delle difese barioniche di confine pari al 112% del minimo considerato necessario per affrontare qualsiasi tentativo di penetrazione; e un buon gradiente di potenza dei laser d’interdizione.

Li avevano distribuiti bene quei laser (e quegli interdittori), in modo che ogni postazione godesse della copertura di almeno due bocche di fuoco. O stazione lanciaraggi che fosse. Avanzare era dunque una bella impresa, comportava perdite pesanti e dispendio di fiumi d’energia, di cui loro pareva avessero riserve importanti e delle quali noi iniziavamo a scarseggiare. Temevo già di dover, per continuare l’avanzata, inoltrare istanza al Centro Servizi per una fornitura di risorse supplementare, mandando su tutte le furie il mio superiore diretto. Notoriamente uno sparagnino braccino corto della malora, avrebbe fatto il diavolo a quattro, avrebbe, passando subito alle offese, essendo impossibili le vie di fatto.

“Lei è un inetto,” si sarebbe messo a strillare. “Un inetto e uno incapace di adeguate cautele tattiche. Anche questa volta si è fatta scoprire anzitempo.”

Vero, dalla casa avevano iniziato a sparare prima ancora mi avvicinassi al muro di cinta. Ma non era stato a causa di mie trascuratezze. Nessuna delle regole del Canone Ispettivo era stata trascurata. Tutti gli operativi al mio seguito erano arrivati in ordine sparso, rigidamente in borghese, le armi di ordinanza nascoste dentro strumenti musicali, valigette 24ore o nelle tasche interne degli abiti. Ognuno di loro aveva assunto una identità specifica e insospettabile. Io stesso mi ero avvicinato vestito chiassosamente da turista, pantaloni corti, camicia marziana, di quelle visibili a chilometri di distanza, parrucca bionda e ray ban incorporate; e gli altri, chi fattorino, chi trasportatore, chi drogato in cerca di un luogo appartato dove continuare a suicidarsi, chi peripatetico. Nulla da fare. Eravamo stati individuati ugualmente. O c’era stata una spiata, una talpa negli uffici interni del Ministero si era premurato di avvisare; oppure quei tizi nella fortezza privata avevano usato qualche nuovo dispositivo elettronico a noi ignoto che li aveva messi sull’avviso per tempo.

“Forze ostili in avvicinamento!” doveva aver segnalato a un certo punto il dispositivo. E un minuto dopo eccoli tutti li pronti dietro i laser rotanti, a masticare odio e determinazione. Altri pochi minuti e le difese elettroniche della fortezza che già esibivano gli sconfortanti riflessi bluastri, gli operativi sguinzagliati nei giardini, i missili antirobot fatti emergere dalle profondità abissali nei quali erano nascosti. Insieme agli schermi di energia mobili, che compivano il periplo del giardino, i droni di sorveglianza, custodia e assalto; gli intercettatori e i cannoni termici messi in fase riscaldamento, pronto a scatenare una sorta di finemondo in miniatura concentrato in un unico punto, il me stesso avanzante, per produrre la morte fisica di un semplice povero infimo messo governativo. Fortuna che fosse molto oneroso tenere pronti in funzione quei dispositivi, assorbivano fiumi di energia, era giocoforza attivarli nei casi di sicura necessità. Prima di entrare nella pienezza della loro larga potenza occorreva tempo, un lasso di tempo che permetteva a noi governativi di iniziare una preziosa attività di penetrazione; altrimenti la vita per i pubblici funzionari da dura che era sarebbe diventata impossibile.

Come nel caso in questione. Nel quale non avevamo avuto modo di ottenere quel vantaggio tattico. Prima ancora i dare l’ordine di serrare le file e procedere con i preavvisi, eravamo stati oggetto di una serrata pioggia di missili. Niente schermaglie diffide e controdiffide, subito botte da orbi. Ed era eccomi lì ad avanzare faticosamente, disputando palmo palmo il terreno ai difensori della fortezza. Naturalmente avanzavo utilizzando il travestimento di prammatica in quei casi, cioè quello dell’umano limitato, ciondoloni, con quel singolare modo di procedere proprio dei bipedi. Il meno efficace esistente in natura. Lo facevo, sgattaiolando di qua e di là, di trincea in trincea, per dissimulare la mia natura robotica di sub-funzionario. Per indurre nei difensori il micro secondo di esitazione (a vedermi ero proprio un umano fatto e finito) sufficiente a permettermi di imporre al mio procedere gli scarti necessari a sottrarmi ai loro colpi in risposta ai miei. Ero seguito da un’intera batteria mobile, munita di cannoni protonici, mitragliatrici laser, katiuscia, missili terra terra a corta gittata (ne disponevo anche io, nonostante la sordida avarizia del mio capo) che emetteva un continuo variegato di colpi teso al duplice scopo di aprire una breccia nella fortezza e impedire loro di coordinare i puntatori antirobt con adeguata efficacia.

All’inizio credevo che la mimetizzazione m’avrebbe concesso di arrivare senza troppo battagliare in prossimità dell’area interna abbastanza vicino per riuscire a consegnare, magari lanciandola, la documentazione d’obbligo. Avevo studiato davanti allo specchio più volte la manovra. Conseguendo un’abilità di prestigiatore discobolo che mi permetteva di frullarla in un certo qual modo bizzarro e intelligente che otteneva meravigliosi effetti stocastici: impossibile prevedere dove si sarebbe adagiata, quasi impossibile distruggerla al volo. Studiavo e ristudiavo la mossa perché il gesto doveva risultare plateale, grossolano persino. Intimidatorio. Un gesto che doveva togliere ogni speranza ai destinatari. Lo studiavo insieme all’insipida precaria andatura da essere umano del quale ho detto; e sul quale mi consento di ironizzare, persino ridere. E come non ridere di fronte a quel loro caratteristico uno/due-uno/due con molleggiamenti e scarti laterali del bacino assolutamente ridicoli? Ma non lo facevo per ridere. Rappresentarmi i limiti umani (nel confronto con la versatile compostezza robotica) mi forniva il morale necessario per continuare, per sperare di prevalere sui difensori umani, e così mantenere relativamente alti gli indici di positività. Altrimenti senza crederci, senza scorrere l’elenco dei successi, come continuare a fare il mio dovere?

Dunque, quelli avevano mangiato la foglia (o, ripeto, erano stati preavvertiti) e il fuoco di sbarramento non solo era iniziato ben prima di arrivare ai reticolati, ma si era concentrato tutto su di me. Quei cani! C’era da ipotizzare persino che avessero organiz­zato un servizio di sor­veglianza illegale lungo i margini della Statale, alcuni chilometri a monte, contando i soggetti in avvicinamento. Al di sopra di un numero medio di individui in transito doveva essere scattato  il preallarme, il personale robotico fatto fluire all’esterno, tolte le coperture plasticodinamiche alle postazioni, messi in funzione i radar. Superato un secondo indice di densità, a una certa distanza convenzionale doveva essere scattato l’allarme vero e proprio. Insieme all’allarme le barriere d’interdizione, che consumavano parecchia energia e non potevano essere tenute in funzione permanentemente. Pena non avere abbastanza energia per fronteggiare le eventuali successive aggressioni. Quando si verificavano tali evenienze, cioè la chiusura a riccio del contribuente prima dell’attacco vero e proprio, era dura, dura davvero. Nessuna spedizione, per quanto bene organizzata, poteva avere successo.

Non quando il fuoco di sbarramento, com’era nel mio caso, iniziava addirittura la sua opera distruttiva con il gruppo di lavoro fuori dal territorio di nessuno che circondava la proprietà (avrebbero dovuto rispondere anche di questo, se fossi riuscito a entrare nella fascia legale interna alla fortezza). Lo avevano fatto per di più senza preavviso. L’intento il più ostile: la distruzione totale del gruppo di lavoro.

Fortuna che, contrariamente a quanto crede il mio capo, o gli conviene mostrare di credere, anche io non sono un fesso in quanto a accorgimenti tattico-strategici. Il mio udito ultrasensibile attivato nell’istante stesso dell’entrata nella terra di nessuno, aveva captato le vibrazioni che inevitabilmente producono i mec­canismi di puntamento e accumulazione energia. Prima che le armi fosse pronte e scagliare i loro tremendi dardi a frammentazione, fuoco d’artificio e vortice, avevo diramato l’ordine d’autoprotezione e riparo. Lo stesso avevo perduto un quarto degli effettivi, in quel primo vomitare morte e distruzione. La strada statale era stata praticamente cancellata, per chilometri. Migliaia di alberi distrutti dalle fiamme o in fiamme. Una tremendo densa nube di polvere e vapori diossinici avvelenato l’aria. Altro che morte civile. La morte vera e propria. Fortuna non ci fossero umani in giro a quell’ora, altrimenti ci sarebbe stata una strage!

Mi mossi. Balzai da una profonda trincea scavata da un raggio laser a una più superficiale ma vetrificata, il materiale estratto dalla superfice di una nana bianca in formazione (usavano anche quelle armi proibitissime i tangheri: tutto pur di salvarsi dalle “ire” di noi messi governativi). Dall’alto di una delle torri di difesa partì un fascio di energia termica. Mal gliene incolse, al tizio. La superficie vetrificata rimandò indietro il flusso di calore. Udii un urlo. Lo stridere inevitabile di giunture robotiche in dissoluzione. Le bestemmie di un umano che imprecava contro noi messi, contro il Cielo e soprattutto contro il governo. Ero d’accordo. Sempre bisognava imprecare contro il governo, qualsiasi governo. I governi sono dati per affliggere l’essere umano, l’ingiustizia condensata in terra, ma quale alternativa avevo, AVEVAMO, se non piegare la testa e servire? Credere, obbedire, combattere, questo era il motto di sempre. Di ogni regime democratico. Anche il mio, lo volessi o meno. Altrimenti quelli mi avrebbero chiuso in uno dei loro tanti sotterranei da dove le grida non potevano essere udite e mi smontavano pezzo per pezzo. Buon ultimo il cervello, affinché l’IO poveretto potesse rendersi conto fino all’ultimo istante della violenza perpetrata a mio danno e della miseranda fine stessi facendo.

Fu quel colpo estemporaneo, esploso da un servomeccanismo illuso a salvare la missione. Non sono un fesso, ho detto. Il colpo di ritorno e la facilità con la quale aveva distrutto il bersaglio m’illuminarono sulla possibilità di vittoria. Forti quanto a difese analogiche, deboli in quelle digitali. Era evidente. Evidente che i loro calcolatori non erano programmati, come gli ultimissimi, a evitare l’effetto boomerang. I flussi energetici e missili in uscita una volta autorizzati al transito, autorizzazione necessaria senza la quale nessuna attività difensiva avrebbe potuto avere luogo, potevano quindi tornare all’origine. Le difese della fortezza, in buona sostanza, pesati e calcolati i flussi di energia, il DNA energetico tracciato, dovevano necessariamente essere esenti da ogni blocco. Non mi restava che moltiplicare l’evento fortunato appena condensatosi.

Calcolai il tempo che sarebbe occorso, un minuto circa, per arrivare a ridosso del reticolato che separava l’area legale, dentro la quale sarei stato al sicuro da qualsiasi aggressione, più garantito di un diplomatico. Aggiunsi un altro paio di minuti di percorsi disorientativi, dopodiché chiesi al gruppo di mettere in funzione il moltiplicatore di immagini.

“+ diecimila” chiesi. “Con involuzione compensativa.”

Il che comportava l’immissione di una replica aleatoria nuova ogni dieci che fossero state individuate e neutralizzate.

Immediatamente l’area circostante, per centinaia e centinaia di metri, si popolò di tanti me stesso non più mimetizzati, ma con indosso i panni neri d’ordinanza, caratterizzanti noi detestati aborriti boicottati Agenti Fiscali. Io stesso mi liberai da ogni travestimento e  mi esposi in tutta la terrificante autorevolezza della divisa, tutta lustrini, medaglie e stemmi. Migliaia e migliaia di me stesso aleatori e anche qualcuno materiale, clone economico di basso livello, per confondere ulteriormente gli scanner avversari, apparvero. Ferraglia era, mite innocua ferraglia, programmata rigidamente per compiere operazioni semplici, quali avanzare zigzagando, esplodendo colpi e disseminando lo spazio di onde elettromagnetiche di disturbo, atte a moltiplicare il disorientamento dei difensori. Tutti colpi a vuoto che avrebbero ottenuto di moltiplicare i rimbalzi energetici sulle aree vetrificate. Poi mi esposi anche io all’aperto, esposto a ogni incidente, correndo alla rinfusa come tutti gli altri. Le altre figure e i robot  di basso livello. Tuttavia mentre gli altri procedevano per seminare caos, il mio caos era calcolato per portarmi gradualmente in prossimità del confine, là dove potevo guadagnare l’immunità e porre il sigillo del successo alla mia missione.

Per alcuni secondi la confusione regnò effettivamente sovrana. Lo spaventoso fuoco d’interdizione pazzescamente inutile. Oceani di energia lanciati in quel ristretto spazio per sciogliere le immagini fittizie e distruggere l’hard costruito a mia immagine e somiglianza. Un millesimo di quell’energia che tornava al mittente, seminando panico e disordine.

Il panico necessario a impedire loro di individuare il VERO sottoscritto e demolirlo a colpi di bazooka e trionfare. Lo stesso nella rinfusa del bailamme di immagini, colpi, missili, flussi termici e simil robot, pullulando, prese corpo un possibile schema difensivo. Colpi sempre più ravvicinati, minacciosi, si approssimarono, riattizzarono le mie preoccupazioni.

Fortuna che non si conoscono armi protoniche che siano in grado di far fuoco per più di ven­ti minuti consecutivi. Non dovevo far altro, quindi, per poter riprendere insicurezza l’avanzata, che aspettare con santa pazienza tenendomi al riparo, pregando di non esser cen­trato da una scarica occasionale, per poi scattare non appena fossero stati costretti a ricorrere alle batterie di emergenza.

Calcolai il tempo trascorso. Non più d’una ottantina di secondi. Troppo efficace il fuoco di sbarramento. Niente più diversioni, trucchi, cautele. Occorreva rischiassi il tutto per tutto.

“Puntare dritto sull’obiettivo,” ordinai. Le Imago immediatamente puntarono dritti sul confine, facilitando enormemente il lavoro dei difensori. Ma anche il mio. Che pure mi esposi sfacciatamente. Protetto esclusivamente dalla stocastica.

Davvero, non esisteva altra scelta. Le mie possibilità di successo contro i criminali della fortezza, gli odiosi asociali che l’abitavano, dal 99,99% iniziali, al momento dell’azzardo con le figure aleatorie, erano già scese a un preoccupante 94%. E minacciava di diminuire ulteriormente.

Nello stesso tempo che le calcolavo le, scesero 91%! Le sinapsi preposte all’uopo mi avvisarono lanciando alti lai. Clamori ineludibili.

Mi lasciai cadere in terra, simulando di esplodere in mille pezzi. Attesi qualche altro secondo.

“Altri mille!” ordinai.

Poi mentre gli ultimi mille ripopolavano lo spazio in desertificazione, mi tirai su e di slancio, superai l’ultima decina di metri che mi separava dalla meta. Balzai, volai, urlai, fossi stato un umano mi sarei perso anche le budella in una spaventosa orrenda colerica diarrea da spavento.

Non esplose la diarrea. Esplose il silenzio.

Ero entrato, gioite come io gioii, nello spazio aereo di sicurezza, che garantiva la mia totale immunità come Agente Fiscale.

Trionfo. Ai Contribuenti era stato garantito, in armonia con le vigenti, disposizioni di Legge, una possibilità di salvezza. Non erano riusciti a approfittarne. Ora occorreva che pagassero.

Anche loro le tasse. Anche i ricchi dovevano contribuire (si chiamavano Contribuenti no?) alle spese comuni. Giustizia, si chiamava. Equità. Nessuno poteva dirsi al sicuro dalla equanime considerazione e azione del Fisco.

“Ah! Ah! Ah!” feci atterrando. Risata registrata, non per questo meno efficace e beffarda.

Radio, televisioni, giornalisti, bloggher accorrenti e blateranti. Domande domande domande. Ne spuntarono come funghi, dagli anfratti misteriosi di camion attrezzati, fosse biologiche, finti alberi corazzati. Pullulando. Ansiosi da non credere. Domande concitazione entusiasmo. Tuttavia occorreva aspettassero. Prima c’erano formalità regolamentari da espletare. Uno sportellino aperto nel petto. La busta dei documenti…

Era stata dura, ma c’ero riuscito. Congratulazioni. Pacche sulle spalle. Sorrisi.

L’unico ad avere un volto nero, allibito rabbioso ostile il destinatario del precetto. Uno smacco, per lui. Ne avrebbero riso amici e nemici, conoscenti e parenti.

“Signor Bonifaci?” gli dissi. “Firmi qui, prego. L’ingiunzione al pagamento delle tasse arretrate…”

Sua smorfia, suo prendere il foglio con malgarbo e firmare malvolentieri. Lesse l’importo, una seconda smorfia, restituì l’ingiunzione a pagare al Fisco (mostruoso, un euro!) e si ritirò nei suoi augusti appartamenti. Pieno di rancore. Non se ne poteva proprio più con questi politici del cazzo, non sapeva altro che mettere lacci e lacciuoli con i quali strozzavano, umiliavano e rompevano le scatole al cuore palpitante della nazione, gli abbienti, per far bella figura con la massa anonima avida e invidiosa dei non abbienti. Per far vedere che facevano. Cielo in che mondo eravamo finiti, diceva la sua espressione. Non c’era proprio più religione. Anche i ricchi costretti a pagare! Lauto sconto o non lauto sconto si trattava sempre di un inaudito. Del ridimensionamento del prestigio e delle facoltà dei pilastri del mondo.

“Quasi quasi faccio opposizione,” blaterando. “Anzi, la faccio proprio, mi sa…”

L’avrebbe certamente fatta. E con ragione. Quando mai si era visto un abbiente pagare le tasse? Mai. Mai era necessario si vedesse.

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