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5 aprile 2017 / miglieruolo

Boccaccesca

di Mauro Antonio Miglieruolo

***

Nautria, sappiatelo, è il più bel pianeta della galassia. Bello perché selvaggio e nello stesso tempo antropoformizzato; eppure nonostante l’immensità, ha la superfice di un milione di Terre, che ospiterebbe i trilioni e trilioni, è il più desolato vuoto tra i miliardi catalogati delle Tre Galassie. Un paio solo di colonie sono accreditate. D’una terza si parla, ma più per voglia di leggenda che per verità comprovata.

Adesso però non giratevi un bel film d’avventure a vostro esclusivo uso e consumo.  Non sto parlando, come forse immaginate, di uno dei tanti desolati ostili malnati pianeti galattici impossibili da colonizzare, nei quali tutto è possibile, nessun accidente, pericoloso animale alieno o trappola eonica esclusa. Parlo dell’immenso agglomerato naturalartificiale di altopiani, catene montuose, pascoli, foreste e mari sconfinati (pari ognuno a mille oceani pacifici) e praterie costruito non si sa da chi (qualcuno ipotizza si sia trattato di un capriccio del Creatore), ma sul quale molte cupidigie speculative si sono depositate. Parlo appunta di Nautria che pur lontano dalle grandi correnti della civiltà lattea avrebbe ampie possibilità di ricevere coloni, viaggiatori e visitatori, il necessario per popolarlo rapidamente, a causa di uno sgradevole handicap resta e forse resterà deserta fino alla fine dei tempi. Buon per noi, che proprio a causa di questo handicap che limita lo sviluppo sociale ed economico del pianeta, ha permesso la realizzazione della deliziosa storia d’amore che mi accingo a narrarvi; e la cui fama probabilmente vivrà ben oltre la povera storia del ricchissimo pianeta.

Nautria, naturalmente. Nautria dei nostri cuori…

Una maledizione percorre occasionalmente le vie dell’immenso superpianeta. Bello fascinoso pianeta è Nautria, il pianeta delle dolci colline, asperrime montagne rocciose, laghi grandi come mari e distese infinite di pianure, dove i macagli corrono in branchi immensi, mugghiando la disperazione per una fine corsa che non arriva mai. E poi fiumi, fiumi grandi e piccoli che costituiscono un reticolo prezioso sul quale molto avevano contato i primi coloni. Finché era emersa la maledizione e il conseguente crollo delle speranze. Il vento detto d’Alzana. Un vento caldo misterioso che quando arriva da nord sa di follie e di morte; e quando da sud di furore e disperazione. Un vento che porta l’odore delle immense distese di ghiaccio e aurore boreali, mescolato a quello delle foreste subtropicali; e porta semi, essenze, profumi e pulviscolo che fa il periplo del mondo e poi impazzire gli uomini. Non c’è rimedio contro il vento ostile. Chiunque soggiorni su Nautria lo fa a suo rischio e pericolo. Pochi sopravvivono, quei pochi condannati agli stenti di una vita di solitudine, errando preda della follia tra foreste incantate, fiumi tanto lunghi che quando arrivano alla foce, un secolo dopo che l’acqua è partita, sanno già di sale.

Per fortuna degli ostinati che insistono a abitarlo il vento tace per anni, a volte decenni; poi d’improvviso sorge a devastare, far impazzire, uccidere. Negli intervalli però tutto è idillio su Nautria. Profumi ed essenza, nuvole di farfalle e gracidar di rane, fanciulle innamorate e alberi che secernono miele al posto dei frutti.

Ma anche quando arriva da est e ovest le conseguenze sono gravi. Vere e proprie tempeste elettromagnetiche. Le macchine smettono di funzionare, i media di trasmettere sciocchezze. Aiutare l’uomo è possibile solo con l’utilizzo di tecnologie primitive, la trazione animale (asini in particolar modo), il vapore, l’acqua in caduta…

Ed è proprio la storia di un asino, una sorta di asino umano, quella che voglio raccontarvi oggi, miei pazienti affezionati lettori. La storia di uno che dai propri handicapp ha saputo trarre l’occasione per realizzare una vita vantaggiosa. Afferrando al volo la fortuna per i capelli. Un mezzo scemo con pure una difetto di pronuncia, del quali tutti si facevano burla. Ascoltate, amici, voi che da ogni parte della Trigalassia vi riunite intorno al focolare olografico per rompere l’isolamento abissale in cui vi hanno fatto incorrere le vostre scelte di vita. Una casa per pianeta, che follia! Ma io vi dico che uno solo è il senso della vita, non la molta terra, non la potenza e nemmeno lo spingersi lontano, sempre più lontano nell’esplorazione dello spazio. Il senso vero è l’essere dell’uomo per la donna e la donna per l’uomo. E ognuno per ambedue.

Ascoltate la storia di Mallamaci Antonio, gioiosa narrazione se mai vi fu una; e della sua costumata compagna di vita, certa Maria Concetta, non meglio identificata, che v’assicuro molto bene identificheremo. E descriveremo. Di lei ci inebrieremo. Con lei palpiteremo e vinceremo. Ascoltate e stupite. Allora saprete per davvero cosa è la vita e cosa i sessi l’uno per l’altro!

***

Dopo molti anni di quiete che avevano fatto sorgere la speranza, o meglio sollevato illusioni (l’alzana non avrebbe spirato più, non più intervenuto a perturbare gli attracchi per aeronavi eoliche), si principiò a parlare nuovamente del vento assassino. La gente ne constato il ritorno, spaventò; non tecnici e manutengoli delle multi stellari. Era stato neutralizzato, cantavano contrastando a gola spiegata. Tecnici eolici e immobiliaristi, i cui precordi erano solleticati dalle immense superfici edificabili di Nautria, si sgolarono invano. Invano composero poemi sulle prospettive illimitate che si schiudevano ai nautriani, le lottizzazioni mastodontiche, tali da far coabitare almeno un centinaio di miliardi di piccoli proprietari in ognuna di essa; gli itinerari turistici, gli spacci di superalcolici, i billionaire e quant’altro. Niente allarmismi. Mille tecnici erano pronti a giurare si trattava di colpi di coda, l’alzana da troppo tempo non spirava, bisognava restare calmi, calmi come il vento, e allora sì, si sarebbe potuto far bene. Grande l’avvenire, soldi a palate e prime pagine dei giornali. Ma ecco un refolo assassini far impazzire Tizio, e un secondo ammazzare Caio. Ecco l’inquietudine veleggiare tra gli Have not, pidocchiosi, pitocchi, lavoratori manuali, impiegatucci, tecnici, attori, artisti, hacker e simili che avevano iniziato ad accorre a frotte su Nautria. Occupando terre provvisoriamente lasciate al loro modestissimo arbitrio al solo scopo di valorizzarle dimostrando l’eccellente grado di abitabilità di Nautria. Anche se, era scontatto, avrebbero dovuto lasciare per tempo quelle terre e restringersi in condomini di appartamenti di max 20 mq l’uno. Il che poi non era nemmeno tanto male considerando il taglio, camera angolo cottura bagno termoascensore WiFi, il solito mini per i soliti spiantati delle solite periferie metropolitane. Da inventare progettandole, nel caso non vi provvedesse spontaneamente il miracoloso meraviglioso maramaldesco mercato, Gargantua dei nostri peggiori incubi.

Gli immobiliaristi dunque sgolandosi, la gente saggiamente, una tantum, a non dar retta. Iniziando in massa a fare le valige. Al che, nel breve volgere di pochi mesi la popolazione, dagli undicimila povere anime che era diventata, evaporò in quella abbastanza modesta di appena duecento, i poveri reietti che non erano riusciti a trovare i mezzi necessari per trovare scampo. Gli altri venduto tutto, indebitandosi fino al collo, se ne erano fuggiti a gambe levate.

Come per altro dargli torto dopo che un tizio, un notorio pezzo di pane che non aveva mai fatto male neppure a una mosca, si era messo a dare i numeri, urlando e sbraitando? e preso un’accetta aveva massacrato tre famiglie oltre alla propria prima di essere abbattuto? E poi un altro e ancora un altro e un altro ancora che, senza arrivare a tali estremi, ne avevano combinato delle loro. Pur essendo, come il primo, pacifici paciosi tranquilli padri (e figli) di famiglia.

“Il vento! Il vento” si sussurrava nelle vaste praterie di Nautria. “Il vento! Il vento” si predicava sulla pubblica piazza. “Il vento! Il vento!” si blaterava nelle taverne e negli spacci del paese.

Avevano avuto voglia le autorità a dire, mannò, non vi impressionate, si tratta di casi isolati, vi raddoppiamo l’indennità di sede disagiata, non credete, erano tutti impasticcati forte quei tipi, casi di atavismo come ne capitano in tutte le comunità. Ve la triplichiamo, se proprio insistete. La paga. Ma gli Have not si guardavano bene dall’insistere. Facevano lo stesso che gli immobiliaristi. Di notte, zitti zitti, riempivano le valigie e se ne partivano insieme insalutati ospiti chi in prima classe, chi in seconda, chi in terza; e chi come clandestino.

Tra tutti quelli costretti a restare troviamo proprio il nostro Bertoldo del Trentesimo secolo. Piccolo, scapolo, gran lavoratore, l’aveva sfangata fino a quel momento per mezzo di un impianto eolico che gli somministrava energia gratis, una sorgente d’acqua ch’era una meraviglia (poteri balsamici a profusione, guariva quasi tutto: guariva almeno il nostro povero semibalbuziente) e gli forniva il sufficiente oltre che per dissetarsi, lavarsi e portarne qualche bottiglia in regalo ai vicini (che accettavano il dono ridendo sotto i baffi); anche per abbeverare abbondantemente le piante di pomodori quattro stagioni più belli buoni e sugosi dell’intera media galassia (pomodori persino di dieci chili l’uno, ci si mangiava in cinque, ci si mangiava, con un pomodoro di quelli, una volta sbucciati, tagliati, conditi e serviti: certe spanzate formidabili); nonché liquido per sopperire agli esagerati bisogni di alcuni alberi, veri e propri acquasughe, che producevano alcune tonnellate di brogiotti a pallone di rugby dei quali, chi aveva avuto l’opportunità di assaggiarli, pochi in verità, il raccolto essendo tutto dedicato all’esportazione obbligata, raccontava meraviglie.

Ora a una delicatissima, dolcissima, bellissima vicina era venuto l’uzzolo di assaggiare uno di quei magnifici e munifici fichi. Non avendo però i genitori sufficienti risorse per corrompere il funzionario addetto all’esportazione, non era riuscita a procurarsene nessuno da gustare. Le amiche, raccontando come e qualmente avessero diviso, adoperando un seghetto laser, quel fico in due parti e, recitato una preghiera, immerso i cucchiai nella morbida dolcissima polpa interna, ne fosse derivato un piacere che poco aveva a che fare con quello sessuale, essendo incomparabilmente superiore. Le amiche dunque, raccontando come e qualmente, non fecero che portare all’estremo il desiderio dell’incantevole creatura di cibarsene. Non sempre. Di tanto in tanto. Diciamo una volta al mese. O alla settimana… ma perché porre limiti alla provvidenza? Cibarsene sempre, ecco!

Non trovando però modo alcuno di soddisfare questo suo desiderio che, diciamolo chiaramente, era andato ben oltre la normale cupidigia culinaria, un desiderio approdato, pur senza l’ausilio del vento, alla follia (o anche il caso della Nostra deve essere annoverato tra i danni prodotti dall’Alzana?); la fanciulla deliberò non esservi altra strada per ottenere la polpa del brogiotto gigante che, non trovando agibilità quelle giuste, utilizzando le ingiuste maniere. E che nulla sarebbe stata la vergogna di essere eventualmente svergognata come ladra di fronte alla prospettiva di rimpiangere una vita intera la mancata realizzazione del proprio desiderio. Che poi non sarebbe stato mica un furto, ma un mettere riparo a una palese ingiustizia consumata nei confronti di chi come lei, ne aveva consapevolezza, gratificava quotidianamente il mondo della visione ineffabile, quantunque per decenza solo visone parziale, delle sue infinite grazie?

Detto fatto la Nostra, con la napoleonica propensione comune a molte donne, detto fatto, decise di tentare di cogliere di notte, simile ad Eva, quel frutto che proibito non era, solo riservato agli Have: peggio dunque che essere proibito. Esclusività dei danarosi. Perciò a quel punto averlo diventava indispensabile. O meglio,  Obbligatorio. Meglio ancora: Imprescindibile.

Sfortuna volle che la notte in cui aveva deciso di invadere il minuscolo appezzamento del detto Mallamaci l’Alzano prese a spirare così forte da rendere impossibile l’incursione. Uscire di casa con un tempo così? Sicuramente le si sarebbe chiesto conto di quell’uscita estemporanea. Un appuntamento galante non lo poteva confessare e neanche inventare, non sarebbe risultato credibile. Non l’insonnia e la conseguente voglia di fare due passi, dormiva come un sasso lei, Maria Concetta. Non le restò che attendere che il letto a sospensione della camera padronale smettesse di oscillare, gemere e protestare; attendere il sopravvenire del russare sonoro della sacrosanta coppia e uscirsene  di soppiatto. Così com’era nel nudo che usava sempre quando andava letto, con l’aggiunta di un abitino leggero facile da indossare e facile da togliere una volta tornata a casa.  Si fosse sbrigata avrebbe fatto in tempo a completare l’incursione prima del risveglio dei genitori.

Il vento della pazzia fu clemente. Rallentò la corsa, anzi concesse minuti di pausa alla fanciulla che utilizzò tutta la forza delle sue forti e alquanto cospicue gambe di ventenne per raggiungere la proprietà di quarto grado (comodato d’uso) del  Mallamaci. Per nulla disturbata dalle improvvise folate di vento con il quale l’Alzano galeotto si prendeva inaudite libertà con le parti intime, Maria Concetta, avida di procurarsi qualcuno di quei fichi del paradiso, corse e corse, corse senza interrompersi, limitandosi ogni tanto a tirar giù la veste che il l’Alzana sollevava un po’ troppo spesso. Ma di rallentare la corsa non ci pensò proprio. Il vento pazzo, coerente con se stesso, si comportava da pazzo. Pazza sarebbe stata lei, avesse indugiato, costretta dalle circostanze.

Davvero c’è da credere che fosse stata presa dalla sragione che aveva preso molti a guardarla procedere nella notte, simile alla dama in rosso, bagliori nivei che apparivano di tanto in tanto, la gonna che faceva flap flap e lei che, dopo un po’, ansimava come un mantice..

Arrivata a ridosso della proprietà si fermò un istante per avvertire la eventuale e improbabile presenza  di qualche altro Nautriano nelle vicinanze. Naturalmente non avvertì nulla in più che il battere del proprio cuore e il respiro affannato per la lunga corsa. Gli abitanti erano così pochi che era veramente stocastimente improbabile trovarne uno in giro a quell’ora; e con quel vento! Ferma alcuni istanti, acquietò il respiro, scelse l’albero da depredare e si affrettò a salirvi.

Aveva appena allungato la mano verso un frutto tra i più grandi e promettenti, che dal basso fu interpellata da una voce tutta storta che in tono di meraviglia chiese:

“O tu he ai lassù, Mahia Conjetta?”

Maria Concetta a momenti cadeva. Si afferrò a un grosso ramo, restò penzoloni un istante, poi un piede trovò appoggio, poco più in là fu fortunato anche l’altro piede. Ritrovando equilibrio. E dal basso:

“Eheee! Mahia Conjetta, non mi ahadere adesso. Guarda dove metti i piedi.”

Si affretto il Mallamaci ad accendere la lampada frontale che sempre portava con sé. Quel che vide scatenò immediata la sua follia. Che se pure era stata originata dal vento, come poi si disse, aveva trovato catalizzazione nel paradiso della giovane. Cioè in quella parte tanto agognata che costume e buon gusto prescrivono (chissà perché) di non nomare. E tanto meno di descrivere (mi attengo obbediente a tale costume). Fu abbastanza, credo che nessuno possa avanzare dubbi in merito, per sconvolgere il suddetto Mallamaci, più simile a un Nibelungo che  un uomo. Per meglio precisare, più simile a un vero Hagen, che a un finto Mallamaci. Mai, considerò il poveretto, diventato improvvisamente ricco, aveva visto nulla di più bello e attraente. Che se pure i termini reali di paragone non aveva tanti, frequentava abbastanza i canali Tube per poter stabilire confronti digitali.

La follia dilagò. Immediata. Inarrestabile. Improcrastinabile. La voce sorda, il tono profondo, quasi un groppo alla gola.

“Scenni Mahia Conjetta, scenni,” subito ordinando, senza però specificare perché d’improvviso voleva scendesse.

Maria Concetta lanciò un grido e si arrampicò invece più in alto. Il che scatenò le ire dell’uomo, reso già irragionevole dalla combinazione vento più visione.

“Mahia Conjetta, che fai? Scenni, maledizione! Scenni!”

E poiché la fanciulla invece si ostinava a salire perse del tutto padronanza del suo dire e imprecando, maledicendo e bestemmiando, cosa per il quale, risaputa che fu, molto fu biasimato (la Madonna! Con la Madonna se l’è presa!), si mise a minacciare, nella sua speciale lingua tanto bisognosa dell’opera del logopedista:

“Scinni, Maria Cuncetta, scinni ca sinnò a tajju.”

Maria Concetta faticava a capire, ma per quel poco fu indotta a andare ancora più in alto, il più in alto possibile. Il tono, era il tono a preoccuparla, più che le parole. Era già a dieci metri d’altezza che un colpo di vento fece oscillare l’intera chioma, sballottolandola di qua e là come un fuscello. Gridò aggrappata a un ramo, i delicati rami del fico! Che potevano cedere in qualsiasi momento. In ogni caso, vento o non vento, fragilità o meno, dal basso il Mallamaci s’era deciso a passare a vie di fatto.

“Scinni, Maria Cuncetta. Scinni ca sinnò, benedetta la Madonna (lui disse il contrario), tajju a jianta.”

E giù a dare colpi, utilizzando il caratteristico han! Han! dei taglialegna digitali, con la scure aleatoria che portava sempre dietro (non si poteva mai sapere) e con la quale ci diede dentro che peggio non si sarebbe potuto fare. Mio Dio! Una pianta come quella, di tanto valore, tagliarla, considerò dall’alto la fanciulla.

“No no, Signor Antonio, non lo faccia. Una pianta tanto preziosa, per colpa mia…”

“Scenni allora, puttana. Scenni, che ti faccio vedere io… scenni se non ti vuoi spracellare.”

Maria Concetta non voleva sfracellarsi, perciò scese.

L’alba intanto era sorta. Il sole lanciò un primo raggio delle montagne sulle quali era stata costruita la colonia. Illuminò i due che, uno di fronte all’altro, la bella e la bestia, contendevano a se stessi il proprio destino. Decidendo come e quando e per dove indirizzarlo. Dopo di ché distolse con discrezione il suo sguardo mercé d’un satellite che scelse proprio quell’istante per intervenire e stabilì una rapida eclisse.

Nel buio sopravenuto non si udì altro che la voce del Mallamaci, articolare qualcosa di scomposto (sembra ci siano stati testimoni) che tradotto in galattico suonò più o meno come:

“Emmahiacunjettamia! ‘ntacù! ‘ntacù! ‘ntacù!” verso ascrivibile esclusivamente a un uomo sotto sforzo. Maria Concetta per altro non se ne adontò. Sapeva già, per sentito dire, che i fichi di cui il Signor Antonio era produttore, erano quanto di meglio esistesse sul mercato, gli alberi medesimi i più imponenti. Non poté evitare, considerando le circostanze, che anche l’uomo per quanto piccolo, indiscretamente peloso, debole di testa e con un difetto di pronuncia che s’accentuava quand’era emozionato, apparteneva alla categoria del quanto di meglio. Debitamente allora pazientò, sopportò e alla fin fine anche s’entusiasmò. Si suol dire che il frutto non cade lontano dall’albero; che cane e padrone finiscono con il somigliarsi. Tant’è che la poco saggia ma anche fortunata fanciulla fu costretta, amore della verità sempre sulle labbra, a confessare alle poche superstiti con le quali intrattenne amicizia che il Signor Antonio a paragone degli altri uomini era direttamente proporzionale a quello dei suoi brogiotti speciali con gli altri ordinari brogiotti. Bianchi o neri che fossero.

Per farla corta, Maria Concetta non tornò più a casa, né quel girono, né i seguenti. Dovettero andare i genitori dal Mallamaci per poterla salutare e constatare come stesse. Nonostante l’avessero trovata ridanciana, in ottima salute e con un sospetto principio di pancia davanti, se ne andarono piangendo e dicendo, è stato il vento, è stato il vento. E tutti a ripetere la litania è stato il vento! È stato il vento!

Chi sia stato non è possibile saperlo. Gli antichi avrebbero detto il destino. I golosi invece attribuito la responsabilità ai gustosi fichi extra di Nautria.

Ma molti se ne infischiano di saperlo. A loro basta sapere, come basta a me, che di poi vissero sempre felici e contenti. Come sarebbe d’obbligo per gli umani, ma che a causa della loro dabbenaggine è raro abbiano la fortuna di vivere come potrebbero.

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