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31 maggio 2017 / miglieruolo

Franco, Gianni e Ambrogio, di professione DEUS

di Mauro Antonio Miglieruolo

*

Franco

Gianni, chi lo conosce sa quanto vale. Non lo dico perché è sempre stato dalla mia parte, per il tanto che mi voleva bene, come un padre. Lo dico perché, con tutti, si è mantenuto nell’onestà vera di una autentica amicizia; o, se del caso, forte inimicizia. Lo affermo per averlo visto all’opera, sempre a fare la cosa giusta, a sostenere aiutare; o a bastonare (sempre se del caso). Tirava certi cazzotti, Gianni! Ma questo non lo sostengo solo io, glielo riconoscevano tutti. Uomo stimato, Gianni; almeno stimato, se non pure benvoluto.

Però, che rompicazzi!

“Ah! quel Gianni! Ce ne fossero come lui!” si sentiva di frequente esclamare.

Sì, sempre che non gli prendesse fitto, come gli era preso con me. Una balia, a volte mi sembrava. Una balia e un persecutore. Non s’era messo in testa che avevo qualche forma di anemia e bisognava mi facessi vedere? Da uno competente, certo, uno sicuro, non un medico sparacazzate come tanti. Uno bravo, uno come diceva lui.

“Conosco io uno,” faceva. “ti rivolta come un pedalino”

Ed io, sissì, come no, parlane con mamma… Ne aveva parlato con mamma e mamma s’era fatto venire l’infantioli.

“Su mio figlio non mette le mani nessuno,” ululando. Ma in un modo, in un modo che Gianni stesso s’era messo paura.

“E che è il modo di fare questo? Che ho detto in fondo? Mica che ha l’AIDS!” Naturalmente aveva lasciato perdere. Aveva dovuto lasciar perdere…

La stessa identica storia con i bumbumifici. M’usciva il sangue dalle orecchie, m’usciva. Reggevo non più di cinque minuti e cadevo a terra svenuto. Troppi decibel per il mio plesso solare, per le ossa, la circolazione e l’apparato uditivo. La seconda volta che m’avevano dovuto portare fuori a braccia, lui, il Gianni: “Ma quando rimorchi tu? Mai rimorchi!” guadagnandosi un bel liscibus da parte di mamma. Senza urla, però, questa volta. Semplicemente constatando. Un pochino anche sul compassionevole. Quel Gianni tanto considerato, non capiva proprio niente.

“Uno bello come mio figlio? Non ha bisogno di rimorchiare. Solo di stare attento chi l’avvicina …”

Lui non aveva badato a quel singolare “attento”. Io m’ero guardato bene da indurlo a farci caso.

Per ultimo, per ripicca? Per avere l’ultima parola? s’era messo i testa, mannaggia!  ch’era opportuno, anzi necessario, mi sposassi. Sebbene gli avessi detto più volte “piantala!” non ne voleva proprio sapere di piantarla. Aveva iniziato la solfa, e un si-do finale non c’era modo di farglielo pronunciare.

Era il suo limite quello, il non sapersi fermare. Intelligente quanto si voleva, ma quando si metteva in testa una cosa, anche quando diventava evidente che con quel suo insistere danneggiava piuttosto che favorire, bisognava arrivare vicino a ammazzarlo per indurlo a stoppare. Io poi tante cose nemmeno gliele potevo spiegare. Solo tentare di chiarire che quel che mi chiedeva era il peggio si potesse a un uomo. Sposarsi, mio Dio, nessuno dovrebbe!

“Ma quando ti decidi!” sospirava ogni volta che sedevamo uno di fronte all’altro al Bar Sport, dove consumavamo le nostre malinconiche finte entusiasmanti vite da perditempo, campioni di Tresette, birre e caffè a fiumi (non io), nonché occhiatori frustrati di manze superne che passavano ticchettando con ritmo evocativo sui loro tacchi alti minimo 18 (dei trampoli adoperavano, dei trampoli, mica scarpe); senza per altro degnarci di uno sguardo. Capitava anche ci andasse, a tempo perso, di manifestare sfegatata passione per la squadra di pallone cittadina. Nulla di serio, i soliti annoiati amanti del calcio che non capivano niente di calcio. Oppure discettare di auto, le uniche carrozzeria in grado di attirare la nostra attenzione con altrettanta intensità che quella delle ragazze. Anche qui senza capirne molto. D’auto e di ragazze. In compenso tiravamo avanti. Le giornate passavano e noi illusi di averle vissute. Ma guai a dirci, detto dal prossimo o dai noi stessi, che la nostra era vita, ma mera sopravvivenza, diventavamo delle belve, diventavamo.

Gianni penso credo opino che, pur non lasciandolo trapelare, in qualche modo doveva essersi reso conto che quella nostra vita non era cosa, troppo squallida per avere senso, specialmente per me, che, giovincello com’ero, tenero virgulto, una che si impiccasse sposandomi ancora forse la potevo forse trovare. Lui no, lui galoppava verso i sessanta, non aveva alcuna possibilità, spiantato com’era, di accasarsi. Passano gli anni, argomentava, si fa presto ad arrivare ai miei sessanta, chi mai allora mi avrebbe voluto? I genitori erano vivi, mi mantenevano, avrebbero aiutato anche l’infelice futura sposa, tutti contenti, quindi. Fossero mancati prematuramente, che fine avrei fatto? Quella del barbone. Le tortorelle tenere tenere, quelle capaci di tubare effettivamente e positivamente, a quel punto, senza l’appoggio dei miei, non m’avrebbero degnato nemmeno di un’occhiata.

“Senti a me” faceva. “Approfitta subito delle momentanee tue belle speranze, del pasto caldo e il letto assicurato, è l’unica, credi, ma ti devi sbrigare, prima che sia troppo tardi. La morte non guarda in faccia nessuno.”

Un giorno che stavamo seduti uno di fronte all’altro, al solito di tutti i giorni, il tavolino quadrato sistemato abusivamente sul marciapiedi a goderci il panorama inarrivabile di erranti culi cosce zinne in migrazione, lui un bicchiere di birra davanti, io uno di acqua minerale, non gassata naturalmente, si accorse che non bevevo e iniziò a dare i numeri.

“Perché non bevi? E che ti prende amico, sempre più strano mi diventi! Donne no, birra nemmeno, vino vade retro satana, l’acqua a marcire nel bicchiere, ohhooo, amico, AMICO! Sei tutto storto, sei…”

“Non c’è vitamina B12, dentro l’acqua,” obiettai. “Non bevo acqua non dinamizzata con vitamina B12. La voglio piena di vitamina B12 e pure con un pizzico di corcino vegellato.”

“Cosa?

“Corcino vegellato.”

“Ah!” fece. L’espressione tutto un programma. “Non lo sapevo”.

“Non posso vivere senza vitamina B12… senza additivi vegellati.”

“Già,” fece. Poi, ripensandoci: “Non è che sei in vena di supercazzole, per caso? Perché se così fosse…”

Non stava minacciando. Peggio. Stava avvisando che era in procinto di esplodere.

“Bevo solo l’acqua che mi prepara mammina,” confessai. “E bibite a basa di latte di mandorle. Acqua di mandorle a fiumi. Non te ne sei accorto?”

“Come potrei? Sono anni che non bevi altro. Questa dell’acqua però non la sapevo.”

“Mi son dovuto contentare dell’acqua, oggi. Estratto di mandorle non l’avevano…”

Si placò. Tornando a quella che era la sua ossessione. Forse perché avrebbe voluto accasarsi lui, aspirazione segreta, non aveva trovato però nessuna se lo raccattasse; insisteva con me. Uno che una donzelletta decente, prima o poi, avrebbe finito con il trovarla.

“E d’una bella manza non ti contenteresti?”

“Non rompere, Gianni…” risposi seccato.

Stava diventando una vera ossessione quella di maritarmi. Ma che gli importava alla gente? Che gliene veniva a lui e agli altri se mi accasavo o meno? Per Gianni si trattava, ritengo, di obblighi che riteneva connessi all’amicizia, al ruolo protettivo di patrigno che si era dato, il volere il mio bene, liberarsi dal complesso d’avermi trascinato nell’insensato pigro quotidiano che pativamo entrambi con grande letizia.

E Gianni:

“Bevi, almeno! perché non bevi?” ed io:

“Non rompere Gianni. Sembri una suocera.”

Sostantivo speciale quello. Metteva immediatamente a tacere chicchessia. Non c’era nulla di peggio al mondo. Salvo incorrere nel sospetto di avere, come dire, inclinazioni non in linea con i gusti della maggioranza. Ci tenevano un sacco dalle mie parti, d’allinearsi a quei gusti, non sono mai riuscito a capire il perché…

Persino nei mei confronti, dato che non davo retta a nessuna, era sorto il sospetto non fossi del tutto in linea. Tanto da indurre qualche sospetto, perché mi frequentava, persino nel collaudatissimo etero Gianni. Secondo qualcuno sia Gianni che io non la raccontavamo giusta. E che ci facevamo tutto il santo giorno stravaccati al Bar Sport a guatare (o fingere di guatare) le bellezze locali che passavano (e ripassavano proprio per farsi notare)?  Anche Gianni, che pure mi conosceva, data la mia insistenza doveva essersi messo qualche analoga idea strana in testa. Ricacciava sì indietro le maldicenze, mostrando i pugni se necessario; ma poi, in camera caritatis, qualche dubbio, pur mantenendosi sull’allegro scherzoso, lo lasciva trapelare anche lui. Sfottente e strafottente, opportunamente ghignando, chiedeva, una faccia da schiaffi ch’era tutto un programma, nel mentre che si strofinava il lobo dell’orecchio destro:

“Non è che prima o poi ci riservi qualche sorpresa, no, vero?”

Lui però la prendeva con calma. Erano gli altri, parenti e amici, a fare gli scalmanati. Gli zii, ad esempio. Tremendi.

“Cavolo, hai quasi trentanni, che aspetti? Sempre a ricasco della famiglia vuoi stare?”

“Vivo con niente zio. Vivo con niente zia. Mi faccio bastare il sussidio di disoccupazione.”

Lo stesso con i cugini, fratelli e sorelle e vicini di casa. Solo papà e mamma non mi facevano certi discorsi. Quando la conversazione scivolava “casualmente” sul matrimonio si limitavano a manifestare qualche imbarazzo. Spavento, persino. Comunque tacevano. Anche loro, ritengo, avrebbero voluto mi sposassi. Ma sapevano che non mi conveniva. E poi io non volevo, miodio sposarsi? A far che? una fifa boia.

“Figlio mio, figlio mio!” non faceva che esclamare la vecchia, piagnucolando. Ero la luce dei suoi occhi. Mi guardava e lacrime le rigavano le guance. Che destino crudele, il mio. Proprio infame. Nascere su un pianeta come Sirio 32esimo!

Per la verità solo la nonna non creava storie. Nonostante non sapesse, papà e mamma dei “contrattempi” relativi non gliene avevano parlato (detto per altro a nessuno); apprezzava comunque la mia ostinazione a restare scapolo. Era per principio contraria al matrimonio, sposarsi è un po’ come morire, diceva. Con un coniuge al seguito a importi continui compromessi, come facevi a goderti la vita?

“Non dar retta!” esortava ogni volta che era vena di buttare un po’ di soldi per ottenere un collegamento da Ganimede con tutti noi della tribù (21 familiari). C’era andata, su Ganimede, per dare un po’ di requie al suo cuore malandato. Per i cardiopatici tutto era facile, su Ganimede. A partire dalla disponibilità di un gran numero di cardiologi low cost che vi si era trasferito.

Io però puntavo i piedi, sempre più determinato a rintuzzare ogni sollecitazione, a rimandare al mittente ogni singola premura. Stavo già quasi per vincere, indurli alla rassegnazione; e già stavano tirando i remi in barca, io contentissimo della fine di tante rotture di scatole, quando comparve una certa Samantha, disgrazia mia, biondona fatale galattica, un tipo che Jessica Rabbit al paragone pareva una patata. Una che valeva tre Minetti quanto a sensualità e quattro Catherine Deneuve quanto a classe. Alta, bionda, capelli lunghi alla vita, cosce formidabili, passo fluido da pantera, tre centimetri di tacco massimo, non guardava in faccia nessuno (all’inizio, poi solo me), nonostante tutti non facessero altro che guardare lei.

Lo stesso che io, non guardavo in faccia nessuno. E sì che qualche successo con le donne potevo vantarlo, nonostante l’aspetto grigio da travet, nonostante una certa inclinazione alla malinconia, la calvizie e nessuna possibilità di vincere qualcuno in una partita di pugilato. Gracile gracile, ero. Però lo stesso, capitava che qualcuna facesse piedino sotto il tavolo. Faceva molto romantico, quel modo di comportarsi. E poi, va là, ero pure bellino.

“Vai, che aspetti?” m’esortava Gianni, sull’esasperato, un poco persino invidioso.

“Macché. Quella poi vuole sposarsi.”

“E tu non sposarti. Convivi.”

“No, quella al matrimonio punta. Di ingannarla non mi va.”

Mi guardava come fossi pazzo. Tutti mi guardavano come fossi pazzo. Ma in effetti in quel modo sentivo. Che il matrimonio non mi conveniva, il matrimonio non era per me. Che poi alle belle faraone a dirla tutta nemmeno piacevo. E come avrei potuto piccolo timoroso e pieno di brufoli com’ero? Più che altro ispirare pena, sollecitare l’istinto materno. Io però, io di Sirio 32esimo, sapevo come andavano a finire certe faccende, gli amori, le compassioni, quei loro “amore mio stringimi, sono pazza di te”. In un unico modo finivano. A schifio!

Di tutto questo mio argomentare, mugugnare o rifiutarmi al matrimonio, a infastidirli di più era proprio la sincerità. Non mi ci atteggiavo. Provavo attrazione, ma anche vera diffidenza nei confronti delle donne. Lo stesso desideravo essere buono e sincero con loro. Gli amici non capivano. Sincero che? in amore e nel sesso ogni mezzo è buono, colpi bassi inclusi. Si tratta di relazione tra adulti, vaccinati e istruiti (una laurea minimo), che c’entrava la sincerità nella guerra dei sessi? Tu prometti, se lei ci casca, amen, vuol dire che impara per la prossima volta. Io invece ero convinto che c’entrasse. Che ci entrava eccome! Almeno noi di Sirio 32esimo (ma anche quelli di 31esimo) ce la facevamo entrare. Da noi vigeva l’uso della lealtà e della schiettezza sempre e comunque. Infatti non esisteva commercio dalle mia parti. Non affari e niente finanza. Per questo Sirio era sempre in procinto di entrare in guerra con qualcuno. Pazzi, ci chiamavano. Pazzi assassini. E pensare che in tutta la nostra storia non avevamo mai bombardato nessuno. E tutti gli altri invece sì.

Dunque arriva questa tizia e subito Samantha di qua, Samantha di là, ognuno sognando di fare centro. Salvo le donne, che non gliene fregava di fare centro, ma sì di mettere alla berlina la bonona che le aveva oscurate tutte.

“Maccheviguardate! Non avete mai visto una donna?”

“Bella poi! Con quel naso, pare Pinocchio!”

“È troppo magra, troppo.”

“Ha troppa ciccia addosso, una palla di lardo.”

“Una tettona, ecco cosa.”

Macchesuperba, antipatica, cafona… guardate come se la tira…”

“Bionda slavata!”

“Civetta!”

“Stronza!”

“Puttana!”

Smisero non appena si accorsero chi stava puntando la nuova venuta. Che evidentemente con quel naso, che neanche Cleopatra, aveva fiutato giusto. Me ne resi conto anche io e cominciai ad avere paura. Perché dovete sapere che la tizia veniva da Sirio 31esimo, madrepatria di 32esimo. E questo faceva sì fossi proprio nei guai. Guai grossi. Il fatto poi che di quei guai sapessi solo io non faceva che rendere più grave la situazione. Cioè voglio dire: nessuno mi poteva aiutare.

Feci allora le due uniche possibile: sparire e fare testamento.

Sparii e feci testamento.

Gianni

Me l’ero piantata di rompere con il mio amico Franco subito dopo che la madre, una volta che capitai a casa sua, mi pregò di astenermi dal farlo di nuovo. Di insistere con il figlio con il mio monotono “sposati, sposati”. Avevo già allentato la presa, ma le parole della povera vecchia, estinsero ogni mia residua velleità in merito.

“La prego, Signor Gianni, non dica più al mio ragazzo che dovrebbe sposarsi. Non è bene mettergli certe idee in testa.”

Trasecolai. Ma come, non era desiderio di tutte le mamme che il figlio si sistemasse? Possibilmente con una buona ragazza scelta da loro?

“Ahaaa! Non si preoccupi. Franco sembra impermeabile  a certi discorsi!”

“Dio sia ringraziato! Dio sia ringraziato!”

Trasecolai di nuovo. Trasecolai di più.

“Però devo dire,” feci testardo e ottuso come sono sempre stato; “devo dire che un certo interesse negli ultimi tempi verso qualcuna lo ha mostrato.”

“Si? E verso chi?” incalzò già tutta in apprensione.

“La nuova venuta, sa? Deve certo averne sentito parlare? Una certa Samantha, bellezza esotica, sembra esserci del tenero tra loro. ”

Non rispose. O meglio rispose scoppiando in lacrime. Si asciugò le lacrime e chiese, speranzosa:

“È sicuro? Sia sincero con me, Gianni. La prego, è importante…”

“Beh, insomma, sicuro… come si può essere sicuri di certe cose? In amore si sa, tutto è aleatorio. Le cose sembrano incamminarsi in una certa direzione, sguardi fugaci, flussi di empatia, posture del corpo… poi ecco che succede qualcosa e tutto procede in tutt’altra direzione.”

Riprese a piangere.

“Dalle loro parti…”  si interruppe per soffiarsi il naso. Capì che non capivo, non avevo gli elementi e quando riprese a parlare fu per interrogarmi. “Lei non sa, vero, di Franco? Che non è nostro… che è stato adottato…”

Se n’era parlato. Non avevo voluto crederci. Credendo che la diceria fosse nata per spiegare certe stranezze di Franco. Comportamenti borderline, a essere sinceri.

“E sa anche,” prosegui la poveretta, “che si tratta di un alieno proveniente da Sirio. Esattamente Sirio 32esimo.”

Se la madre di Franco aveva giurato di mandarmi al manicomio, quel giorno fu vicinissima a riuscirci.

“Alieno? Intende tipo ET?” quasi cadevo sulle mie stesse parole.

“Qualcosa del genere. Voglio dire, morfologicamente è umano, più che umano, ma non da coloni originari della Terra. È un indigeno, capisce? un nativo… Sa cosa vuol dire?”

Annuii. Voleva dire guai, grossi guai. L’anno precedente eravamo stati sul punto di entrare in guerra con Sirio, i siriani a un pelo dall’essere dichiarati “paria”, nemici ufficiali. Per fortuna gli alti ufficiali e ai governanti avevano  propinato dosi massicce di bromuro e la faccenda era rientrata. Ma essere nativo di Sirio, mai avrei immaginato ce ne fossero sulla Terra, costituiva comunque un grosso guaio.

Comunque non era a quel tipo di guai, guai bellici, a cui la signora alludeva. Il tipo di problemi che sorgono in certi casi. Singole e doppie cittadinanze, passaporti, immigrazione, extraterritorialità, pianeta sfavorito ecc. sul piano burocratico la famiglia era abbastanza solida da riuscire a trovare in merito un accordo ragionevole con qualunque governo. Doveva trattarsi da qualcosa d’altro. Qualcosa che era in procinto di rivelarmi quando il prode Franco scelse quel preciso inopportuno istante per rientrare in casa.

“Olà, Gianni. Qual buon tempo?”

“Quello che spirava stamattina dalle tue labbra. Non sei stato tu a dirmi di venirti a trovare alle cinque?

“Eheee! Ma che permaloso! Me ne sono dimenticato, ecco tutto.”

“Io no di mandarti affanculo e di rimandartici. Ecco tutto.”

“Suvvia, ragazzi, non litigate.”

Il tono di voce della madre, ancora incrinato dalla crisi di pianto di poco prima, non sfuggì al pur tetragono amico mio. Tetragono finché si vuole, ma un tipo a posto. Che poi a guardar bene nemmeno di tetragonia si trattava ma, l’avevo appena appreso, di una grande estraneità all’ambiente nostro. Ecco il perché di tante stranezze.

“Mamma, che hai?”

“Niente, figlio, niente.”

“Come niente? Con quegli occhi abbottati e rossi. Ehi, tu, Gianni, vuoi dirmi che cavolo è successo?”

“Non so. Stavamo parlando di te, che venivi da Siro e di Samantha… proprio di quella Samantha, esatto.”

“Ah!” fece. “Te l’ha detto che è una mia paesana?”

“Davvero?”

“Quasi una paesana. Io del 32esimo pianeta. Lei del 31esimo… della stessa razza, comunque.”

“Ah, ora capisco. Capisco tutto. Gli sguardi che vi scambiavate. Le facce che fai non appena entra e i larghi sorrisi che ti rivolge… e pure tu, si vede che non rimani indifferente, gli fai l’occhiolino ogni volta che ne hai l’occasione.”

Franco però non mi badava. Aveva tutt’altro a cui pensare. La madre aveva ricominciato a piangere.

“Mamma, ti prego…” patetico, anche lui, Franco, anche lui sul procinto di mettersi a piangere.

Un momento di pausa, poi la decisone. Una decisione che spense i singhiozzi della donna.

“Non resta che andarcene. Lontano. Il più lontano possibile. Siamo ancora in tempo.”

Strano ma l’ultima frase mi parve più una domanda che un’affermazione. Decisi che era ora anche per me di andarmene. Ero ancora in tempo. Non mi piace il manicomio. E se restavo lì sicuramente in manicomio finivo.

Ambrogio, assassino obbligato nei gialli d’antàn, consulente e Deus qui da noi,. Il miglior Deus del Cosmo.

Sempre da me finiscono le squinternate storie, gli squinternati personaggi di questo vostro squinternato mondo. Io a dover aggiustare ciò che è stato guastato. A cavar fuori dai vicoli ciechi in cui amano infilarsi gli obbrobriosi praticoni dei word processor. Con costoro faccio il bello e il cattivo tempo. Quei tipi lì non hanno scampo. Se vogliono districarsi dagli impicci che mettono su a causa della loro goffaggine, sempre a me devono ricorrere. Anche se mi schizzano, mi schifano e mi criticano in continuazione.

Uguali ai protagonisti della storia che state leggendo, non sanno essere altro che patetici, spreconi, sciapi. Pensate un po’, una così bella storia, metterla nelle mani di un DEUS! Ma un Deus, anche il più bravo (sono un Deus, non mi è concesso mentire) è solo un burocrate. Per quanto non ministeriale il massimo che puoi avere da lui (da me, quindi) è che amministri una storia, metta una pecetta alle incongruenze, non che avvii di suo una storia e la conduca positivamente creativamente al suo giusto approdo. O aggiusti creativamente e positivamente una che tu hai incasinato.

A volte questi autori, anche i meno scalzacani, mi mettono in situazioni proprio senza vie d’uscita. Ci vanno giù pesante, costoro. Tanto ci sono IO, Deus dei Deus, a mettere a posto le cose. Fortuna che non sempre si tratta di rimettere in piedi edifici normativi crollati! A volte la mia supplenza non richiede particolare ingegno. Solo un po’ di accortezza e sano accesso alle fonti del sapere.

La consulenza che mi è stata chiesta oggi infatti non lo è. Nulla di particolarmente ingarbugliato. Tipo entrare in azione all’ultimo e da solo spacciare 105 Proci. Oppure penetrare una città assediata con un espediente che non avrebbe convinto neanche un’accolita di minchioni, figuriamoci gli accorti scafati commercianti levantini di Troia! ma che ci volete fare, ai DEUS si chiede tutto anche l’impossibile. Per il bene della letteratura noi DEUS ci adattiamo a commettere l’impossibile.

Pensato un po’ voi al sollievo quando l’intervento invece richiede quel minimo di intelligenza del quale ho parlato qui sopra. Come il caso che mi è capitato proprie ieri, portato da un cliente che in genere si mostra alla mano, ragionevole. Questo cliente, un certo  Gianni, il mio migliore, il più ragionevole, mi ha esposto il caso semplice semplice  di un certo suo amico Franco, nativo in quel di Sirio 32esimo. Ce la siamo sbrigati (me la sono sbrigata) nel giro di cinque minuti. È questo il motivo per cui gli ho applicato la tariffa minima, quella che si chiede quando si tratta di dare un semplice parere, al più accompagnato da una informazione. Io sono andato oltre, gli ho dato le coordinate per arrivare alla verità dei fatti. Guarda, amico, rassegnati, le cose stanno così e cosà; non fare quella faccia e buonanotte suonatori.

Si presentò con una espressione afflitta che era tutto un programma, portandosi dietro un cumulo di ansia, di sbigottimento e confusione che impregnò immediatamente la pagina del libro nel quale avevamo stabilito di incontrarci. Impregnò la stanza e impregnò me. A momenti impedì pure a me di connettere.

“Ambrogio, tocca a te sbrogliare la matassa. Solo tu puoi.”

“Calma, Gianni, calmati. Raccontami tutto per bene e vedrai che qualcosa ne caveremo fuori. Quando mai ti ho lasciato per strada, senza una conclusione?”

Ero il sacerdote del “The End”. Come dubitare ci fosse un caso che, per quanto complicato, si sottraesse alle mie giravolte, ai miei espedienti, alla mia logica purgatoriale?

Mi raccontò tutto, dall’inizio alla fine. Tutto quello che già sapete, più qualche particolare ridondante che gradii. Mi sono sempre piaciuti i pettegolezzi. Specialmente quando sono accompagnata da foto esplicite di questa o quella protagonista della vicenda. Ne mostrò parecchie. Uno sciupio di buone robe. Le siriani sono tra le più gradevoli tentatrici della Via Lattea.

Concluse il racconto con una notizia che sicuramente avrete immaginato, ma che bisogna debitamente esplicitare, per poter chiudere questa partita di ping pong a tre.

“Il mio amico Franco è sparito.”

“Sparito? Che significa sparito. Non è che si è semplicemente trasferito senza dirtelo?”

“Macché, m’aveva persino lasciato l’indirizzo! Quando sono andato a trovarlo però non c’era. Non ho trovato nemmeno i genitori, sembra morti di crepacuore. Da quel che mi hanno detto, lo stesso giorno del secondo funerale, quello della mammà, si è allontanato dal cimitero e a casa non è più tornato.”

“Temi un suicidio?”

“Occavolo, sei tu il DEUS, tu devi ipotizzare la causa più ragionevole…”

“Ah, vuoi la ragionevolezza. Avrai la ragionevolezza. Ma intanto dimmi, e la polizia?”

“La polizia se ne infischia.”

Non si trattava di infischiarsi. Loro hanno capito, io pure, Gianni no. Non a caso non era andato a consultare l’Enciclopedia Galattica, che era l’unica per uscirne. Non sarebbe venuto da me, altrimenti. I poliziotti inece lo avevano fatto e deciso non si trattava di un fatto criminale, solo etnico; per cui si erano comportati di conseguenza.

Al contrario di Gianni, io la prima cosa che feci, consultarla. Subito dopo gli chiesi della Siriana, la Samantha che m’aveva descritto come una sorta di ottava meraviglia del mondo. Nonché dimostrato con immagini adeguate come effettivamente lo fosse.

“La tipa, l’hai vista?”

“Come no.”

“E?”

“Vive sola, sorride molto e ha moltissimo da fare, considerato che ha già una mezza dozzina di figli e continua a sfornarli al ritmo medio di circa uno al mese.”

Ridacchiai. Divertito. Posso essere un tipo cinico se voglio. E se il racconto lo richiede. Cinico e anche crudele.

“Lo sai come viene comunemente chiamato il pianeta di nascita della siriana?”

Non lo sapeva. Non era andato oltre la nomenclatura scientifica. Che senso aveva interessarsi ai nomi comuni dei pianeti, la maggior parte dei quali non fornivano vere informazioni sulla natura di quel pianeta e dei nativi che l’avevano civilizzati?

“Beh, te lo dico io. Mantide, viene chiamato. Dal nome della razza  intelligente di bellissime donne che l’abita.”

A lui non disse nulla. A me aveva detto tanto. Lo disse anche a lui, quando glielo spiegai per bene.

Non voleva, ma fu costretto a capire.

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