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23 dicembre 2020 / miglieruolo

PIETÀ L’È MORTA – racconto di Natale

Di Mauro Antonio Miglieruolo (Mastrangelo)

Avevo appuntamento con Signora Morte, la spietata che alla 4 o alle 5 del mattino viene a trovarci, a meno che non sia tu ad anticiparla e, svegliandoti, provvedere a neutralizzarla con una qualsiasi occupazione. Signora Morte è un tipo strano. Agisce a caso, pianifica, estrae a sorte, usa e abusa, ma di fronte alla volontà di continuare se la fa sotto. Gli occorre molta fatica per ottemperare.

Quella specifica mattina del 24 o 26 dicembre, non ricordo bene, mi alzai alle cinque richiamato ai miei doveri di colitico iperbolico per aver tempo di operare la debita decina di scariche e avere nello stesso tempo agio di prepararmi, mettere la capsula del caffè nell’apposita macchinetta, scaldare il latte di mandorla (uso latte di mandorla al posto del latte vaccino), ingollare il tutto e recarmi all’aeroporto in tempo per un check-in (Dio mi perdoni) antelucano. Intasai per bene le fogne, una rapida doccia e fui pronto per la corsa affannata per raggiungere la base di partenza. Metrò, navetta, fila al check-in (Dio mi perdoni), aereo…

Scesi che ancora non albeggiava. Cinquecento metri oltre il portone di casa l’imboccatura del metrò. Due rampe di scale e fui nell’underground (Dio mi perdoni) della Capitale. A quell’ora niente folla, niente elemosinanti, musicanti, partofoglianti, ma una serie ininterrotta di vagoni che arrivarono con la solita discrezione. Dai finestrini non scorsi che gente assonnata e scocciata. La vita poteva essere parecchio dura per certi suoi militanti. Non era solo in conseguenza della storica distinzione tra uomini e caporali, c’era la somma delle nequizie di una organizzazione sociale costruita apposta per produrre avidità e noia a un polo e infelicità e penuria all’altro. Eravamo nel periodo d’oro della abbondanza e della carestia perpetue. Sì, davvero, bisogna ammetterlo, pietà l’è davvero morta.

Nel vagone in cui mi immisi alcuni pendolari che pencolavano pure loro e null’altro. Null’altro, per dire, degli individui che di solito l’affollavano, casalinghe, impiegati, professionisti, alunni e altri sbandati vari. Invece capocce gettate all’indietro o che tendevano a reclinare, bocche semiaperte, ma nessuna convinta di dover tenere gli occhi aperti. Salvo io. Cioè uno che fugge costantemente l’appuntamento con signora morte. Perciò bisogna si dia una regolata. Me la sto dando scrivendo.

“Eccola!” pensai non appena seduto, colto da un forte capogiro, il cuore che s’era messo a fare i capricci. “Eccola che viene.”

Sbagliavo, gli somigliava solo. Non si trattava di signora Morta, la Eccellente, ma di una modestissima bonona di circa 70 chili con l’osso, formidabile arma impropria, alla quale bisognava dare atto, bastava un’occhiata all’espressione, che non aveva minimamente intenzione di nuocere. Se nuoceva, accadeva suo malgrado. Con quelle chiappe impossibile non far peccare il prossimo. A meno di non imbracarsi in una bara di stoffa nera e trasformarsi in uno spauracchio per ragazzini. Non era meglio e più giusto fosse il prossimo a contenersi? Brame, pensieri, azioni… sì, giusto effettuare il salto di civiltà.

Sedette e guardò insieme a me le teste dominate dal sonno. Una sola se ne stava piegata in avanti, le braccia sulle ginocchia, quasi non ne potesse più, e non ne poteva.

“Lo stesso pure io, uguale,” dichiarò. E concluse: “Per settecento euro mensili.”

Mi sembrò avesse detto tutto quello che c’era di dire, abbastanza no? Ma c’era dell’altro. Lo enunciò tranquilla, come una più che rassegnata, consapevole che in quel modo andava la vita. Bisognava solo aspettare l’occasione giusta per sottrarsi al peggio. In un certo senso, si trattava di correggerla. Proprio come operava, per lo più vanamente, signora Morte, costantemente in attesa della sua ora, nella quale poter saltare addosso a questo o a quello e così rettificare quello che considerava il grande errore chiamato vita. Con la differenza che l’essere umano al mio fianco lavorava alla buona e a proprio beneficio; e il disumano mal descritto come scheletro, e però immagine stessa dell’abbondanza, caveau e caveau pieni di quattrini, quello che a buon ragione consideriamo con diffidenza, lo faceva con accanimento e a esclusivo maleficio del prossimo.

La bonona non si contentò del tanto esplicativo già fornito. Da buona coprotagonista pretese ed acquisì il ruolo ch’ero stato tentato di negarle. Quello di deus-ex-machina di quella specifica parte del racconto.

“Con le mani dell’avvocato sempre addosso,” insistette a spiegare; “e me costretta a imparare a essere anguilla per risparmiarmi un poco. Le sembra cosa?”

Già, già, così vanno le faccende di questo mondo. Purtroppo. Guatai la bella. Fortuna andassero in quel modo, suggerì un demonietto, o demonione, come vi pare. Quasi quasi…

“Si offende se…”

“Certo che sì!”

“Come non detto allora.”

Tornai alle teste la cui posizione aleatoria continuava a colpirmi spiacevolmente. Teste non piene della sola stanchezza necessaria, ma anche delle tante disdette che non la vita, ma altri viventi riservavano loro. La fatica del lavoro spesso era l’ultima contingenza a pesare. Molto più contava, immagino, doversi alzare sei o sette ore dopo essersi coricati. E dopo aver viaggiato per cinque o sei per raggiugere la maledetta sacrosanta postazione di lavoro e averne trascorse altre 10/12 al chiodo, con gente che ti sbraitava dietro, ti controllava, criticava e contava i minuti che passavi al gabinetto. E per di più essere accolti con frasi del genere:

“È la terza volta questo mese che arrivi in ritardo. Oggi uscirai un quarto d’ora più tardi, per compensare. Non credere però di poter continuare… non qui certamente.”

Avvicinai il poveretto.

“Ehi, tu! Perché sempre in ritardo?” ma sorridevo adeguatamente chiedendo.

Non mi badò. Nessuna gentilezza gli era avanzata da elargire. Grato comunque per averlo sollevato dal torpore mattutino, offrì una caramella alla menta. Buona per rinfrescare la bocca e scacciare i morsi del sonno e della fame.

“È il più che mi posso permettere. Un lusso di caramelle.”

Ghignò. Ghignai con lui. Niente autocommiserazione nel tono, ma volontà di leggerezza. Segretamente sapeva che, prima o poi, tutti i nodi sarebbero venuti al pettine. Intanto però era tutto nel nodo suo, precario di scarse pretese. Era nella fretta e nella mancanza di provviste. Probabilmente aveva omesso la prima colazione. Frugai nella valigetta che mi trascinava con sé, in giro per l’Urbe e oltre l’Urbe. Un thermos e una brioscia. Mannò, che fa… risposi con il mio sguardo speciale da: non fare lo stronzo. Vabbé, grazie…

“No,” lo contraddissi. “Niente grazie. Le tre grazie, semmai.” Strizzai l’occhio. Si ricordasse di ringraziare con quelle tre parole il suo proprio datore di miseria, all’arrivo.

“Sa,” rispose il maleducato masticando e bevendo. Non tra un boccone e l’altro. Con il boccone in bocca. Stava vicino alla destinazione. Secondo lui doveva sbrigarsi per restituire il thermos. “Sa quanto mi dà al mese, ogni volta ricordandomi che se non mi sta bene ne trova altri mille disposti a sostituirmi per meno?”

“Settecento,” azzardai, memore delle confessioni della meravigliosa clone di signora morte, nemica della signora morte. Quanto la prima ammazzava, tanto la seconda profumava e revitalizzava.

Non ebbi tempo di ricevere la risposta. Evocata dalla citazione, sulla scena irruppe l’inevitabile prolungamento del siparietto di poco prima. La figura massiccia di un marito infuriato. Che prese a menare pugni all’impazzata.

“Ehi tu, stronzo carogna maledetto, ti faccio a pezzi, figliodiputtana, prendi questo e questo e questo. E questo. E ancora questo.”

Fortuna non fossi io il destinatario di quei pugni, altrimenti mi sarei ritrovato polpette per usignoli. Si sfogava con l’aria, l’energumeno. Con una figura aleatoria che faceva da cuscinetto tra lui e l’inevitabile ergastolo. Fummo tutti d’accordo si calmasse. Anche la moglie, che venne meravigliosamente ancheggiando, con tutta l’autorità che le curve e il solito dispotismo femminile le concedevano. Tant’è che non solo l’uomo si calmò, ma anche i bollenti spiriti degli astanti.

Anche perché il ronfo inopportuno di un più che sonnecchiante arrivò giusto in tempo per spoetizzare. Tutti ridotti a più miti consigli. Tutti per lui, in attesa di un secondo ronfo e della possibile orchestra che avrebbe potuto dovuto scatenarsi. Scatenamento che la donna non permise. Andò a scuotere leggermente il tizio per una spalla. Un impiegatuccio probabilmente, di quelli che riuscivano, beati loro, a mettere sempre insieme il pranzo con la cena.

Il tipo, fisico acconcio alla funzione, magro, mingherlino, guance incavate, si svegliò con un “oddio” e un “dove sono” che ancora mi prendono alla gola. Non andava al lavoro lui, ne tornava. Dopo una notte di infausti straordinari, debitamente non pagati. Fu la prima cosa che disse. La vergogna (vergogna delle genti) di quel direttore d’Agenzia. Ricatti e sempre ricatti. Quella era la vera Mafia. Ti ribelli e ti cacciano a calci. La peggior lupara bianca esistente al mondo. Un licenziamento, salvo che per chiusura dell’azienda, è sempre senza giusta causa. Il poveretto, dal basso dei suoi 150 centimetri, 45 chili inclusi gli abiti e le scarpe, aveva osato protestare ed ora senza stipendio e senza lavoro.

E la pietà, chiese con gli occhi, dove alberga la pietà?

Ci parlammo in questo modo, con gli occhi; entrando io nella sua psiche e lui nella mia distorta di scrittore alle prese con un racconto breve che recalcitrava all’idea medesima d’essere breve. In ogni modo e maniera tentava di allungare il brodo, con me che tanto mi vanto di non permetterlo e vanamente tento di frenarne l’ardore. Sappiatelo, i racconti non hanno pietà, convinti che a loro spetti il mondo. Non pietà per i lettori, dei quali spesso si fanno beffa divertendosi a prenderli in contropiede; né per gli scrittori, persuasi che da quest’ultimi discendano tutti i loro problemi; quando invece è lo scrittore a dipendere da loro.

Lo avevano licenziato in tronco, altroché, il poveretto. Ma come? Licenziato e dormi? In un profondo ronfante dal quale sei emerso in virtù della pietà d’una donna?

“Dormo,” rispose a voce, affinché tutti sentissero; “dormo perché da sveglio penso solo a come ammazzarmi. Incerto se usare il veleno, il gas, no il gas no, mi correggo, potrei danneggiare i vicini; allora l’alternativa è che mi butti dalla finestra. Così, capite, molto meglio se dormo!”

“Cavolo! Ma è Natale!”

“Si muore anche a Natale.”

Non aveva pietà di sé stesso quel tipo?

“Non hai pietà per te stesso, tipo.”

“Certo che ce l’ho. Dormo apposta, per avercela. Per non pensare al peggio che potrei combinare. Peggio che ammazzarmi.”

“E cioè?” ingenuo sottoscritto, ingenui personaggi, ingenuo lettore e critico in punto di penna già pronto al sogghigno. Quanta banalità in questo “e cioè”. Cazzo d’un autore non sai trovare di meglio, sviluppo più agile e brillante? No, non so, e neppure provo a cercarlo.

“Sparare in bocca al dirigente che mi ha cacciato.” Continua il tipo. “Anche per questo dormo. Per fuggire tali pensieri. Tale possibilità.”

A quel punto, capite, capii la ragione del titolo che mi aveva indotto a iniziare quest’indegno racconto. E accompagnato passo passo fino all’ epilogo.

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