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25 febbraio 2021 / miglieruolo

Requisitoria di YAGO contro YAGO

di Mauro Antonio Miglieruolo

Come debbo chiamarla, Signor Mio? Mio Padrone e Mio Castigatore? Debbo col nome proprio all’Eccellenza Vostra, o con quello ben più alto di Eminenza? Oppure con il sublime insito nel titolo Sua Santità? No, lo vede bene, quest’ultimo non le si addice, quantunque quale mero augurio non dovrebbe offenderla, né turbarla… non dovrebbe e invece la turba… perché, Reverendo? Crede forse voglia prendermi gioco di lei? No, mi creda, non è questo; al contrario, è di me stesso che mi prendo gioco. Della mia paura, che vorrei esorcizzare scherzandoci sopra, dell’affiorante servilismo… è stupido, lo so, ma la paura rende tali, rende stolti, balordi… incapaci di intendere il senso autentico delle cose, e le motivazioni delle parti in causa, e l’inutilità di blandizie scontate e, all’opposto, la convenienza di non motteggiare, neppure nell’apparenza, con l’occulto delle mire d’un uomo, di qualsiasi uomo… al tempo, d’accordo, vengo alla necessità di questa solenne cerimonia, al chi sono, quali sono stati i miei peccati, le generalità e tutto il resto… imprigionato nell’insipido ordinario della giustizia, nei suoi contrassegni insensati, costretto nella camicia di forza d’una identità irreale, astratta, fatta di parole, il nulla del nome e cognome, il numero degli anni, chi furono i miei e se sono vivi o morti… buona stratagemma, questo, per avvilire ulteriormente il reo… allontanarlo dalla realtà della carne e del sangue… sottrarlo alla sua umanità… cosicché non a un umano si impone un certo carico di dolore, ma a un nome, un numero, un concetto… ma sì, sì, non mi incalzi, Signor Inquisitore… vuol sapere di me e lo saprà… il nome, cognome e tutto il resto… la mia vita e il dove e come l’abbia fin’ora condotta… dove vuole l’abbia condotta, Signor Mio, considerato il mio annoso mestiere di soldato? Su una nave, tra tanti disagi, e molteplici pericoli… al servizio della Repubblica, a cui ho offerto, in cambio di un tozzo di pane, la salute, la libertà e persino la vita… noto che s’infastidisce per questa mia ingenua risposta, ed ha ragione, bisogna mi rassegni al distratto abitudinario di ogni cerimonia, di questa cerimonia, che deve pur essere svolta; le domande di rito, insomma; l’ammettere come ignoto quel che è noto, è lasciare una traccia scritta della finzione, di quel che non è stato vissuto, ma solo sanzionato… io però desidero andar oltre la convenzione e presumere si possa inserire un di più nelle domande… che si possa unire alla noia dell’incarico almeno il decoro dei propositi… o quantomeno che questa dignità possa essere ammessa nelle risposte. Un aggravio di parole non nocerà all’istruttoria, se mai la renderà più ampia e significativa. Una parola di più e non una di meno, dovrebbe essere il motto di qualsiasi inquisitore il quale appunto attraverso le singole parole, edificando su di esse, costruisce castelli in aria di apparenze e fortezze di congetture… lei vuol sapere di me quel che nessuno sa, e mai ha cercato; chi realmente sono, e perché fui, e perché mi dibatto nell’attuale avvilente condizione… legato, lacero, sporco, affamato, pieno di pidocchi… eppure con qualcosa dentro, una fiamma gelida che silenziosamente mi consuma… la incuriosisce, questo, eh? Lo trova insolito, straordinario… e vorrebbe le fornissi la chiave per entrare nel mistero, la solennità di un imputato che offre a sé stesso vigore tramite la veemenza della imputazione medesima… vuol sapere molto, il sapere più vero, quello che sta dietro le cose, dietro persino le intenzioni; questo però esige una disponibilità a svelarsi a sé stessi cosa che non è da tutti e chissà, forse non è nemmeno in lei! … Chissà se la troverò disposta a scendere dal suo scranno e mettersi alla mia medesima altezza, nel nostro vero, l’uno di fronte all’altro, uomo contro uomo… ben disposto a vedere in me il simile, e a vederlo con intensità… ma, se lei non è pronto a guardarsi, cosa potrà mai vedere in me, umano, piccolo, meschino, eppure (non lo sostengo io, l’ho sentito dire), eppure fatto a una Immagine e a una Somiglianza… cioè a dire, la base da cui tutto si diparte, ogni individualità, ogni differenza… chiunque non sia disposto a svelarsi a se stesso, ad ammettersi, e compiangersi, mai potrà supporre il proprio simile… dubito io stesso di poterci riuscire, convinto di doverlo fare, non convinto di volerlo fare… dubito che riuscirò a entrare in quei riposti meandri, dove il tortuoso dell’anima, non dell’anima mia soltanto, accusato come sono delle peggiori nefandezze, ma di tutte le anime, anche quelle non accusate, ma colpevoli, cioè no, responsabili comunque… dove il tortuoso dell’anima si erge feroce contro ogni aspirazione alla purezza, alla completa sincerità dell’abbandono… la dissimulazione, l’autoinganno insito in ogni proposito umano è pronto a colpire a tradimento: pronto a sviare persino chi si appresta, con tutta la sua buona volontà, a non lasciarsi colpire… e qui per esempio mi viene da chiedermi se lei, proprio lei Eccellenza, che con tanta forza di persuasione chiede, e con mezzi tali che è impossibile negarle assenso, che davvero voglia mi sveli, che le faccia intendere quel che ci sarebbe da intendere. Sì, vuole? è convinto di dover spremere da me quanta più verità sia possibile? più di quella stessa che immagino di poter donare? Sì, sì, è ragionevole questo, che lei aspiri al modo proprio della completa sincerità, indotto dal suo infelice dovere… Ecco, allora, se così è, permetta che inizi a mia volta con una domanda. So che qui le domande è lei a formularle, ma pazienti, non si tratta di un’eccezione che le chiedo, ma di consentirmi di indirizzare l’interrogatorio sul terreno più proprio ai suoi medesimi fini (se questi fini sono la profondità e la spiegazione); formulerò proprio la domanda che renderà impossibile tergiversare… nonostante le tante incertezze e le molteplici complicazioni (sono o meno colpevole? ho materiale sufficiente per costituire una degna e soddisfacente confessione?), mi avventurerò ugualmente a formularla… con la mia domanda non solo imprigionerò le risposte, ma mi costringerò a fornirle quella maggiore che presiede a tutte le risposte, l’insolente corpo d’una questione che racchiude il senso medesimo dell’essere uomo e umano.

Chiedete perché la definisco “insolente”? Perché suona, e lo è, come un rimprovero, uno sberleffo, come il crudele disvelamento di quella rete di vanità e automortificazioni che l’intera umanità, che anche noi due, in questo chiuso e tetro sotterraneo, oso ipotizzare, consideriamo essere il vero scopo, il vero senso della vita…

Eccola la domanda, Signor Inquisitore: conosce il significato di una esistenza senza amore? senza stima di sé? Senza rispetto? Senza neppure un brivido e un’emozione? Vissuta nel freddo dei pensieri e basata sulle convenienze e sconvenienze?

Ascolti, Signor Inquisitore, lasci perdere, non citi invano il nome del suo Dio, sappiamo bene ambedue quanta diligenza abbiamo adoperato per tenerlo distante, neutralizzandolo dentro un bozzolo di belle parole; io mi contenterei di molto meno che del Suo Amore; parlo del mio piccolo, Signor Inquisitore, della mia capacità di identificarmi con il mondo, d’essere grato a questo mondo d’avermi accolto; parlo di quel tipo di emozione che perdura anche dopo essere usciti dallo smarrimento per la divina bellezza di un paesaggio, o aver voltato le spalle alla sfacciata offerta di un fiore (ah, sì, la sua propria bellezza! La sua innocenza! I suoi colori…); parlo del risveglio (o è un addormentarsi?) che segue all’incanto delle toccanti note d’una musica notturna… sa lei di questo? Certo che sì! Che domanda! Non vi è uomo che non l’abbia provato. Non vi è donna che non l’abbia gradito. Nel deserto della vita queste oasi sono frequenti. Altrettanto frequente il nostro non far caso, voltar le spalle e procedere oltre. Oltre per un dove avvilente che è soltanto il pervicace, autolesionista affrettarsi verso la morte. Siamo oberati dai troppi da fare, dalle troppe questioni in cui amiamo smarrirci, dei troppi impegni, delle troppe ambasce per dare sufficientemente retta… e pensare che questo insieme di vanità, di avventatezze, di precipitazioni e deliri noi lo chiamiamo vita!

Orsù, Signor Inquisitore, non si arrabbi, non sto menando il can per l’aia, mi creda… è che dopo tanto occultare vorrei, giunto alla fine, indagando e sviscerando, almanaccando e approfondendo, acquisire quel poco, quell’infinitesimo che mi autorizzi a confessare a me stesso che tutto questo non è stato inutile, tutta la pena che mi sono dato, le pene che mi sono inflitto, l’affanno silenzioso prodotto e che ho cercato di scaricare sugli altri, tutto la montagna di errori e orrori accumulata non è stata completamente inutile; anche io ho camminato, anche io ho saputo profferire un grazie… ho tratto un frutto duraturo dal duro arido fondo della mia personale esistenza…

Aspetti, aspetti, mon usi quel truce nell’espressione che è abituato a dispensare ai poveretti impigliati nella rete dell’umana ingiustizia… eccomi, vengo al dunque, confesso… lo ammetto, sono colpevole, merito la pena già pronta e decisa… la merito non per gli atti di violenza di cui sono reputato responsabile, poiché, se pure ne sono l’ispiratore, non ne sono certo il mandante, né ho goduto dell’intrinseca loro espressione. La sofferenza fisica e il sangue non fanno parte del bagaglio delle mie personali inclinazioni… non lo dimentichi, Reverendo… nonostante il mio mestiere di soldato, non sono un assassino professionista, un boia patentato… l’esecutore crudele di sentenze da me medesimo decretate… nooo, io sono ben più in alto sulla scala del crimine… a me non si addice la volgarità, la violenza, il mediocre irragionevole dell’aggressività animale… io sono Yago, io sono Loki, io sono Lucifero… sono Yago! non certo un malfattore qualsiasi, uno di cui si debba temere l’incontro notturno… non rubo sul peso, come tanti uomini dabbene tenuti in palmo di mano… io sono il Male, Signor Inquisitore, tutta la purezza residuale che può esservi nell’Inferno una volta che sia stato trasferito in terra… rubo anime, non vite… io corrompo le volontà e le intenzioni, non l’integrità di corpi che non abbisognano del mio intervento per lasciarsi travolgere dall’incontinenza… che piccolo mestiere sarebbe il mio, allora, se tutto si racchiudesse in questo miserabile strappar di veli agli inutili misteri tramite i quali, ad esempio, si fonda l’ignoranza e la vulnerabilità delle fanciulle? Quale il mio vanto nel pugnalare un nemico vero o presunto nel silenzioso squallore di un agguato notturno? Le ferite vere, le ferite che voglio sono tutt’altre. Non provvisorie, ma permanenti. Non nel sangue lavo le mie mani, ma nel disorientamento umano e nella disperazione. Non tradire l’uomo voglio, ma indurre l’uomo a perdersi da sé stesso…

Non sarei altrimenti quel che sono, esattamente quell’antico, remoto, chissà quando, fors’anche prima che cominciassi a vivere, in cui ho formulato il pensiero perverso della mia diversità, del mio voler essere unico e inimitabile, UNO sopra tutti e tutto… Mi capisce, vero, Eccellenza? Sì, lo so, lei mi può capire, se ne intende, lei in quanto speciale non solo per aspirazione, ma anche per condizione, non troverà ostacoli per entrare nella perversa dinamica di questi pensieri… gliene parlo appunto perché la giudico capace di recepire, sia pure attraverso il chiuso della sua cittadella di convinzioni forti, qualcosa in più del comune ordinario dei mortali, resi ciechi dalle barriere del pregiudizio e terrorizzati dalla prospettiva di essere convocati ad operare acrobazie intellettuali. Lei non teme di doversi estrinsecare in tali acrobazie, le conosce, le conosce bene, le pratica quotidianamente! lei che per ripararsi dai sicuri pericoli non ha esitato, indossando una tonaca, a separarsi per sempre dagli altri mortali! Lei che ha sacrificato l’esistenza per stabilire una diversità irrimediabile! Lei come me guardato con sospetto, schivato, temuto… non siamo forse uguali in questo? Fuggiaschi dell’esistenza, Ebrei Erranti alla ricerca di una patria da noi stessi abbandonata!

Ma no, su, non se la prenda… non impallidisca di rabbia… dicevo così per dire, per darle un fruttuoso e positivo punto di riferimento… non ratifichi in questo provvisorio inizio una decisione già presa, mantenga l’illusione di una presunta obiettività che ci permetta di arrivare fino in fondo alla recita dei ruoli che ci siamo reciprocamente assegnati… mi permetta di vuotare il sacco… non la deluderò, vedrà, né con la pregnanza della confessione, né con manifestazioni di viltà e inutili preghiere… sia quel che deve essere, la condanna inevitabile… non posso, neppure voglio sfuggire al castigo che mi è stato destinato; solo che vorrei fosse per le ragioni vere, autentiche, non per quelle presunte…

Sappia, o sostituto di Dio, che aborro la fisicità… rifiuto ogni atto che abbia direttamente a che fare con il dolore, contraltare del piacere. Le mie mani sono pulite e pulito è il mio comportamento. Non sono come tanti che, pur vestiti nei panni e delle parole della misericordia, non esitano a incanaglirsi straziando le carni altrui… come saranno straziate le mie, probabilmente già questa notte, una lunga notte a cui mi farà certamente l’onore di assistere… una notte che non augurerei a nessuno, neppure ai boia che mi tormenteranno… miserabili anche loro! Quanto dovranno affaticarsi con le loro tenaglie roventi, con le corde e le ruote e il sudore della fronte, per produrre sufficiente dolore! e quanto nello stare attenti, che non gli muoia tra le mani! altrimenti domattina la Giustizia avrà solo un cadavere a cui tagliare la testa… o consumare su un rogo… o impiccare al primo albero che capiti… per ridurmi quel che sono sempre stato: un inerme miserabile ammasso di cibo per i vermi… cosa dice, Signor Inquisitore? Che trova il mio linguaggio sgradevole? Non lo nego, sgradevole; tuttavia molto più sgradevole, oltre che crudele, è mostrare per tempo gli strumenti della tortura a chi li dovrà assaggiare, quasi che non bastassero le ore in cui glieli si imporranno, ma occorresse dilatarle al prima, quello lungo in cui si cercherà un ragionevole motivo per imporglieli, tormentando lo spirito, cioè l’essenza medesima di quell’uomo, prima che la carne (dunque siamo nell’uguale, io e lei, che vale rimproverarsi a vicenda?); crudele è espellermi già da vivo dal novero degli umani, destinare il mio corpo a una fossa qualsiasi fuori porta, tra gli scomunicati e i non battezzati. Crudele è la rappresentazione a cui sono obbligato, una farsa indegna il cui finale un ben disinvolto soggettista ha già apposto la parola fine… e io che non posso rifiutarmi di recitarlo, il dramma, d’esserne l’attore principale! ma voglio, ugualmente voglio, DEBBO capire, accettare il suo punto di vista, il suo pregevole punto di vista… perché in fondo, tutto è uguale, una ragione vale l’altra, e quella che si richiama ai verbali da compilare, ai superiori a cui render conto, all’indignazione di una pubblica opinione da ammansire, non è meno valida di quell’altra che vorrebbe far tutto in fretta per poter andare finalmente al dunque, al vero dunque…

Suvvia, non torni a prendersela con la disinvoltura del mio modo di esporre, sciolga quel cipiglio feroce,

spiani la fronte aggrottata,

mi aiuti piuttosto a dire quel che c’è da dire,

mi faccia dono di un breve cenno d’incoraggiamento…

Lei lo sa meglio di me, lo impara ogni giorno, che l’uomo delinque. Anche lei, Signor Inquisitore, delinque, il più delinquente di tutti. No, non dico per insultarla, è un paradosso quello a cui faccio ricorso, un mio capriccio espositivo, qui lo dico e qui lo nego, non mi permetterei mai, è solo che non so com’altro esprimere il fatto d’una convinzione frutto di lunga, attonita esperienza. Mi compatisca allora, ricordi che probabilmente domani non sarò più; e consenta a questo mio capriccio che, per una volta nella mia esistenza, mi spenda in favore della verità. E lei, Signor Cancelliere, deponga la penna: le mie lente frasi di cordoglio non servono a nessun’altro che al me stesso che le pronunzia, nonché alla qui presente Eccellenza, Reverendissimo Eminenza, ambedue appaiati da un benigno destino che ci ha posti l’uno di fronte all’altro, affinché le avventure sue e la disavventura mia ci siano di reciproco insegnamento, io nella mia condizione di criminale, lui in quella di uomo da bene, e viceversa, per il buono che può esservi in me e il male in lui, ambedue confusi sconvolti dalla possibilità di prenderne atto…

Ed io ecco che ne prendo atto, e so di essere Yago, ma anche il Grande Inquisitore, colui che giudica e sentenzia sui destini, che si impadronisce delle vite e le indirizza a suo piacimento; e per questo che, ragionando da inquisitore, presumendomi tale, invece che malvivente, andavo tranquillo a spacciare il prossimo, scambiando la mia personale convenienza per l’equo d’una giustizia architettata sull’istante. E così, con tono austero, severissimo, il tono giusto per un inquisitore, andavo proclamando: al patibolo costui che può essermi d’impedimento; sia lasciato tranquillo l’altro che gli sta accanto, è che è certo che non tenterà di ostacolare i miei piani… e eseguivo la condanna del primo e lasciavo andare tranquillo per la sua strada il secondo…

Deponga quella penna, dunque, e presti attenzione, non è detto che anche lei non possa trarne giovamento; scriva soltanto questo, che ammetto ogni mia colpa, confesso tutti i crimini che mi sono addebitati e così, avendo ottemperato all’essenziale dei suoi propri doveri, si conceda di andare oltre, alla sostanza che mi accingo ad esporre. A questa sostanza: che le colpe mie poggiano su quelle degli altri, che ogni possibilità di nuocere è indissolubilmente legata ai vizi del prossimo… che il mio essere crudele resterebbe perennemente eventuale, ipotetico, se la crudeltà, l’avidità, la prepotenza non dominassero il mondo… ecco la verità, sotto forma della mia verità: sono le colpe del prossimo che rendono fertile il terreno su cui coltivo le mie… è il male che percorre il mondo che mi permette di estrinsecare il mio… non io mi avvalgo dell’innocenza del prossimo, ma è il prossimo che abusa della mia predisposizione al male, per compiere delitti: e ancor più per fornirsi della giustificazione preventiva e necessaria a consumare a cuor leggero ogni sorta di sproposito, accusando me dei suoi propri propositi… avrei potuto muovere Otello al crimine senza la sua voluta stupidità, la sua brama di possesso, il tronfio amor proprio, posto su tutti e tutto? E tradire Cassio senza la di lui vanità e l’inavvertenza? che sono proprio stati questi, inavvertenza e vanità, leggerezza nell’impadronirsi d’una insulsa reliquia (un fazzoletto, pensate un po’!), che da uomo ragionevole lo ha mutato in burattino!

(pausa lunga)

Potrebbe sembrare sia giunto alla sottigliezza di una scappatoia, già quasi un alibi, a stabilire le coordinate giuridiche per aggrapparmi a un’attenuante se non addirittura a un esimente; ma non è questo. Lo nego con fermezza. È che se devo essere spiegato, e sviscerato (oltre che eviscerato) occorre che sia ascoltato nel pieno delle mie ragioni. Come Lucifero io non creo il male, ne faccio uso. Lui per fini oscuri e imperscrutabili, ma grandi; io inseguendo obiettivi fugaci e provvisori, totalmente umani: le mie misere ambizioni, le meschine vendette di piccolo uomo, il lenimento dell’amor proprio offeso, oltraggiato. Come Lui, però, come Lucifero, al quale mi sono paragonato, resto squalificato dall’assenza di una facoltà importante (ne ho appena accennato), un’assenza micidiale, che ha reso possibile la peccaminosa essenza di quel che sono.

Le chiedevo poco fa se conoscesse il valore d’una vita senza amore. Ora le chiedo, con maggiore proprietà e precisione se conosce l’aridità di cuore, l’atonia dei sentimenti. Le chiedo: conosce l’indifferenza verso le cose e il senso stesso delle cose? Sa di quel che accade quando il turbine della vita attorno a te aggiunge clamore al clamore, agitazione all’agitazione, esplosioni di gioia e dolore, pianti funebri e grida di fanciulli e tutto questo senza produrre la benché minima emozione, senza trascinarti in alcuna indirizzo, per cui resti nello spazio privo di alto è basso in cui già sei, deprivato d’ampiezza e peso? No, lei non sa (o sì, invece?), non può sapere cosa significhi non vivere in terra e pur disperare nell’Aldilà (oppure non lo vuol sapere?)! Come non conosce la pena, il disgusto verso sé stessi, l’odio profondo per essere quello che si è, incapaci di concepirsi diversamente; e vedere la propria meschinità, la paura e il grigiore avanzare quotidianamente, quantunque si aspiri alla magnificenza e ci si culli con sogni di grandezza e alte imprese.

Sì, lo leggo sul suo viso, che ignora tutto questo. A partire dall’orribile che induce a simulare indifferenza rispetto tale limite, in modo da sentirsi autorizzati a non provare raccapriccio per il mostruoso che ci spinge innanzi. Avanti, in formazione di battaglia, pronti a volgere le spalle al nemico, verso l’ignoto della corruzione… e la vita che muta in un peso indefinibile, il peso degli istinti che nonostante tutto e contro tutto si ostinano a volerti qui, vivo, pronto a continuare, giorno dopo giorno, per affogare in quel distillato di assilli e idee fisse, in quella melma che tu stesso produci e di cui a un certo punto, è troppa, non puoi ignorare la presenza, ti soffoca, per cui vorresti allontanartene, ma non sai come. Una parte di te allora, quella che vuole continuare, pazienza, si dice, troverò qualcosa che mi tenga a galla (e la trova! La trova!); e l’altra grida, si dispera “basta! basta!” urla, facciamola finita! Ma è una parola, farla finita! Avresti potuto prima, prima di prendere atto di quel che sei diventato, un pezzo di legno, una pietra, l’indefinibile di un’essenza morta, senza speranza; a quel punto la strada è tracciata: l’abisso in cui sei precipitato, o sei stato collocato, è la tua strada, il tuo punto di vista, l’unico orizzonte di abitudine in cui puoi riconoscerti; a quel punto non ti resta che attaccarti a te stesso, a quell’acre con cui ti consideri, ai vizi di cui ti compiaci, all’avidità e all’ambizione: a tutto il complesso di ombre capace di distrarti dall’angoscia e dal disprezzo verso te stesso (e più il disprezzo aumenta, più ti abbrutisci tramite le indifferenze che possono aumentarlo); disprezzo per quell’estraneo che ti rappresenta, a cui ci si riferisce con il tuo nome (perché sei tu, proprio tu, orribile Yago, orribile proprio perché provi orrore per te stesso, eppure continui… continui! Incapace di smettere o di perdonarti per essere entrato in quell’orrore); disprezzo e ira per quell’intrigante contro cui imperversi con ogni genere di dispetto…

(pausa)

Povero Yago, in quale profondo pozzo di solitudine è precipitato…

(pausa)

Ho pena per me stesso e nello stesso tempo disistima, spregio, disdegno… ODIO!

(pausa)

Di mancanza d’amore sono vissuto, di mancanza d’amore perisco.

(pausa)

Adesso che sono stato scoperto, nella flagranza dei miei complotti e sono qui legato, in catene, davanti a te Mio Nemico, posso dismettere le arie di grand’uomo, l’arroganza delle mie prime parole; posso inginocchiarmi, e pregare, posso piangere, posso gridare, posso ammettere di essere stato nessuno, o comunque ben poca cosa, non certo colui che sa governare le situazioni e sa come governarsi nelle situazioni. Posso, ma non lo farò. Perché sarebbe un recitare anche questo, un restare in quello che mi ha portato alla rovina. Non cercherò di manovrarti, dunque, Inquisitore, mi sta troppo a cuore questa mia ultima vanagloriosa ricerca: non posso più nascondermi, ma posso ben vantarmi. Non sensazione, né trionfi per me, ora, ma la brutale, elementare emozione che conducendo alla verità, produce verità. La verità: ero un buon ufficiale, i miei meriti evidenti, le prospettive ottime; l’uomo però era vicino allo zero. Non un fremito, né un istante di tenerezza allietava le mie ore. Nel pieno vigore degli anni, una angosciante stanchezza opprimeva i miei giorni. La nave si teneva a galla, affogavo ugualmente nella malinconia. Unici bagliori in quel crepuscolo di insignificanza, l’improvviso di certe maligne risate che mi sorgevano dentro quando vedevo i miei simili affannarsi per tutto quello che a me dava noia. Vedevo come si sporgevano sull’orlo dell’abisso, incurante dei pericoli, sembrando loro di far chissà che cosa, e andando superbi dell’effimero in cui pregiavano crogiolarsi. Ridevo e come se ridevo! Pazzi, mi dicevo, ciechi incapaci di accorgersi che credendo scambiarsi miele, si scambiano veleno. Incapaci di accorgersi del pericolo. Un passo falso, una parola di troppo, la buona volontà d’un qualunque vicino, ed era la fine.

La vita era un gioco troppo crudele per giocarlo con leggerezza. Decisi che non volevo, non potevo abbandonarmi anch’io alla spensieratezza. Decisi che mi piaceva ridere, che sarei stato l’uomo che rideva, orbo in un mondo di ciechi. Decisi che avrei giocato il gioco crudele a cui tutti giocavano, quello di affossare chiunque capitasse a tiro, impaniato nella indefettibile necessità della difesa; e di farlo con sufficiente abilità e raffinatezza da differenziarmi dagli altri, apparentato con tutti solo dalla corruzione. Abbassando gli altri alla mia altezza, unificando il mondo al miserabile del livello in cui mi ero collocato, mi sarei sentito meno basso, meno ignobile; li avrei dunque dannati, per salvare ed elevare me stesso. Tutto il contrario di Cassio, l’eterno Cassio d’ogni scelta umana, quello che realizza, senza affaticarsi e senza chiederlo, a suo proprio beneficio le altrui ambizioni, che occupa il posto a cui aspiravi, un damerino, un esempio da esibire, una nullità scelta dal destino per propinarti un sonoro schiaffo in faccia… Cassio, ammirato da tutti, bello, nobile, leale, fedele, generoso, amato e considerato, un essere in tutti i modi gratificato dalla fortuna… poteva un simile essere non farmi ombra, non stimolare il mio tenebroso desiderio di vendetta? a lui tutto e a me il ruolo del testimone? Il prode Cassio, che aveva una buona parola per chiunque e a chiunque era amico? Gran Cavaliere questo Cassio. Incarnava il me stesso che avrei voluto essere e che non potevo più neppure immaginare d’essere, un rimprovero vivente, l’incarnazione delle possibilità mie sperperate e costantemente gettate in faccia… se ho odiato Cassio! Quanto me stesso l’ho odiato, giuro; e più di me stesso ho desiderato distruggerlo! Dietro un apparente velo di disprezzo, lo ammiravo. Volevo essere lui e non potevo essere che Yago, questa piccolezza oscura e informe, quest’uomo pieno di fumo che si dibatteva nelle spire del male urlando improperi che erano soltanto disperate richieste di soccorso. E pure, con tutto questo, non erano le sue doti a rendermelo degno di considerazione. Non per l’intelligenza e il coraggio e l’audacia e il suo saper piacere alle donne. Ci vuol poco a essere buoni quando la fortuna è dalla tua, non ti fa mancare un colpo; ci vuol poco a essere amabili quando le lodi sono tutte tue. Quel che mi rodeva è il di più, il soverchio di cui usufruiva; e il modo tutto suo, onesto, in cui ne traeva profitto. Cassio godeva dell’affetto della più soave, più ineffabile fanciulla si possa immaginare; una giovane donna di quelle appunto che sanno restare nella propria innocenza a lungo, spesso sempre, e che con cuore puro e puro intendimento sanno amare. Cassio, di lei, innamorato; e lei, di Cassio, amante, amata. Cassio conobbe quell’amore e ne fu illuminato. Lui tutta luce, ebbe altra luce con cui gloriarsi. Fu come se un soffio divino entrasse in Cassio, il medesimo soffio che diede il via al Mondo, e volle la sequenza delle infinite dipartite e degli infiniti ritorni. Ma non a caso ricevette quella grazia. Egli amava. Non si limitava a chiedere e a riceve amore. Lo dava. Illuminava con il suo sguardo ogni essere che l’avvicinasse. Persino il legno della nave pareva riverberare quel che provava. Ed era tanto, tanto… grand’uomo questo Cassio. Io perciò l’ho voluto rovinare. Per la tentazione irresistibile di vederlo soffrire, vederlo dannarsi, scuotere i pugni contro il cielo e inondarlo di bestemmie… perciò l’ho colpito, lui e il suo capo, quel vano, furibondo ammiraglio pieno di complessi, che non meritava certo stare sopra di me, né sopra nessuno… con un carattere così non si comanda, si obbedisce a malapena… e, sì, troppo in alto erano ambedue… uno nell’empireo degli innamorati, l’altro nella solennità di un alto ufficio… bisognava che li abbassassi entrambi, li riconducessi al livello mio…

(pausa lunga)

A pensarci bene qualcosa di buono in me la trovo… sono un livellatore in fondo. Quel che faccio corrisponde a un principio di equità, tutti uguali, tutti alla medesima altezza… lo stesso del suo, Mio Inquisitore, quando fa tagliare la testa a questo e all’altro mani e piedi: abbassa tutti, un palmo o due di meno per dare il senso dell’equità al mondo…

Ma no, scherzo, compenso la malignità dei pensieri con il macabro dell’umorismo… mi calunnio da solo, in fondo, attribuendomi motivazioni meschine, estranei alla grandezza che ho voluto fosse mia, il male per il male. La verità è che non è stata l’invidia del successo altrui a muovermi. Né la volontà di non lasciarmi sottrarre un posto che consideravo già mio. La verità è che io ho cercato di cancellare Cassio e con lui Otello e Desdemona, per cancellare l’offesa di una capacità d’essere nella vita più nobile e completa di quel che manifestavo quotidianamente. Più vedevo il fuoco ardere dentro i miei antagonisti e più freddo sentivo dentro di me, più ancora marcivo. Non l’ufficiale detestavo, ma l’uomo, l’amante… detestavo Cassio in quanto destinatario della tenerezza di Desdemona, e detestavo Desdemona perché la dava a lui e non a me, perché mi rammentava quanto fossi torvo, poco magnanimo e sublime. Questo è il punto vero, la vera colpa di Yago, l’essenziale delle sue motivazioni. Ma non solo per quest’ultimo delitto. In tutti gli altri, di cui stranamente non mi si accusa, in cui ho armato la mano del fratello contro il fratello, incitando alla rissa, allo scontro, alla ferocia; l’ispirazione era sempre la stessa: denudare le persone nella loro miseria per nascondere la mia personale miseria. Cassio o chi per lui poteva o non poteva farmi ombra, ma l’insopportabile era dato dalla felicità che godeva, da quella certa morbidezza nell’elaborare le frasi che corrispondeva alla morbidezza interiore, da quell’amabilità che l’amante amato lascia traspirare in ogni suo atto.

Ah, l’amore! Ma chi l’ha mai provato?

Io, Signor Torturatore, non l’ho mai conosciuto. Non ho avuto né padre, né madre, non sorelle o fratelli che mi amassero; mai nessuno su cui esercitare questa straordinaria facoltà che si dice immanente all’essere umano. Il piacere fisico, sì, qualche volta, tiepido anch’esso, qualche donna me l’ha concesso… la voluttà più ampia di combinare una bella lite, di argomentare una calunnia ben preparata… una reputazione fatta a pezzi, queste delizie non me le sono fatto mancare… ma per il resto? Poco, troppo poco… non basta alla pienezza d’una vita la sola soddisfazione di eccellere nel male…

(alza la voce)

Il male! Il Male! Sa cos’è lei il Male? Io lo coltivo in me, perciò lo conosco. E lui sospinge me, per questo l’apprezzo. Lui, lui solo motiva il mio mero esistere. Io lo amo il male. E dico di amarlo perché l’amore per il male si chiama odio, e io questo so, lo so bene, so odiare… ODIARE!

(sussurrando)

Un amore strano, senza luce, senza speranza… un amore con un’unica prospettiva: lei, Signor Inquisitore. La mia prospettiva. Il punto di approdo necessario alle mie scelte. Lei può risolvere i miei problemi, dare un taglio alle ambasce. Lei, che ha il potere sanzionato per legge di entrare nella mia vita e darle la svolta indispensabile. Non a caso le ho chiesto di porre attenzione, sostenendo che poteva identificarsi in me. Perché anche lei non ama. O meglio, come me e più di me il suo amore è l’odio. Il suo mestiere d’odio lo ha condotto all’odio, fuori da ogni dimensione umana. Assiso su quel trono, non conosce altro che il dovere di estorcere confessioni, e l’infliggere pene e sconforti. Uguale a me non conosce il significato della parola misericordia, perché quella parola è imparentata all’amore. Come me non esiterà, lo credo, a sanzionare la chiusura di questo capitolo, ad opporre il sigillo della parola fine a questa mia storia. So che pochi escono incolumi dalle sue mani. Non voglio essere tra quelli. Lei stesso non lo sopporterebbe. E che? una sua copia, lasciata libera di aggirarsi per le plaghe desolate del mondo, legittimato da questa libertà a riaffermare una parentela spirituale particolarmente imbarazzante? Senza contare poi la mia stessa ammissione di colpa, colpa piena, senza attenuanti né esimenti… perciò, unico fra tutte le sue vittime, non mi appellerò alla sua indulgenza, non cercherò di blandirla, e tanto meno mi inginocchierò per pregarla. Sono stanco, glielo confesso. Troppo faticoso è il cammino, il male alla lunga richiede sforzi e indurimenti che nauseano, esauriscono… mi dia quel che merito… quel che esige la mia infamità… lasci stare i problemi legali, l’oggettività del giudizio, le procedure, il fatto materiale. Faccia contro di me quel che la viltà, la morbosa attenzione per l’inutile e il vano mi hanno impedito fin’ora di commettere. Ottemperi alla necessità fondata dalla disperazione nel divenire. Mi uccida. Prove contro di me non ce ne sono. In casi come questi le prove non vengono mai trovate. Ci sono le dicerie, le esagerazioni, le calunnie… contro di me come io contro tutti… ma c’è una confessione! Voglia dunque, anche solo per solidarietà tra disgraziati, sanzionare la mia fine, per sanzionare la fine della mia cattiva volontà (le sia d’auspicio). Basta con Yago, dunque, facciamola finita.

E sia pace all’anima sua, lei ancor vivo, ancora in tempo per gettare le corazze alle ortiche, dato che a me pace non può più esser data.

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