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8 dicembre 2015 / miglieruolo

Rosanna

dal blog di lunanuvola

(tratto da: “I will not tell girls not to walk alone”, un più ampio articolo di Rosanna Cooney per The Irish Times, 4 luglio 2015, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Woman Rising

Sin da quando avevo 12 anni sono stata molestata sessualmente negli spazi pubblici. Uomini – uomini adulti fatti e finiti – per strada mi gridavano dietro, fischiavano, mi chiamavano. Incidenti minori si intervallavano con quelli più minacciosi: il furgone bianco che mi seguì mentre passavo per Ranelagh, la macchina nera zeppa di uomini che mi tallonò al tramonto sulla corsia degli autobus; una corsa di dieci minuti, inseguita da un uomo in completo, cominciata in una stazione dei treni a Melbourne.

Poi ci sono stati gli episodi di veloce ed ovvio abuso sessuale: il pescatore greco che mi seguì nella toilette di un ristorante e passò la mano sui miei shorts mentre usavo il lavandino; il giardiniere spagnolo che mi afferrò i seni quando gli chiesi indicazioni stradali.

Ho 22 anni, e ho sperimentato dieci anni di sottomissione femminile forzata dal terrore.

Non puoi fuggire dalla paura, e la paura è alimentata ogni giorno da articoli di giornale, da show televisivi dove le donne sono invariabilmente le vittime della violenza e del perverso desiderio maschile. La paura mi sfida quotidianamente ma non mi inibisce. Sono razionale e so che la maggior parte dei casi di stupro accade fra persone che si conoscono. Perciò cammino da sola nel buio; viaggio da sola e con determinazione. Il mondo è vasto e bello ed è triste e assurdo che il 51% della popolazione viva limitata dalle giornaliere minacce di assalto.

Il mese scorso a Granada, in Spagna, ho lasciato un club da sola per percorrere gli 800 metri che mi separavano dal mio appartamento in centro città. Sotto un segnale stradale per il Camino de Santiago sono stata aggredita da un uomo che non avevo mai visto prima.

Trenta minuti dopo ero di nuovo nel club, dove i miei amici stavano ancora ballando. Il mio vestito era stracciato e sgocciolante di rosso, le mie gambe e le mie braccia inzuppate di sangue che avrebbe dovuto stare sotto la mia pelle. Ho aspettato che mi notassero, poi sono svenuta dal dolore.

All’ospedale, la vista di com’ero ridotta è stata sufficiente a far svenire anche un’infermiera, mentre una seconda è scoppiata in lacrime. Gli esami chiarirono che non ero stata stuprata, avevo lottato con il mio aggressore ed ero scappata. (…)

Una stazione televisiva chiamò, arrivò un giornalista. I reporter avevano udito la storia per via della diffusione che aveva avuto su Facebook. I miei amici spalleggiavano le loro richieste. Sarei andata in tv? No. Poteva contribuire ad identificare il mio assalitore, non pensavo fosse importante condividere la storia? No. Pausa. Per suscitare consapevolezza? Per avvisare altre donne? Per aiutare altre donne? Per proteggerle? Pausa. Pausa. Pausa.

Considerai le mie responsabilità. Il mio silenzio era egoista? Stavo evitando attenzione e domande perché riparlare del tentato stupro mi faceva rivivere un incubo? No. Non è questo il motivo per cui ho rifiutato di interagire con i media che mi circondavano.

Volevo parlare dell’uomo che mi ha sbattuta a terra, che ha calciato la mia faccia sino a rincagnarla, che mi ha rotto il naso, spaccato la bocca, fratturato il cranio, fatto neri ambo gli occhi e stampato l’impronta della sua scarpa sulla mia guancia?

Io non dirò alle ragazze di non uscire da sole. Non dirò loro di essere caute, di vivere sulla difensiva e di viaggiare solo in gruppo. Questa non è una risposta, è solo mantenere il fuoco della paura, acceso nei primi stadi dell’adolescenza e alimentato da notizie sulla violenza contro le donne che sembrano scritte da avvoltoi. Il potere della “mascolinità” si basa sul controllo e sulla disciplina dei nostri corpi negli spazi pubblici e privati. (…)

Le reazioni dei miei amici variarono molto a seconda del loro genere. “Eri solo nel posto sbagliato al momento sbagliato.” (maschio) “Sei così dolce e gentile, non avrebbe dovuto capitare a te.” (maschio) “Santo cielo, te la sei vista brutta, poverina.” (maschio)

Gli uomini si concentrano su di me e in maniera subconscia sulla mia possibile colpa. Non c’è riflessione sulla fonte dell’accaduto; c’è, invece, accettazione della situazione.

Nessun uomo comprende ciò che una donna istintivamente capisce: che quell’attacco è stata una violazione del mio diritto ad essere ovunque a qualsiasi ora senza essere torturata da qualcun altro; e che, al di là della mia natura amichevole o meno, ne’ io ne’ nessun’altra meritiamo questo.

Le mie amiche sono arrabbiate, io non ho l’energia per esserlo. Ma mi dicono che le loro abitudini sono cambiate, e che ora c’è la paura alle loro radici. Gli uomini ti dicono di essere forte, ma sono le donne che possono farmi più forte, combattendo i tentacoli della paura che lasciano tracce vischiose sui loro corpi. (…)

Il mio volto sta guarendo. I miei occhi sono gialli anziché porpora. Il mio naso si sta rimettendo in sesto (Ndt: è stato operato) anche se resta un po’ storto. Ancora non sopporto di essere toccata. Essere in mezzo alla gente è difficile e per tutto il tempo mi destreggio con l’idea di essere troppo “drammatica”. Quel che è accaduto è anormale ma comune. E’ rara la donna che non prova neppure un briciolo di paura quando cammina da sola.

Io imploro le ragazze e le donne di non essere spaventate. Di non portare il peso nauseante di una società che maneggia le vittime ma non prende misure preventive. Di non rinchiudersi nelle loro case e di non imprigionare se stesse interagendo solo con ciò che è loro familiare. Le violenze e le minacce contro le donne non sono responsabilità delle donne.

Vivrò con le cicatrici sulla faccia, calmerò la furia che provo, continuerò a viaggiare da sola, oltre le barricate del terrore che mi confinano alle zone “sicure”. Proverò nervosismo e timore, e mi solleverò oltre essi ogni giorno, perché l’alternativa assomiglia molto alla galera.

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