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12 aprile 2015 / miglieruolo

Nelle prigioni siriane

(“Inside Syria’s Prisons – Woman’s Testimony”, di Alise Mofrej, 3 febbraio 2015 per Agenzia Donne Nazioni Unite, trad. Maria G. Di Rienzo. Incluso in un servizio del New York Times il giorno successivo, 4 febbraio.)

Nella primavera del 2011, centinaia di migliaia di siriani si sollevarono in protesta per chiedere democrazia e libertà e la fine della dittatura del Presidente siriano. Il responso del regime fu l’escalation dei metodi di repressione che sono stati sperimentati contro gli oppositori politici sin dagli anni ’70: detenzione arbitraria, sparizione e tortura.

Io lavoravo come insegnante di arabo nel sobborgo di Damasco chiamato Germana, dove vivevamo mio marito ed io. Eravamo entrambi attivisti in un partito d’opposizione di sinistra che è stato perseguitato per decenni. Io avevo anche fondato un’organizzazione, “Donne siriane per uno stato di cittadinanza”, che è stato attivo sin dall’inizio della rivoluzione. Lavoravamo per creare opportunità economiche per le donne e per promuovere la pace e ridurre il conflitto tra fazioni armate a livello locale.

Fui arrestata per la prima volta il 20 luglio 2011, per aver partecipato ad una dimostrazione pacifica alla periferia di Damasco. Assieme ad altre sei attiviste, fui presa pugni e frustata con un cavo elettrico dai membri della “shabiha”, la milizia baathista leale alla famiglia di Assad. Il regime ha dato carta bianca a questi delinquenti affinché terrorizzino chiunque sia sospettato di aver simpatie per l’opposizione. Dopo aver abusato di noi e averci malmenate, ci consegnarono alla polizia.

Fummo tenute in custodia dalla branca penale della sicurezza – in effetti, dalla polizia segreta – per 12 giorni e poi andammo in tribunale di fronte ad un giudice che ci garantì la libertà su cauzione. Più tardi ricevemmo convocazioni, ma non le seguimmo mai, e infine la procedura contro di noi per “dimostrazione illegale” fu lasciata cadere.

Mentre la situazione deteriorava, durante il 2012, le tattiche di regime divennero più dure. Si stima che oltre 200.000 individui siano state incarcerati come prigionieri politici, incluse migliaia di donne e persino bambini.

Il 30 dicembre 2013 fui arrestata di nuovo, quando mi recai all’Ufficio passaporti per ottenere il visto che mi sarebbe servito per partecipare ad una conferenza di donne organizzata dalle Nazioni Unite. Un mandato d’arresto fu spiccato anche per mio marito, ma lui riuscì ad entrare in clandestinità durante il mio secondo periodo di detenzione. Questa volta, fui anche licenziata dal mio lavoro.

La cosa peggiore della detenzione era il non sapere se sarebbe mai finita. Avrei potuto essere uccisa in qualsiasi momento: i prigionieri muoiono a dozzine ogni giorni a causa della tortura. Mi sento fortunata solo ad essere viva. Eravamo isolate dal mondo esterno e non avevamo accesso ad avvocati. Per più di un mese, ho condiviso una cella con più di 30 donne imprigionate per accuse differenti che andavano dalla loro attività di aiuto umanitario nelle zone assediate all’avere legami familiari con membri dell’opposizione armata, o come risultato di falsi rapporti alla polizia. La cella misurava meno di 5 metri quadri, era scura e fredda, senza ventilazione.

La tortura era di routine. Chiunque sia stato detenuto nelle prigioni siriane conosce questi dettagli. Ci sono circa 40 tecniche documentate, fra cui l’appendere i prigionieri al soffitto legati per le braccia, shock elettrici, pestaggi, bruciature di sigarette e unghie strappate. Le urla di chi era torturato erano insopportabili; ho quasi perso il senno là dentro.

Più di 60 uomini erano tenuti in una cella confinante. Senza che le accuse mosseci facessero differenza, le guardie ci chiamavano tutti terroristi e picchiavano chiunque. Il numero dei detenuti decrebbe mano a mano che alcuni morivano e aumentò di nuovo con altri portati dentro. Certi furono costretti a dormire accanto ai cadaveri prima che fossero rimossi. Fra i viventi, i nostri corpi esausti divennero infestati da pidocchi, avevamo eruzioni ed infezioni cutanee.

Io ho avuto abbastanza fortuna da non ricevere ingiurie fisiche permanenti, a differenza di una dottoressa che era con me ed era stata accusata falsamente di aver rapito un soldato dell’esercito siriano. La appesero per i capelli, anziché per i polsi, e continuarono ad inzuppare il suo corpo con acqua gelata e ad infliggerle shock elettrici sino a che perdeva conoscenza, a volte per giorni interi.

Eravamo interrogate per lunghe ore e gli inquisitori ci mantenevano in uno stato di stress di giorno e di notte. Io venivo bendata, ammanettata e trascinata di peso nella stanza degli interrogatori. L’inquisitore persisteva nello schiaffeggiarmi, senza mai smettere, ordinandomi di firmare fogli bianchi a cui, dopo, loro avrebbero aggiunto le mie false confessioni.

Durante questa seconda detenzione durata circa 40 giorni fui trasferita da un carcere a un altro, e poi ebbi la fortuna di essere rilasciata in una delle prime “riconciliazioni”, un accordo sul cessare il fuoco fra esercito e ribelli. Questo spesso era il risultato di assedi che il regime poneva a quartieri specifici, sottoponendo la popolazione residente alla fame; la resistenza armata allora abbassava le armi e cedeva il controllo dell’area alle condizioni del patto, il che includeva lo scambio di prigionieri.

Una volta che io fui fuori, mio marito – che era rimasto nel paese solo per i nostri due bambini – fuggì attraversando il confine con il Libano. Io fui confinata a Damasco e mi fu proibito di viaggiare. Poiché la legge siriana non riconosce diritti alle donne, persi anche la potestà sui nostri figli. Infine, un giudice mi garantì la loro custodia temporanea e un permesso di viaggio anch’esso temporaneo. Così i bambini ed io partimmo per Beirut, dove abbiamo chiesto asilo politico, ma siamo bloccati: noi genitori non abbiamo un lavoro e i bambini non vanno a scuola.

Chi ha visto dall’interno le carceri siriane chiama la comunità internazionale a condannare la brutalità catastrofica all’opera in Siria, e a far pressione su tutte le parti in causa affinché riprendano le negoziazioni politiche basate sui colloqui di pace di Ginevra del 2014. Il primo passo verso una soluzione dev’essere la fine delle uccisioni, delle detenzioni e delle sparizioni. Agli osservatori internazionale dev’essere dato il permesso di visitare le prigioni per controllare le condizioni dei detenuti.

Nonostante la situazione insicura, io intendo tornare in Siria se ne avrò l’opportunità. Ci deve pur essere una fine a questo orribile conflitto armato e io credo, che per aver garantiti i loro diritti, anche le donne siriane debbano avere un ruolo nel negoziare l’accordo finale.

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