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31 dicembre 2020 / miglieruolo

Dio è atterrato

Iniziò alla breve, e crebbe con rapidità esponenziale, senza altro preavviso che l’ispessirsi del traffico. Macchine, sempre nuove macchine, macchine in entrata, macchine in uscita, macchine nervose, macchine che procedevano tranquille sulla corsia di destra, macchine impazzite su quella di sinistra, macchine che strombazzavano sfogando nel clacson il nervosismo emergente. Convulsamente, in fretta, mentre il nervosismo mutava in frenesia, necessità assoluta di far presto, d’approdare a alcunché, nuove auto si ammassarono alle uscite, altre procedettero in entrata, ostacolando la viabilità del Raccordo. Caos, smog, furore… Messo sull’avviso dall’addensarsi di tutta quell’agitazione (soltanto eventi fuori dal comune potevano giustificarla), mi affrettai a sintonizzarmi su un notiziario. La radio gracchiò la parte finale di un annuncio e tacque. Trenta secondi di silenzio. Infine la replica.

1

– Dio è atterrato, – udii dichiarare esterrefatto, – e trasmette sulla lunghezza d’onda 93.600 delle Modulazioni di Frequenza…

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20 gennaio 2023 / miglieruolo

LAMENTO DI ROBOT IMMIGRATO

Mauro A. Miglieruolo, Miglieruolo, Robot

A vent’anni trovavo spiritoso scrivere “poesie” simili a quella leggibile qui sotto, che impietosamente propongo. Raggiunti gli ottanta un po’ meno.
La propongo per pura curiosità di sapere cosa ne pensate voi. Sempre che mi riteniate meritevole di farmelo sapere…

—–
LAMENTO DI ROBOT IMMIGRATO

Chiovi, chiovi, tempu bruttu,
S’è arruggiatu lu custruttu,
Tengu i ggiunte faticate
Pure l’uocchie su malate.
Bruttu freddu Ummiditati
Si potiti m’aiutati…

Datimi nu pocu ‘nduja
Mu m’aggiustu a meduia.

Trase sottu allu pastranu,
Bagna viti chianu chianu,
Arruvina l’ingranagge,
Fa schiantari li manegge.
Plisk… u… u…
Nun pozzu parlari cchiù.
So ffuttute l’amperagge,
Tengu l’uocchie senza ragge…

Viti svitati!
Track… u… crick…
Crack… u… trick…
Manciai nu pocu
i pollu frittu,
Mmo ‘nun camminu
cchiù drittu.
Mi fannu mali i gangali!
Megghiu nu pocu i maiali.

Doia, treia,
Mamma meia.

Crak… ulf…
Track… bulf…

Senza patri,
Bedda matri!

Mauro A. Miglieruolo

miglieruolo

A vent’anni trovavo spiritoso scrivere “poesie” simili a quella leggibile qui sotto, che impietosamente propongo. Alle soglie dei settanta un po’ meno.
La propongo per pura curiosità di sapere cosa ne pensate voi. Sempre che mi riteniate meritevole di farmelo sapere…

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19 gennaio 2023 / miglieruolo

Escapologia

Chiedo ai sassi che nome vogliono

È una bella soddisfazione sapere che da una finestra posso procedere per libri per birre per vecchi amori e da questi raccogliere sogni sufficienti per filarmela attraverso la porta di servizio.” (Gregory Corso)

Che da quando mi annessunai e lasciai l’altro me a farsi barchetta a sganghero nel mare in tempesta di quotidiani, mi crebbe, ad ogni onda d’asperità ch’ella affronta, desiderio infinito di ricerca di fuga, anelito di oltre mare, forse solo d’altro mare. M’aggrada sempre più farmi a parte esatta d’opposto, che resto del mondo fa a resistenza di bufera a stazza esausta ed io invece propendo per derive con accompagnamento di sacco leggero a poche cose necessarie, condotte per sopravvivenza. Poche cose esatte che furono di libro mai letto, pure lapis e moleskine per quello che desiderai scrivere ma non me ne fu dato tempo, forse neppure specifica volontà, fiasco a colmo di rosso che…

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10 gennaio 2023 / cristina bove

Buone maniere e versi da buttare

Poesia da ripubblicare, ma anche riprogrammare. A sei mesi data. Almeno…

cristina bove

teinglese2

dialoghi garbati
risate con bon ton
riservatezza tout court
sia mai che ti venissero alla mente
i morti nelle stive, gli annegati
le schiave sulla strada
sia mai che ti spazzassero il sorriso
le donne violentate
le bambine sottratte ai loro giochi
andate in sposa prima d’essere donne
_orchi fedeli a un dio senza pietà_
Mai che ti colga
il pensiero che mentre scrivi rose
ci sono operatori degli espianti
chirurghi che si prestano a interventi
asportazioni d’organi
da vivi che morranno a morti che vivranno.
Non ti sovvenga
dei bambini rapiti, rivenduti
o uccisi a botte dai propri genitori.
Distogli il tuo pensiero
dai viaggi organizzati per pedofili
lo chiamano turismo sessuale
_italiani tra i primi della lista_
Resta lontana dagli affari sporchi
mafie governative
cosche italiche
agli inventori di poemi e affini
non si addice la critica.

E se malgrado tutto
scrivo di fiori cieli e cuori tristi

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10 gennaio 2023 / miglieruolo

La sentinella

Grazie. Null’altro da dire, oltre il ringraziare.

cristina bove

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9 gennaio 2023 / miglieruolo

La vela del desiderio

Questo proprio, con il permesso dell’autore, non me lo lascio sfuggire

Chiedo ai sassi che nome vogliono

Fu lungo e periglioso il cammino che mi riportò lontano da casa. Periglioso pure per tal evento di cui pure giornalettume parlò, che senza di quell’evento avrei terminato il viaggio a tempo assai più breve a miracolata concessione di sollievo per la mia dolorante schiena. Tal torma di tifosame si mise a far cagnara, ed io mi ritrovai a viscera di blocco, così, per non farmi mancar nulla, per ora ed ora. Che io proporrei che foglio di via lo danno ad altri – e pure a me, per isola deserta – che tanto pare che non ci sia scampo ad ammazzo fitto – pure ragione – per girar di palla.

Siamo i creatori della musica e siamo i sognatori dei sogni. Vagando da esploratori solitari del mare, e sedendo lungo flussi desolati. Perdenti al mondo e scommettitori sul mondo, da cui la pallida luna scintilla.
Ed anche siamo…

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2 gennaio 2023 / miglieruolo

Auguri alla polvere (che ancora ce n’è)

Scrive come un pazzo e, ambizione vana, non è mio amico. Il che costituisce una contraddiizone in termini. Il pazzo vero in effetti sono io che non lo frequento e troppo tardi mi sono accorto di lui. Abbiamo cominciato dal meno, una pallida collaborazione mensile a tre. Ma si sa che da cosa nasce cosa. Grazie Giovanni…

Chiedo ai sassi che nome vogliono

Che si fece fine vita pure d’anno nefasto, che fu abile solo a costruire enorme tappeto a consuetudine di archiviarsi sotto polvere che nemmeno bidone aspiratutto pare a capacità di levar di torno. E io mi faccio latore a postino preciso di auguri a fatto che diventa polvere a nascondere proprio sotto quello di trama finissima ed ampio contenuto.

Auguri, dunque, che facciamo ad inizio per donna di paese vario, che a citarne un paio come Afganistan e pure Iran, mi pare faccio sconto per difetto. Che quella donna, a massacro che non rispetta regola sacra, è a furor di popolo sano d’Occidente grande vittima di iattura integralista, ma stesso popolume a civiltà elevatissima spolvera detta donna collettiva sotto tappeto ad arrivo di prima bolletta, ch’è questione di priorità. Pure fece a grande scandalo che finì vita di povere ragazze a reato gravissimo di capelli sciolti, ma sotto il tappeto…

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2 gennaio 2023 / miglieruolo

Annotazioni a margine del mondo

cristina bove

Scrivere nella nebbia
appunti da riprendere al chiarore
di lampade votive
_storie di vita e morte_
nel gocciolare della galaverna_
sopra un altare per icone stinte
dove s’annidano i dolori
le traversie dei vivi e dei morenti

voci invasive, suoni importunanti
uomini dallo sguardo tenebroso
scrutano il male tra le chiome
nei volti delle loro stesse figlie
ebbri di profezie danno la morte
a chi non condivide il loro dio

ci giungono notizie
di uccisioni efferate
e noi dovremmo uscire dalle case
urlare da spostare le montagne
da rovesciare numi e dittatori
urlare disperati
fino a restare senza voce
sperando che ci ascolti un dio di pace

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27 dicembre 2022 / miglieruolo

Dialogo sui minimi sistemi

Al solito, Cristina Bove, non dico l’unica, una delle poche…

cristina bove

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27 dicembre 2022 / miglieruolo

Santo Stefano, ovvero il ratto di Franca

Postato il di chiedoaisassichenomevogliono

Non ho mai avuto paura, non ho mai camminato voltandomi indietro a guardarmi le spalle. È una grazia vera, perché se non hai paura di morire muori una volta sola.” (Franca Viola)

Il 26 dicembre 1965 il tale Melodia, di appartenenza mammasantissima, accompagnato da manipolo di dodici arditi di maschio coraggio – mica per natura pavida ad operar da solo, ma per generoso desiderio di condivisione – rapisce Franca Viola di 17 anni e il suo fratellino di 8 che poi liberano. La ragazza non era accondiscendente ai desideri del tale sopra, che le aveva provate tutte, pure a minacce e botte alla famiglia e devastazione di loro proprietà.

Franca fu violentata, malmenata, lasciata a digiuno, tenuta segregata per otto giorni; poi, i parenti del fenomeno Melodia contattarono il padre di Franca per la “paciata” e matrimonio riparatore conseguente a tanto di rito per parroco dabbene. Padre e madre di Franca giocarono a finta di “che bello” e fecero arrestare la banda. “Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”, disse la ragazza. Che legge di repubblica proponeva che il matrimonio era gomma a matita per stupro, altrimenti c’era il “donna svergognata”. Pure l’arciprete di Alcamo, sant’uomo, diede saggio e mite consiglio alla ragazza che non era cosa di fare tutto questo baccano, che rischio c’era, ed elevatissimo, che rimaneva zitella. Franca gli fece piccolo sgarbo che si sposò lo stesso, che l’allegra compagnia di mammasantissima le aveva pure detto che lo sposo era a rischio.
Il giudice Giovanni Albeggiani, per fermo immagine di Franca, fece mannaia sulla banditaglia che al Melodia gli diede 11 anni, ma la leggiastra sul matrimonio riparatore fu abrogata dopo sedici anni, e altri quindici ne passarono per il 1996, che poi stupro è ora contro persona non contro la morale, che fino all’altro ieri, nelle civili italiche sponde (non in zona talebana), valeva poco più, a giudizio penale, di colto in fallo per improvvisa esigenza prostatica ad oltre cespuglio di giardinetto. Se non era per Franca, che aprì discussione vera nel paese, con coraggio che mancò a grandi uomini di sacre istituzioni, forse eravamo ancora ad aspettare l’atto di civiltà.

Comunque, il prode Melodia, uscito dal carcere di Modena, non si godé troppo aria fresca che si fece fare un bruciapelo da lupara, forse per sgarro di peso ad altro mammasantissima più grosso e permaloso di lui.

12 dicembre 2022 / miglieruolo

Del tempo ne rimane

Chiedo ai sassi che nome vogliono

Che ormai manco me lo sento di dire “io” quando non ho minuti per grattarmi la testa. Che io non ci sono portato a non avere tempo, non è cosa mia. È quell’altro me che s’affanna senza soluzione, pure mi coinvolge, senza pietà, che dice che da solo non gli pare giusto, che devo dare contributi. Poi, sotto sotto, lo so che manco lui c’è portato, ma pare non se n’avveda, s’arrabatta su tutto. Niente tralascia. Glielo ribadisco, l’imploro, lo supplico, talora, di lasciare perdere, di starsene buonino, che altre cose abbiamo da fare, ben più importanti. Niente, da quest’orecchio non ci sente.

Mi fa persuaso, però, ed a sua insaputa, che di ragione ne ho a bizzeffe, nemmeno basterebbero tomi interi per elencarle nella loro arguta giustezza. Mi sorprendo che non s’annessuna come mi piacerebbe che facesse, così, ad armi pari, identità sovrapponibili, potremmo dedicarci alle cose che ci…

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2 dicembre 2022 / miglieruolo

Basta con l’arroganza di Zelensky

di Massimo Fini

in: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/24384-massimo-fini-basta-con-l-arroganza-di-zelensky.html

Adesso l’arroganza del presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha superato ogni limite: non si accontenta più di dettare l’agenda politica dell’Ue, ma vuole cancellare la cultura russa dall’Europa, la stessa pretesa di Putin con l’Ucraina. Come racconta Marco Travaglio sul Fatto: “Il console ucraino Andrii Kartysh ha intimato a Sala, a Fontana e al sovrintendente Meyer di cancellare la prima della Scala col Boris Godunov di Musorgskij e ‘rivedere’ il cartellone per ripulirlo da altri ‘elementi propagandistici’, cioè da opere di musicisti russi”. Dà ordini perentori ai sindaci, ai presidenti di Regione, ai direttori artistici, vuole decidere lui, attraverso i suoi scagnozzi, quale deve essere il cartellone della Scala. La Scala, il più grande teatro al mondo di musica classica, di balletto, di operistica, dove sono stati messi in scena i maggiori compositori russi, da Tchaikovsky a Rimsy-Korsakov a Prokofiev a Khachaturian a Stravinsky, dove hanno ballato le più grandi étoile russe, da Rudy Nureyev a Baryshnikov e, per restare a casa nostra, sempre che rimanga tale, dove sono stati dati tutti i nostri grandi dell’opera, da Puccini a Rossini, da Verdi a Vivaldi, da Monteverdi a Bellini, dove hanno cantato Maria Callas e la Tebaldi. Che cosa ci hanno dato gli ucraini in cambio? Zero, zero.

Volodymyr Zelensky è un filo-nazista, non perché lo ha bollato così Putin, ma perché una parte del suo popolo, sia pur carsicamente, lo è, non solo i miliziani del battaglione Azov che lo sono apertamente, sono inglobati nell’esercito regolare ucraino e vengono continuamente esibiti e magnificati dal loro presidente. Infatti due settimane fa, come già l’anno scorso, il suo governo ha votato contro l’annuale risoluzione Onu che condanna l’esaltazione del nazismo: l’aveva già fatto l’anno scorso, insieme agli Usa, mentre stavolta Kiev si è tirata dietro i principali Paesi europei, Italia inclusa.

Quando in Ucraina c’era la Wehrmacht, con cui non si scherzava, gli ucraini sono stati attori, in proporzione, di uno dei più grandi pogrom antiebraici.

Volodymyr Zelensky gonfia il petto per la resistenza all’“operazione speciale” di Putin. Ma con le armi che gli hanno dato gli americani e disgraziatamente anche l’Unione europea, che continua a non capire dove sono i suoi veri interessi, pure il Lussemburgo avrebbe resistito al tentativo di occupazione russa.

Lo so, lo so che è obbligatorio premettere che qui c’è un aggressore, la Russia, e un aggredito, l’Ucraina. Tutto vero, però queste sottili distinzioni non si sono fatte quando gli aggressori eravamo noi, Germania in parte esclusa, in Serbia 1999, in Afghanistan 2001, in Iraq 2003, in Somalia, per interposta Etiopia, 2006-2007, col bel risultato di favorire gli Shabab che hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico, e infine in Libia, 2011, in una delle più sciagurate operazioni di alcuni Paesi Nato, Stati Uniti, Francia e Italia a governo Berlusconi.

Però solo Putin continua a essere massacrato dalla cosiddetta “comunità internazionale” che altro non è che il coacervo di Stati stesi come sogliole ai piedi degli States e che è sì internazionale, ma non è mondiale, perché a questa condanna sono estranei non solo la Cina e l’India, circa tre miliardi di persone, ma anche quasi tutti i Paesi sudamericani, tanto più che ora Lula ha cacciato a pedate il ‘cocco’ dell’Occidente, Bolsonaro.

Inoltre in questa damnatio memoriae qualche ragione ce l’ha anche la Russia di Putin. Non è rassicurante essere circondati da Paesi Nato e filo-Nato cioè, attraverso gli Stati Uniti, da Stati potenzialmente nucleari, oltre che dai nazisti ucraini.

Pistola alla tempia, io scelgo la Russia, anche l’attuale Russia, non l’Ucraina. E forse faccio anche a meno della pistola.

Nota Bene. Publico l’articolo con aggiungendo la seguente inevitabile riserva: il disaccordo totale sull’ultimo paragrafo. Non scelgo, non posso, non voglio, la Russia; tra peste e colera mi ostino a affermare il mio diritto alla salute, alla democrazia, alla libertà di parola. Il peggio Ucraina non lo prendo in considerazione. Chiedo, anzi PRETENDO, di vivere in quello che Berlinguer (l’illuso) ha definito il paese più democratico del mondo. Così è stato definito, così pretendo che sia. La circostanza che non possa averlo mi deve solo istigare alla lotta per renderlo tale, democratico, non dare comunque rassegnate patenti di tallerabilità all’intollerabile. A Putin, a Meloni, a Letta o all’oppressore di turno che passa la mano al prossimo suo uguale a lui stesso.

2 dicembre 2022 / miglieruolo

Il poeta di strada

cristina bove

è un menestrello
che narra della vita e della morte
inflazionando le botteghe
tingendo case e muri
di nerofumo e ceralacca
uno che scopre il brutto e il bello
dove il divino tace
e condivide appieno l’esondare
dalla sorgente assidua e misteriosa
che gli alita nel cuore
un bel mistero

è un dicitore di leggende apprese
in cui non crede più
mostra le crepe
della licitazione del pensiero
edulcorando le sue stesse pecche
amare e contingenti
affabula di sogni e concretezze
e a chi gli dice: è troppo
risponde affabilmente:
si lesina soltanto se si ha poco

un’anima affollata che trabocca
scrive gli assortimenti di una vita
senza fini di lucro o di successo
e lascerà muraglie di parole
ritagli colorati in un pc

 

settembre 2014

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2 dicembre 2022 / miglieruolo

MetaMatica

Sempre notevole ed eccellente, Cristina Bove

cristina bove

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25 novembre 2022 / miglieruolo

Stallo

di Cristina Bove

https://cristinabove.com/2022/11/25/stallo/

15 novembre 2022 / miglieruolo

Lo svolgersi dell’uno

14 novembre 2022 / miglieruolo

I ranocchi non sanno il principese

due in un giorno non sono troppe

miglieruolo

Pubblicato ilsabato, 17 settembre 2022dacristina bove

Nel fango del fossato
parlano il pantanese
e bevono pastrocchi al piano- dar
_dare le solfe, rime, pergamene
redatte nel giurassico_
se sapessero quanto c’è di zucca
nei crani ripassati dall’età
_corone e scettri ai cromosomi che
fan corpi sfatti e facce cavalline_
saprebbero ch’è meglio un rospo a tavola
d’un bacio stregonesco
che li rendesse pargoli attempati
re travicelli di giustiana fama .

Quelli che invece sguazzano pimpanti
in acquitrini rogge e altri canali
scriverebbero versi per i posteri
versi da bofonchiare, tutti uguali
banalità con enfasi rampante
rampolle di pocaggine
come diceva la poeta amica
_un po’ ne invidio acume e dipartita_
anzi diceva di poraccitudine
confermo ogni insostanza

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14 novembre 2022 / miglieruolo

Quartine dernier cri

Pubblicato giovedì, 29 ottobre 2015 da cristina bove

senza paradiso - by crBo

Logoro alle caviglie
l’abito mostra date di scadenza
percorre l’arenile senza impronte
_soltanto scie di vento sulla sabbia_

Il curriculum vitae
non più da presentare
dimenticarlo chiuso in un cassetto
_era un soffio di vita sulle braci_

nell’atelier sprovvisto di memoria
nessuna griffe è scritta sulla pietra
s’indossano vestiti in trasparenza
_bordati d’aria ricamata a giorno_

10 novembre 2022 / miglieruolo

A tutto sconto

Postato il di chiedoaisassichenomevogliono

“Chiunque facesse crescere cinque pannocchie di grano o due fili d’erba là dove prima ne cresceva uno solo, avrebbe fatto un miglior servizio al suo paese che tutta la razza dei politici messa assieme.” (Jonathan Swift)*

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9 novembre 2022 / miglieruolo

Nessuno tocchi Alidoro

Postato il di chiedoaisassichenomevogliono

C’è da dire che taluni non paiono manco mastini incattiviti, coi quattro cenci addosso che ci hanno, e fame e disperazione, pure se ne auspica, con buona pace della brava gente e loro sicurezza, che facciano di boccata d’acqua salata ultimo sorso di vita. Semmai c’è pensiero frequente che ad aver più cuore basta che sei pezzo di legno che prese vita. Manco mi viene da dire, pensa che ti ripensa, meditate gente.

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18 ottobre 2022 / miglieruolo

Il Deserto dei sentieri che s’incontrano

https://www.labottegadelbarbieri.org/breviario-19-sentieri-che-sincontrano/

un racconto di Mauro Antonio Miglieruolo

A

1

C’era una volta un piccolo uomo, piccolo e brutto; e una donna bellissima. Che era rimasta tale, bella, nel corso dei molti anni durante i quali aveva accettato di condividere la vita con colui che aveva accettato anche di sposare (mal gliene incolse). Ma più che bella, era una sorta di incanto (fedele e inavvicinabile) che tutti gli invidiavano.

Non solo era stata bella: si era sentita bella; ed effettivamente era stata. Finché il ragnetto con il quale condivideva la vita, nel corso di un attacco di follia testosteronica, aveva presunto di potersi mettere con una che valeva sì e no un decimo della moglie, ma aveva vent’anni di meno (il che, arrivati a una certa età, sembra contare). La moglie ricevuta la notizia a mezzo di un semplice “me ne vado” buttato in faccia quasi con indifferenza, si era tenuta sul medesimo piano. Il distacco. Non aveva detto nulla, fatto nulla, neppure una lacrima, appena il soffio di un “eheee” che lui non seppe interpretare e che noi sì, sappiamo. Gli aprì la porta per facilitarne l’uscita e lo diffidò dal farsi rivedere da quelle parti.

Avrebbe fatto meglio a riempirgli la faccia di schiaffi. Riempì la propria, invece. Non appena lui uscì e nel seguito di tutta la notte. Si strappò i capelli e strappò i bei vestiti ai quali aveva tenuto, riempì la strada delle sue scarpe. E ululò alla luna, la prima notte di luna piena.

Andò peggiorando di giorno in giorno, il dolore che cresceva, il rispetto di sé stessa che s’approssimava allo zero. Quella sua bellezza, rara e delicata, utilizzò mille espedienti per distruggere. Non si trattò di un’assenza di cura della persona, quello sarebbe stato un minimo. Praticò un accanimento contro la sua stessa vita che in breve la ridusse a uno sbraitante animale portato al macello: il macello al quale si conduceva.

Poiché non poteva morire, era troppo giovane, rifiutò di vivere.

2

Quei suoi begli occhi che mai aveva usato per produrre diavoli nel corpo degli uomini, li piantò in quelli della sorella Signora Nostra dell’Amen e così sia, madre e fonte di tutto. Sfidandola. Ammazzami, quasi dicendole. Signora nostra dell’Amen, anche lei nulla, sorridendo. Non rispondeva a appuntamenti non suoi, non li prendeva in considerazione. Quei tentativi di occhi negli occhi, la morte rintuzzava evocando il ricordo delle volte (tante) che in essi, da vera poetessa, aveva scritto fatati poemi d’amore al marito. E che vuoi tu ora da me? Sciagurata… Ah, che sapeva amare la bellezza rara e delicata del nostro racconto! Sempre nel fuggevole dei palpiti del cuore, in quell’attimo magico tanto potente che riesce a dare un alt al tempo stesso. Attimi in cui nulla d’altro sembra possa essere. L’universo immobile. Guardando con un effetto di profondità che bisognava vederlo! Bisognava vedere come fosse in grado di aprire varchi verso l’Impossibile; provocare fratture dentro le quali, inserendosi, si può ascendere a dimensioni che ancora nessun poeta ha esplorato. Neanche si sono azzardati i poeti a guardare in tale aspetti.

Gli occhi, dunque. Occhi grandi, luminosi, l’iride blu viola color del mare al tramonto, verde e cinereo (e chissà cos’altro ancora) in attesa delle mille albe che rappresenteranno scene di trionfi. E i grazie a Dio per l’avvento del giorno, grazie all’Uomo che ha prodotto il Paradiso che giace lì accanto: grazie a sé stesso per averlo saputo riconoscere e rispettare. La nostra eroina che respira lenta nel leggero del sonno mattutino, sognando carezze sui capelli, che in effetti riceveva insieme a toccanti dichiarazioni d’amore.

Non è compito mio dire del resto mattutino (o notturno) nel quale si impegnavano; resto che per altro nessuno conosce. Non aveva confidenti la nuova Venere. Neppure il marito che, sopraffatto dalla fortuna che gli era toccata, della quale non si rendeva conto, non ritenne di doverla condividere, ripetendola nei racconti e anzi, ampliandola. Ah! Che donna! dicendo. Prudente. Muto. Per lungo tempo sedotto (poi non più) del modo silenzioso e passivo con il quale diventava tenera, arrendevole, bisognosa d’affetto più che di piacere! E il delizioso incarnato delle guance, sul quale lei stessa poi esercitò il peggio della distruzione… Come della bocca, alla quale dava forse troppo di frequente la parola; una bocca che non aveva bisogno di sottolineature per evocare desideri.

Per quanto bella, impossibile nasconderlo, altrettanto brutto il carattere. Polemica, litigiosa, dura, ostinata: ostinata persino (o specialmente) nell’errore. Non senza qualche ragione il marito se n’era andato proprio quando la ninfa era arrivata alle soglie dei quaranta, nel fulgore di una grazia che prometteva eternità, ma si ignorava se avesse potuto mantenerla; in favore di una che valeva esclusivamente perché poneva con prepotenza sullo sfondo la vecchiaia che l’uomo sentiva incombere.

3

In breve tempo si era ridotta nello stato in cui molti ancora la ricordano (quello pregresso scomparso nel nulla). Scarmigliata, le guance incavate, il colorito da malato terminale, la voce rauca, molti denti spezzati nelle cadute, d’una bruttezza rivoltante: ridotta a mendicare, girovagando per città e paesi. Con un odore che arrivava lontano. Restava alcuni giorni assente mendicando in giro, per poi tornare a casa, ubriaca fradicia, barcollando sulla strada in salita, una ultima bottiglia di vino in mano. La mano sinistra appoggiata al muro le dava l’appoggio e la spinta necessaria per salire. Le gambe a volte cedevano, la mano mai la presa sulla bottiglia. Tenuta alta in modo che non urtasse sul selciato e finisse in mille pezzi.

Impiegava non si sa quanto per percorrere quei pochi metri che la separavano dall’antro che era diventata l’abitazione. Casa povera, ma un tempo ordinata, pulita. Ora un nero di fuliggine, rifugio per scarafaggi, immondi animali che ogni notte invadevano le abitazioni vicine.

Quando però cadeva, la bottiglia salva, la sua dignità andava definitivamente in pezzi. Le bestemmie, i lamenti, le maledizioni e le urla. Cotta dal vino, finiva la cottura sotto l’imperio del sole, semisvenuta, ansimando, mentre i ragazzini di passaggio ne approfittavano per sollevarle la veste sulla pancia per poi correre via ridendo.

Non portava niente sotto.

4

Era questo il motivo per cui le pie donne del vicinato avevano iniziato (e poi continuato) ad accudirla? Forse. Forse temevano il suo mostrarsi senza vergogna, le parole infamanti che fiorivano facilmente sulle sue labbra, e infamavano lei anzitutto. Terribile vederla passare barcollando per la via, bestemmiando, maledicendo sé stessa e il mondo. Era uno specchio quello nel quale non amavano specchiarsi. Chi avrebbe potuto fornire a sé stesso garanzia che non si sarebbe mai lasciato precipitato in una uguale follia?

Intanto la donna, la ex donna, giorno dopo giorno continuava a salire i gradini del calvario della sua ideale crocefissione. Che ripeteva, che ampliava, cercando di coinvolgere tutto il vicinato. Una cerchia che si spingeva lontano. Molto più lontano di quanto già non potesse la sua voce di avvinazzata. Le parole, pronunciate a squarciagola, dall’alto del terrazzino – strappandosi i capelli, battendosi le guance, guance che nessun uomo aveva mai osato colpire e ora lei batteva come la pelle d’un tamburo. Quelle parole, ripetute nei sussurri e nel compiacimento del pettegolezzo e della calunnia, edificavano anche coloro che, lontani, quelle parole non potevano udire.

Conosceva i segreti di tutti, i più vergognosi e li spiattellava senza tema di contraddizione. Ma chi mai avrebbe osato? Chi avrebbe potuto? Superare la sua voce straziata, l’urlo che le nasceva dal petto, la rabbia permanente che la rodeva e faceva sì che la riversasse sul mondo, affinché il mondo intero ne fosse consumato?

Credo fossi l’unico, perché piccolo e innocente, ancora privo di veri segreti, a non temerla. Per questa unica ragione: l’essere suo svergognato e l’incuranza con la quale trattava la sensibilità comune mi sembrava non fosse destinata alla comunità. Fosse destinata a sé stessa. La temevo invece per quel fondo di furore impotente, di rivolta contro il tradimento, di paura e di dolore che condividevo e che avrebbero potuto portare anche me alla perdizione.

Anche voi.

5

Ne avevano tutti fin sopra i capelli, la pietà non era sufficiente a sopportarla. La nutrivano, scendevano in strada a mettere a posto la gonna per far cessare il peggio dello scandalo, nonostante sbraitasse e si rivoltasse. La tiravano su e la portavano di peso fino a casa. Poi, prima che si riprendesse e cominciasse a minacciare, si dileguavano nella frescura degli usci che serravano con cautela alle loro spalle. Tutte quante ansiose in attesa del fatale momento in cui sarebbe salita sul terrazzino, dove restava sotto il sole per ore borbottando, esplodendo poi imprevedibilmente in quelle sue interminabili geremiadi nelle quali i fatti erano veicolo della pena, il dolore, lo scandalo e l’invettiva per l’invettiva. Predicatrice formidabile si ergeva contro il creato annientando con le grida tutto ciò che aveva già annientato nel cuore.

Nel segreto delle stanze ognuna e ognuno si chiedeva: a chi toccherà questa volta?

6

Finì imprevedibilmente, dopo anni di subbuglio.

Un giorno, tornando a casa, barcollante e sputazzando odio, trovò sulla sua strada un ragazzino (dodici, tredici anni? Undici?) che riuscì a fermarla. Semplicemente facendo ALT con il palmo della mano messo in avanti. Parve un vigile. Ai vigili di solito rispondeva male, s’era fatta più di una notte in prigione per quei suoi modi spicci. Modi che la gente sopportava ma gli uomini di legge, alcuni uomini di legge, giudicavano inadeguati. Al ragazzino rispose impietrendo l’espressione.

“La bottiglia, dalla a me, potrebbe rompersi.”

Che erano quelle confidenze? L’ubriacona non le accettava. Le usava, non sopportava fossero dirette contro di lei. Tuttavia non reagì. Nonostante il ragazzino avesse pronunciato una solenne scemenza. Come, rompersi? Non aveva mai rotto una bottiglia di vino, lei. Era celebre anche per questa sua facoltà che nessuno riusciva a spiegarsi. Facoltà in più di quella di essere pienamente al corrente delle segrete vergogne di tutti. Cadeva, si faceva male, sveniva, ma la bottiglia riusciva sempre a portarla a casa. Per rifinire lo stato di ebbrezza profonda nel quale si era infelicemente introdotta.

B

1

Gli dicevano, tanto per sfottere, diventerai qualcuno. Per subito dopo aggiungere, se sopravvivi a tua madre!

Era sempre pieno di lividi, striature sulla pelle prodotte dai flessibili ramoscelli d’ulivo, il periodo suo peggiore essendo proprio la Pasqua, abbondavano in quel periodo i verdi ramoscelli di pace.

Lividi e ferite varie gli dolevano, il vero dolore però era dentro. Dolore per sentirsi gettare in faccia quella che forse era verità. Verità vera di fede.

“Puttaniere!” l’interpellava spesso la madre. “Diventerai un puttaniere come tua padre. Gli somigli. Proprio uguale a lui: un disgraziato traditore.”

Al mattino un pezzo di pane duro rubato alla dispensa e via di corsa, da vero traditore, a esplorare il deserto di felicità che caratterizzava le montagne. L’odore intenso delle erbe selvatiche, l’ombra degli alberi di fichi, i fichi stessi e i rovi che gli graffiavano le gambe… non se ne curava, restando immobile a guardare i precipizi che si aprivano qua e là, alla disperata, nella vertigine dei sassi bianchi del fiume asciutto di un torrente che tentava, in basso.

Aveva finito con l’accettare la sfida.

2

Dopo aver girovagato a lungo, in genere sotto il sole cocente del primo pomeriggio, raggiungeva il basso con salti di capriolo, balzando da un albero all’altro, afferrandosi ai cespugli; e quando non poteva altro lasciandosi scivolare lungo le pendici protetto appena da un riparo di cartone messo sotto le terga. Stava lentamente aprendo una strada per i futuri ebrei erranti di quei luoghi.

Giù, molto in basso, il greto del torrente. Piccoli grilli colorati balzavano da un sasso all’altro, migliaia di grilli. Le lucertole. Si affacciavano un attimo sui massi e scomparivano. Insieme al ronzio delle mosche attorno e sopra le feci d’uomini e animali. Quel che attraeva di più l’attenzione era un casale in rovina, distrutto da una qualche piena più impetuosa delle altre. Sopra la quale, al sicuro dalla piena, una grotta d’arenaria aveva ospitato e salvato gli abitanti della casetta. Era lì, in quell’angusto rifugio, allargato da generazioni di viandanti, che si concedeva di piangere. Si sdraiava di lungo e lasciava che lacrime scorressero. Senza singhiozzare, senza disperazione. Era il sollievo che cercava, non d’esacerbarsi ulteriormente.

A volte s’addormentava. Momenti fortunati che arrivavano senza che li cercasse. Fortunati in quanto in essi il tempo trascorreva senza che cercasse i modi di perderlo; trascorreva senza ricordi, abbandonato a sé stesso, ai ritmi del corpo. Si svegliava che era notte, obbligato a percorrere a ritroso il cammino del ritorno, a volte in un buio che gli procurava angoscia. La notte così sempre, porta angoscia. Anche quando rischiarata dalla misericordia perenne d’un pieno di Luna. In fondo, che gli importava a lui? Vedere non vedere, attento dove metteva i piedi… Importava forse a sua madre che l’attendeva a braccia conserte, il petto pieno di rimproveri.

3

Nel declinare dell’estate, come era successo altre volte, il bel tempo si ruppe e a metà del percorso fu costretto a cercare riparo.

Tempo una manciata di secondi e arrivava la piena. Impressionante vedere l’acqua allargarsi e avanzare inesorabile, occupando l’intera superfice del greto. Pochi minuti di indugio e sarebbe diventata inaffrontabile. L’acqua che scendeva tumultuando, portando con sé tronchi, fango, pietre, animali sorpresi nel corso dell’attraversamento.

Il ragazzo per fortuna aveva la grotta a portata di mano e vi si arrampicò vivace come una lucertola. Non penetrò nel più largo interno. Resto a un passo dall’entrata a fissare la furia della pioggia e quella ancora più temibile del fiume in piena. Immaginò un fuoco e sé stesso vecchio che allungava le mani per scaldarle, come aveva visto fare; mentre un canto gli usciva dal petto, un canto da sirena, che orientò nel furore degli elementi chi ne aveva bisogno.

Si trattò nuovamente di una manciata di secondi. Una figura temibile si affacciò, piegata in avanti per poter entrare, terribile nell’espressione, le unghie lunghe, l’espressione stravolta. La figura lo guardò e lui guardò la donna. Forse si riconobbero. O forse caddero ambedue nella coincidenza di un momento di pace interiore.

La donna comunque, arrogante come soleva, articolò: “Chi sei? Che vuoi? Vattene…”

Nello stesso tempo che sollevava la bottiglia, la sempiterna bottiglia, per tenerla al riparo dall’imprevisto. Il ragazzo equivocò. Pur nell’inattualità del momento, pronunciò la verità fondamentale della vita sua. Quella più profonda e segreta. Che lo feriva.

“Non mi picchiare…”

In tono piano, in un soffio di richiesta che non era richiesta, non preghiera, era forse un affidarsi. Una sorta di istruzioni per l’uso.

La nuova venuta si immobilizzò nell’atto, divenne statua, da lupa ferina e talpa e serpente che era. Avrebbe dato un passo indietro non fosse l’intensificarsi della pioggia, che la sospinse invece avanti.

“Scansati,” ordinò, come ostentando di non avere udito. C’era posto per tutti e due all’interno. Sedette e guardò fuori, il diluvio che stava scendendo, in uno scroscio ancestrale dato per lavare tutti i peccati del mondo.

Il fiume che già tuonava. Il rivoltarsi e lo schiumeggiare dell’acqua. Massi che rotolavano. Tronchi che vi sbattevano contro e l’un contro l’altro armati. Il finimondo.

Stettero ambedue seduti, ognuno chiuso nei propri affanni. Considerando. Il cielo quando decide di spaventare, non scherza.

La donna attenta alla bottiglia, il ragazzo alle striature che gli decoravano le cosce. Una ultima lacrima attraversò la soglia del dolore e ripeté in un soffio “non mi picchiare”. Non s’era mai permesso di chiederlo, per orgoglio o perché non appropriato. Un suo desiderio. Lo confessò due volte alla sconosciuta. Che attinse tranquilla alla bottiglia e con voce rauca avvinazzata sussurrò:

“Eheee!”

Un “ehee!” piano che quasi non si udì. E che per esserne sicura d’essere stata intesa ripetè. “Eheee! Eheee! E ancora: “Eheee!” con tono e intenti sempre diversi

Pronunciò tutti gli “eheee” dicibili in quelle quattro volte. Poi tacque, in attesa “che gli eventi diventassero cosa”.

4

Fu in quello e per quello che fecero conoscenza e subito dopo amicizia. In funzione della quale poterono stare fianco a fianco, seduti a guardare la pioggia che scendeva, il torrente che ingrossava, la donna che continuava a sorseggiare dalla bottiglia e il ragazzo che sorrideva al niente e al nessuno di un periodo breve che, al contrario di tutti gli altri, effettivamente seppe essere eterno.

5

Provate a stare per ore a guardare, insieme alla persona che amate, gli elementi che infuriano. Neve, pioggia, grandine, stelle cadenti, il mare in tempesta… Qualcosa succederà in voi.

A e B

1

Il ragazzo prese la bottiglia, si fece circondare il collo da un braccio e portò su agevolmente la vecchia (ormai era tale, rinsecchita e brutta: credo non pesasse più di 40 chili)) fin dentro casa.

La porta restò aperta. Il che suscitò apprezzamento, dopo la meraviglia per l’assenza del rosario di insulti con le quali accoglieva ogni buona azione. Se ne parlò molto di quella porta aperta e della pace che invase il quartiere. Quel giorno seguente e il giorno dopo ancora.

Si parlò della porta aperta, del sonno in cui la donna era caduta, della circostanza più inaudita di tutte: quella di non affacciarsi al terrazzino per rovesciare sul vicinato il tormento dei mille diavoli che pestavano dentro e le producevano l’iperbole del dolore.

2

L’elemosina il giorno seguente la chiese alle vicine, mendicando un po’ di pane con il quale sfamarsi. Pane e acqua, non chiedeva altro. Gliene diedero. E tornò al gradino della porta di casa, sulla quale sedette e sgranocchiò quando ricevuto. Ma piano. Con cautela. Aspettando un poco, per verificare l’effetto che il cibo produceva nel suo corpo ormai abituato a non riceverne.

A una vicina che si avvicinò per porgerle un pezzo di frittata appena cotta, ancora calda calda, rispose con un garbo e un grazie tanto piena di dolcezza che la donna se ne fuggì, sconvolta, peggio che se fosse stata inseguita da un milione di male parole.

3

Trascorsero tre giorni prima che il ragazzino tornasse. Tornò con tre o quattro buste della spesa, bastanti per una settimana di pasti completi.

“Questo è per la colazione. Latte e caffè solubile. Non è bene che cominci con il vino. Non fa bene…”

Dalla donna promanava un odore di alcool, insieme a quella della sporcizia, che prendeva alla gola.

“Tu non tornavi,” si scusò lei. “E io…”

Lui le fece una carezza sui capelli, un tempo bellissimi, ora peggio di quelli di una strega. Sedette al suo fianco e restò a guardare il panorama del vecchio muro di fronte. Anche la donna. Guardando il muro. Il tempo per la visione lunga di un film, che elaborarono nelle loro teste, probabilmente; al termine del quale la donna si alzò e scomparì all’interno.

Poco dopo lo scroscio dell’acqua. Erano mesi (anni?) che non lo si udiva. Uscì che esibiva i suoi cinquanta anni, non i settanta di un’ora prima. Si era tagliata i capelli e li andava pettinando. Ne aveva lasciato appena un palmo…

“Corti è più facile pettinarli,” spiegò. “Lunghi com’erano non sarei mai riuscita.”

Dietro le ante delle persiane accostate sguardi furtivi e coscienze sbalordite, direi quasi spaventate, osservavano. Mute, per l’assenza di parole con il quale commentare.

4

Restò per la notte, la porta sempre aperta. Ognuno poté constatare che dormivano per terra, lontani l’uno dall’altra.

Per fortuna era estate…

5

Il mattino seguente il ragazzo si avviò. La donna affacciata al balcone chiese:

“Quando torni?”

“Appena posso… li sai i miei obblighi di scolaro…”

“Va bene, va bene, appena puoi. Non mi far aspettare troppo, però.”

Sarebbe stato meglio fosse stata lasciata aspettare. Mesi eventualmente, crogiolata nella sua nuova condizione. Perché dopo altri tre giorni, quando il ragazzo bussò alla porta e lei aprì, una voce di donna, rosa dalla gelosia, riecheggiò nella via.

“Ah! È con questa puttana che perdi il tuo tempo, invece di studiare!”

E fu tutto un accorruomo (o fuggiuomo?) di persiane che si chiudevano e volti ansiosi che preventivavano guai.

6

“Mamma, lascia perdere…”

“Ma io ti ammazzo, sai. Io ti ammazzo!”

E giù botte. Date col palmo della mano. Poi con i pugni. Infine con un bastone reperito per strada, nella quale era scesa per cercarlo (forse lo aveva occhiato salendo). Il ragazzo sopportò. Senza neppure lamentarsi. Ma quando lei smise e iniziò a prendersela con la donna ch’era venuto a trovare, si erse in tutta la sua inerme figura di preadolescente, mutò in gigante, parimente dotato di voce possente e autorità.

“Bada! Bada a quello che fai! O non mi vedrai mai più!”

Alla madre, neanche per l’anticamera del cervello. Alzò il bastone contro la figura inerme, la quale da tigre che era si era trasformata in agnellina; e che osservava l’inaspettato dalla soglia della casa. L’alzò con la severa intenzione di farlo calare sulla sua testa. Puttana! Gridando. E poi moltiplicando. Puttana! Puttana!

Non incontrò la testa della poveretta, ma la mano ferma del figlio. Che s’era dotato di una forza gigantesca. Le strappò il bastone di mano e la spinse, sbattendola contro il muro.

La madre lo fissò con occhi grandi, spaventata e inebetita nello stesso tempo. Non poteva crederci. Mai si era in precedenza ribellato contro le sue angherie. Mai.

Il ragazzo gettò lontano il bastone e si avviò lungo la discesa.

Dall’alto la voce preoccupata di quella che era stata una mendicante. E che tornò a mendicare.

“Tornerai?” chiedendo.

“Certo che torno. Stai sicura che torno.”

Ma questo non era nelle sue possibilità garantirlo.

C

1

Li vide arrivare dall’angolo della piazza in cui era la scuola. Dove lo erano andati a cercare. Quel giorno, in un estremo tardivo ripensamento, forse, la madre aveva voluto non ci andasse.

“Adesso ci penseranno loro a te…” udì alle sue spalle.

Si seppe dopo della denuncia. Cosa che solo interiormente suscitò condanna e scandalo. Esteriormente no. Dopotutto aveva alzato le mani sulla madre, no? No, non le aveva alzate. L’aveva solo spinta, per impedirle di alzarle sulla sua nuova madre. O amica. O amante. Chi lo può sapere?

Il ragazzo invece dell’esistenza della denuncia seppe solo in quel momento. Non stette su a pensarci molto. Scappò dal retro della casa e poi di corsa attraverso un vicolo, che lo portò direttamente alla montagna. Sentì chiamare, l’offerta di perdono, il suo nome invocato inutilmente. Tardi. Troppo tardi per qualsiasi possibilità di indirizzare diversamente gli eventi.

Arrivò affannato in cima alla discesa del suo rifugio. Anche lì, all’inizio di quel ripido che aveva percorso tante volte, si sentì chiamare. Forse non era più tanto al sicuro e nel segreto, come era stato.

Non gliene importò. Procedeva senza pensieri, senza considerare, quasi senza vera meta. Procedeva per procedere, perché a quello era abituato e non aveva tempo per cambiare. Con una urgenza che derivava dal pericolo, l’avrebbero rinchiuso, il riformatorio, non più carezze sulla testa della sua nuova amica…

Affrontò a precipizio la discesa. Saltando da un albero all’altro, da un cespuglio all’altro… Mentre voci sempre più preoccupate e concitate chiamavano. Raccomandavano. Distraendo…

Imploravano (la voce di sua madre tra di esse?). Le udì senza udirle. L’unica a cui dar retta era l’ansia sua di fuggire, accentuando la sua fretta, l’appuntamento con il destino…

Mancò una presa, cominciò a cadere. Cadde quella prima volta e fu per sempre.

Il suo corpo in basso, su un masso, lo sguardo spalancato, senza più luce negli occhi.

Contemporaneamente il grido. Alle dieci, alle undici del mattino? Uscì dalla casa della vecchia, nell’ora stessa della caduta. Come se la morte avesse pugnalato lei, non il ragazzo in fondo alla scarpata. Il quartiere fu scosso da quel grido. Un grido straziato, straziò tutti.

Non c’era altro ormai per la donna. Non ubriacarsi, battersi il petto, strapparsi i capelli, dare scandalo, bestemmiare. Nessuna diversa possibilità che urlare e inoltrarsi negli oscuri territori dalla follia.

Fu solo il primo. Dopo, per molto tempo ancora, prima che arrivassero a portarla via, nella stessa ora lo stesso urlo. La disperazione.

Sia pace all’anima nostra.

5 ottobre 2022 / miglieruolo

In battere e levare

In battere e levare

Pubblicato il mercoledì, 5 ottobre 2022 da cristina bove

ad animare i gigli e le sequoie
l’acqua delle tempeste e gli alisei
la musica del mondo
ci attraversa
               interseca il respiro di chi nasce
              bacia la fronte prossima agli addii
squilla colori
ai fiori che non sanno d’esser fiori
_che ne sappiamo? Magari ci sbagliamo_

Il suono accorda il nascere e il morire
dal macrocosmo al microcosmo
gli spazi siderali e il cuore umano
                   rimbomba nella guerra
                   trionfa nella pace
e noi chi siamo?
Forse le partiture delle stelle
pentagrammi di luce e oscurità
coloriture d’esistenza
notturni sarabande allegri adagi
le Incompiute
dell’infinita sinfonia del tempo

***

Grazie Cristina, musica oltre che poesia. Mam

28 settembre 2022 / miglieruolo

Un ponte

Chiedo ai sassi che nome vogliono

Nazarene bianche, Nazarene nere.
Del fiume a le rive
si guardan da tanto i conventi,
si guardan con occhio di vecchia amicizia
le piccole torri, una bianca e una nera,
le suore s’incontran la sera,
la sera al crepuscolo.
Due volte s’incontran, le bianche e le nere,
sul ponte, sul ponte che unisce i conventi,
li unisce da tanto per vecchia amicizia,
le piccole torri si guardan ridenti
una bianca e una nera,
le suore s’incontran la sera,
la sera al crepuscolo.
Le piccole chiese al crepuscolo s’aprono,
ne sortono leste le suore ed infilano il ponte;
nel mezzo s’incontran, s’inchinano
le bianche e le nere,
si recan l’un l’altre a la piccola chiesa al saluto;
vi fanno una breve preghiera
e leste rinfilano il ponte.
Di nuovo s’incontran, s’inchinan le file,
una bianca e una nera,
le suore s’incontran la sera,
la sera al crepuscolo.
” (Aldo Palazzeschi)

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26 settembre 2022 / miglieruolo

Il fascio della marmotta

So che esiste una teoria che vede la rappresentanza politica come specchio dell’elettorato. Una teoria che non manca di qualche fondamento. Senonché tiene in scarsa considerazione l’insieme delle forze, a cominciare dalla scuola, dall’oppressione del bisogno, dal cattivo esempio dei gruppi dirigenti, della costante impunità dei malfattori, che l’opinione di quell’elettorato contribuiscono a formare. Con tutto ciò mi sento di affermare che gli eletti sono molto, ma molto peggio di pochi che ancora votano. Uno specchio deformante e canaglizzante, per dire.

scheggetaglienti

Il Ciclo del Cazzaro è ricominciato: Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini, adesso tocca a lei, Giorgia Meloni, prima regina della dinastia dei Re Sòla.
E così com’è stato per gli altri, anche il suo momento passerà, e ne resteranno le macerie.
Sta a noi far sì che stavolta, insieme alla cazzara di turno, crolli anche il marcio sistema fascio-capitalista che l’ha prodotta.

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26 settembre 2022 / miglieruolo

L’analisi del voto

Vale per il linguaggio, che fa agio sui contenuti, pur da prendere in considerazione essi stessi

Chiedo ai sassi che nome vogliono

Non posso mica farmi a sottrazione d’analisi del voto, che di mia coscienza civica d’impegno assai sociale ve ne sarebbe poi soltanto traccia residua. Che quindi non m’astengo a siffatta valutazione che di risultato scontato val la pena di chiacchierare. Prima, che mi pare cosa assai importante, vado di musica, ma non di qualsiasi musica, ma per saluto ad ultimo grande che ci ha lasciati, che forse non era il più grande ma che a trovarne uno tra i vivi pare impresa disperata e tra i morti pure non ce n’era a bizzeffe così.

Insomma, valutazione del voto è che prescinde da risultato che pareva già scritto, ma non v’era a confronto di disfida durissima molto più di quanto non emerse da feroce dibattito elettorale tra contendenti di grande arguzia e spessore per contendimento di presidenza a nuovo mandato di Circolo della Bocciofila. Ché se c’è rischio di scoppio universale…

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23 settembre 2022 / miglieruolo

Fuggire per fuggire

Postato il di chiedoaisassichenomevogliono

La dittatura perfetta avrà sembianza di democrazia. Una Prigione senza muri nella quale i prigionieri non sogneranno di fuggire. Un sistema di schiavitù dove, grazie al consumo e al divertimento, gli schiavi ameranno la loro schiavitù” (Forse Aldous Leonard Huxley)

Che a manco d’aria mi spinge desiderio di fuga, che non fu fuga dietro l’angolo quella che mi venne a mente, piuttosto ricerca d’orizzonti per infinito desiderio che non ebbero mura di prigione, deserti innevati o caldi a macero, rose di Atacama, oceani di fiere, isole selvagge, sentieri di capra. Mi farei volentieri Argonauta per investire velli d’oro in buoni fruttiferi a far falò di carta a risparmio d’energia, cercare cere per ali d’Icaro, scendere a patti con unicorni da autostop su nuvole basse che soffro di vertigini. Mi venne desiderio improvviso ed irrefrenabile di fuga di cervello, a lasciar porte aperte al mio non esiterei, che vaghi pure. Ma forse mi farei, a contentezza, solo miserabile fuga a bettola da sganghero a porto perduto, per non centellinarmi vino, nemmeno mi dispiacerebbe spiaggia o scoglio di altra isola qual che sia, purché non vi sia altro che l’isola stessa.

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Mi venne desiderio inesausto di farmi vacanze in permanenza, lasciare che le flotte avverse s’incrocino da sole, per conquista di potere che io non ne feci richiesta. Che non v’è conquista in annullo di competizione, c’è solo arrovello di competizione con nulla, che io non volli, fortissimamente non volli, esser parte di quel nulla, ma me ne scelsi altro, proprio a desiderio d’alterità, a desiderio di scusate non partecipo, ho fuga da fare che mi parve di maggior impellenza. Mi venne, altresì, desiderio d’argomento futile, di scherzo a celia, di sasso a stagno, di spilucco d’uva e cacio a scaglia, bicchiere sempiterno, sigaretta accesa a distrazione meccanica a fronte d’un sole che tramonta, poesia da lettura, pure un verso si, altro aspetta, che non se ne fece cruccio d’attesa. Mi venne voglia d’una canzone, che a non ricordarmi quale non mi fu d’angoscia che di tante ne ho a memoria che non mi mancò piacere d’ascolto. Tutto ciò mi venne a desiderio, pure altro. Ma prima vi regalo versi:

“Il poeta è un operaio

Gridano al poeta:
“Davanti a un tornio ti vorremmo vedere!
Cosa sono i versi? Parole inutili!
Certo che per lavorare fai il sordo”.
A noi, forse, il lavoro
più d’ogni altra occupazione sta a cuore.
Sono anch’io una fabbrica.
E se mi mancano le ciminiere,
forse, senza di esse,
ci vuole ancor più coraggio.
Lo so: voi non amate le frasi oziose.
Quando tagliate del legno, è per farne dei ciocchi.
E noi, non siamo forse degli ebanisti?
Il legno delle teste dure noi intagliamo.
Certo, la pesca è cosa rispettabile.
Tirare le reti, e nelle reti storioni, forse!
Ma il lavoro del poeta non è da meno:
è pesca d’uomini, non di pesci.
Fatica enorme è bruciare agli altiforni,
temprare i metalli sibilanti.
Ma chi oserà chiamarci pigri?
Noi limiamo i cervelli
con la nostra lingua affilata.
Chi è superiore: il poeta o il tecnico
che porta gli uomini a vantaggi pratici?
Sono uguali. I cuori sono anche motori.
L’anima è un’abile forza motrice.
Siamo uguali. Compagni d’una massa operaia.
Proletari di corpo e di spirito.
Soltanto uniti abbelliremo l’universo,
l’avvieremo a tempo di marcia.
Contro la marea di parole innalziamo una diga.
All’opera! Al lavoro nuovo e vivo!
E gli oziosi oratori, al mulino! Ai mugnai!
Che l’acqua dei loro discorsi
faccia girare le macine.
” (Vladimir Majakovskij)

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17 settembre 2022 / miglieruolo

I ranocchi non sanno il principese

Pubblicato ilsabato, 17 settembre 2022dacristina bove

Nel fango del fossato
parlano il pantanese
e bevono pastrocchi al piano- dar
_dare le solfe, rime, pergamene
redatte nel giurassico_
se sapessero quanto c’è di zucca
nei crani ripassati dall’età
_corone e scettri ai cromosomi che
fan corpi sfatti e facce cavalline_
saprebbero ch’è meglio un rospo a tavola
d’un bacio stregonesco
che li rendesse pargoli attempati
re travicelli di giustiana fama .

Quelli che invece sguazzano pimpanti
in acquitrini rogge e altri canali
scriverebbero versi per i posteri
versi da bofonchiare, tutti uguali
banalità con enfasi rampante
rampolle di pocaggine
come diceva la poeta amica
_un po’ ne invidio acume e dipartita_
anzi diceva di poraccitudine
confermo ogni insostanza

14 settembre 2022 / miglieruolo

E mi guardavo fare

da: https://cristinabove.com/2022/09/14/13624/

15 luglio 2022 / miglieruolo

pensare che sia stato il vento

30 giugno 2022 / miglieruolo

Libertà di parola

Chiedo ai sassi che nome vogliono

Ci appartiene quello che scriviamo? Chi lo sa? Penso che ognuno risponda per sé, decide cosa farne delle sue parole, di quelle che dice in confidenza, di quelle che urla ai quattro venti, di quelle che scrive in lettera riservata, o libera nella rete (che ossimoro vertiginoso). Io sono nessuno, dunque le mie parole sono di nessuno, chi le vuole se le prenda pure, che le scrissi liberamente, dunque sono libere, non anelano a proprietà. Vado un tantinello di musica, così, come atto liberatorio.

Scrivo per desiderio di rendere libere le parole, consentire loro di volare. Talora ne trovo già scritte, che volano da altri quaderni, e che somma soddisfazione quando paiono esattamente quelle che avrei voluto scrivere io. Capita che le trovi esatte e giuste nel momento stesso in cui concepii quello stesso pensiero, e chi se ne frega se non ne ebbi l’imprimatur, che a me “l’ho scritto…

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19 giugno 2022 / miglieruolo

Zone d’ombra

cristina bove

sequenza di parole
interpunzioni tralasciate
_a definire basta il nesso
la congiunzione il termine appropriato_
se mai sopraggiungesse
la sospensione a tempi più propizi
ci si potrebbe incavolare per
l’occasione mancata
tuttavia
mi mando a quel paese
in piena autonomia

se non fosse impossibile
mi aspetterei di spalle
per darmi un calcio in c.lo
_se fossi un po’ più libera
diciamo bukowskiana
tolto il punto
avrei dovuto osare la vocale
per risparmiarvi un quiproquo di cielo

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