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31 dicembre 2020 / miglieruolo

Dio è atterrato

Iniziò alla breve, e crebbe con rapidità esponenziale, senza altro preavviso che l’ispessirsi del traffico. Macchine, sempre nuove macchine, macchine in entrata, macchine in uscita, macchine nervose, macchine che procedevano tranquille sulla corsia di destra, macchine impazzite su quella di sinistra, macchine che strombazzavano sfogando nel clacson il nervosismo emergente. Convulsamente, in fretta, mentre il nervosismo mutava in frenesia, necessità assoluta di far presto, d’approdare a alcunché, nuove auto si ammassarono alle uscite, altre procedettero in entrata, ostacolando la viabilità del Raccordo. Caos, smog, furore… Messo sull’avviso dall’addensarsi di tutta quell’agitazione (soltanto eventi fuori dal comune potevano giustificarla), mi affrettai a sintonizzarmi su un notiziario. La radio gracchiò la parte finale di un annuncio e tacque. Trenta secondi di silenzio. Infine la replica.

1

– Dio è atterrato, – udii dichiarare esterrefatto, – e trasmette sulla lunghezza d’onda 93.600 delle Modulazioni di Frequenza…

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30 giugno 2022 / miglieruolo

Libertà di parola

Chiedo ai sassi che nome vogliono

Ci appartiene quello che scriviamo? Chi lo sa? Penso che ognuno risponda per sé, decide cosa farne delle sue parole, di quelle che dice in confidenza, di quelle che urla ai quattro venti, di quelle che scrive in lettera riservata, o libera nella rete (che ossimoro vertiginoso). Io sono nessuno, dunque le mie parole sono di nessuno, chi le vuole se le prenda pure, che le scrissi liberamente, dunque sono libere, non anelano a proprietà. Vado un tantinello di musica, così, come atto liberatorio.

Scrivo per desiderio di rendere libere le parole, consentire loro di volare. Talora ne trovo già scritte, che volano da altri quaderni, e che somma soddisfazione quando paiono esattamente quelle che avrei voluto scrivere io. Capita che le trovi esatte e giuste nel momento stesso in cui concepii quello stesso pensiero, e chi se ne frega se non ne ebbi l’imprimatur, che a me “l’ho scritto…

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19 giugno 2022 / miglieruolo

Zone d’ombra

cristina bove

sequenza di parole
interpunzioni tralasciate
_a definire basta il nesso
la congiunzione il termine appropriato_
se mai sopraggiungesse
la sospensione a tempi più propizi
ci si potrebbe incavolare per
l’occasione mancata
tuttavia
mi mando a quel paese
in piena autonomia

se non fosse impossibile
mi aspetterei di spalle
per darmi un calcio in c.lo
_se fossi un po’ più libera
diciamo bukowskiana
tolto il punto
avrei dovuto osare la vocale
per risparmiarvi un quiproquo di cielo

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18 giugno 2022 / miglieruolo

nel palmo di una mano

Il tuo scopo lo sappiamo noi: lo godiamo noi. Ci edifica e spinge avanti. Grazie

leggere riflettere scrivere

ho raccolto nel palmo di una mano
gli istanti che ho strappato
alla dissipazione della necessità –
è la mia sola ricchezza, questo mio tempo senza scopo.

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15 giugno 2022 / miglieruolo

Solo un’Isola

Da: https://chiedoaisassichenomevogliono.wordpress.com/

Non so come gestire l’attuale wordpress, per non ricopiarlo tutto mil pezzo mi limito a questo piccolo brano allo scopo di segnalare autore e blog. Ringrazio.

Nacqui su un’isola talmente piccola che per girarmela tutta mi bastava poco. Ma mai mi venne d’annoiarmi a far perimetri e perimetri. Pure, se m’allontanavo per altra terra, cascavo comunque su un’isola, grande per come ti pare, ma sempre isola era. Un’isola, più è piccola più sa d’infinito, più si fa centro di mondo intero, che tutto ciò che ti circonda è infinito, dunque, qualunque cosa è dentro quello sconfino, non può che esservi centro, è a sguardo d’infinito a destra e manca, a destra e manca di dove ti giri. Che dunque sarei a destino centro d’universo d’abisso? Che tale evidenza di vertigine mi fece nessuno che non ho altro da riportare che uno sguardo a ciò che non conosco.

12 giugno 2022 / miglieruolo

Assemblare Inutilmente Un Testo Oscuro

cristina bove

mia scultura e foto -by criBo

A chi si ferma
In veste amica a chi
Un’improvvisa voglia di conforto
Tradisce il cuore dalla bocca al petto
Offro il mio vero volto

È dunque

Urtare con le ciglia l’aria
Niente però succede
Altro s’intende che la sordità

Pieghi le orecchie
Ai fogli, i margini scorrevoli
Rotolano trascinandosi per poco
Oltre le paratie di questa nave
Limite di marosi e di rancore
Ardua fatica

Chiama quell’altra voce
Ha note di falsetto
Eco fischiato in galleria

Ondata di ritorno
Destabilizza di continuo il dire
Espropria il tempo

Scompagina la casa
Opera pia snidare
Laddove batte il maglio
Travestito da stelo di bocciolo
Asservimento ai carri vincitori
Notabili agitati in gran da fare
Teneri in apparenza
Ostili e duri dentro la corazza.

C

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12 giugno 2022 / miglieruolo

Planitude

cristina bove

riflessi il mondo e il cielo
in acqua tinta al blu di metilene
varchi in attesa della ripartenza
          placidità dell’onda
          connessioni di luci
          viversi al meglio delle circostanze
          rimandare gli addii
          si salperà quando le vele al vento
          saranno ali mimetiche
e sulla scia dipinta nella sera
si volerà nella tranquillità dell’ora
verso un azzurro mai dipinto prima

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3 giugno 2022 / miglieruolo

All that jazz

Chiedo ai sassi che nome vogliono

Due Giugno, oggi, si festeggia la Repubblica, tale cosa appare infondata che già è a trabiccolo ad art. 1, che per compro bomba a super PIL di sforamento di tetto previsto, pure a 11 pare messa male. Ma fa caldo d’asfissio che provai ad uscire ma incorsi in vicissitudini che mi riportarono a fresche mura domestiche. Allora mi prendo tempo e vi rifaccio storia vecchia di musica, a tutto volume.

“Ho memoria vaga d’un prozio, non consanguineo, tale dunque per incroci matrimoniali ibridi. Ad ogni buon conto, faceva l’ufficiale medico nell’esercito regio, quando le bombe cascavano a grappoli. Una di quelle colpì in pieno il palazzo dove viveva e lo squarciò catapultandolo immobile e privo di sensi su un cornicione. Ci rimase appeso per chissà quanto tempo. Non si riprese più, se ne rimase muto e zitto, chiuso in un autismo definitivo da lì a che sarebbe campato. E gli…

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3 giugno 2022 / miglieruolo

remains

leggere riflettere scrivere

una ventiquattrore  per gli effetti personali
tutto il resto me lo porto dentro.

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2 giugno 2022 / miglieruolo

evoluzione

Quando si interviene con la sincerità dei poeti nell’evanescenza che denominiamo realtà accade che da figura dell’essenza si diventi controfigura dell’immaginario. L’Evanescenza condenza e appare, in controluce, qualche brandello di comprensibile verità. Grazie Luciana

leggere riflettere scrivere

da figura dell'immaginario
a controfigura di un'assenza.

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22 Maggio 2022 / miglieruolo

dolori

Meravigliosa, amata LallaErre!

leggere riflettere scrivere


deve essere  un dolore che ancora non mi dico –
non piangerei nel sonno per quelli che già so.

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16 Maggio 2022 / miglieruolo

A sfidar destini

Chiedo ai sassi che nome vogliono

La terra trema, di bombarda non cessa il suono, a mare aperto c’è continuità d’annego a fuga di disperazione, pure virus appare a cedimento d’eversione per boicotto, che crede a terrapiatta, rema contro governo di migliorissimi, a sprezzo che fu abolito per legge di stato edotto e saggio, non s’eclissa e fa morto ammazzato per piglio criminale e senso civico da fattucchiera. Bolletta schizza con benzina, d’inflazione fecero overdose che stempero dolor con nota ridotta a strumento solo.

A pagamento per sgobbo c’è sempre voce a ribasso, pure per insegnante, che se vuol aumento di centesimo dimostri d’essere ad abnegazione totale, con conseguente contratto h24, reperibilità a notte fonda per esercizio a crocettatura, che pare settimanale a mille mila tentativo d’imitazione, tal altra rassomiglia a roulette che russa è meglio non si dice, che entri in camera caritatis e lista di proscrizione a compagnia di Tolstoj. C’è anche pletora di…

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31 marzo 2022 / miglieruolo

Cerco indicazioni su edizioni recenti dell’opera di cui sopra.

1 marzo 2022 / miglieruolo

Confiteor

dal blog: https://chiedoaisassichenomevogliono.wordpress.com/2022/02/28/confiteor//

Che sia l’ultima volta. La prossima ti segnalo all’eminentissimo Presidente dr prof mitico MultiDrago

***

Di una cosa voglio parlare, a moto d’indignazione e mea culpa, per rimuovere da coscienza azione mia assai disdicevole. Mosso ancora d’insufficiente pentimento, mi decido di vuotare il sacco, a scopo d’espiazione, circa l’esistenza d’organizzazione tremenda, manipolo di sciagura, che s’atteggia, nel silenzio e nell’oscuro – dove invero merita posizione esclusiva – a congrega di distruzione di civiltà. Che tanto m’è a dolore di viscere per la prova provata che n’ebbi, che a bottiglia quale ultimo appiglio di disperazione mi rivolsi, pure trovai parziale conforto a musica. Ve ne offro di buona ed altrettanto espiatoria.

Ora, io m’avvedo che i destini d’umanità sono legati all’azione di pochi saggi e, mentre il mondo intero saluta pandemia per abrogazione ex legis, questi s’attrezzano a bomba per risorgimento autentico. Tali e altri indurrebbero a partecipazione anch’essi, poiché piatto ricco mi ci ficco, giammai per sé stessi, o, come sostenuto da biechi oscurantisti, per pura bramosia di sangue e potere, piuttosto per destino fulgido di civiltà. Che sfoltita a genere umano era opportuno che vi fosse, per conservazione di specie, puntellamento d’economie traballate da virus. Eppure, che ciò è evidente a stolto, che ne ho prove che convincerebbero un cieco, v’è contezza in me d’altrettanto pochi che in ombra tramano a sventare la faticosa elevazione a grande civiltà d’intero pianeta.

Partiamo dal principio, che meglio vi spiego se dettaglio. Ebbi le prime avvisaglie dell’orrendo complotto l’estate scorsa, che me ne andavo a banchina di molo, speranzoso in totano di Pilu Rais, con portafoglio rifornito a bancomat. Già m’ero persuaso di colpe, di peccati, sia pure lievi, che optavo per ciò in luogo di tramezzino a surgelato al sapore di granchio delle Molucche con odore di funghetto trifolato in petrolio raffinatissimo. Ma ciò che vidi m’orripilò. Il tale, vestito a camuffo a pantaloncino, con fare furtivo e circospezione, s’era appropinquato al vecchio pescatore con cesto di pomodoro e, consegnatolo, ne ricevette in cambio cartoccio di pinne e lische. Sospettai ciò che poi, ingenuamente, mi fu confessato: ci fu baratto. Seppi, di lì a poco, che v’era usanza diffusa di trasferirsi, proprio lì, in terra mia di civiltà aulica, in campagna, per autosufficienza alimentare, che non v’era interesse in dette persone di partecipar a dolore di crisi, con contributo a cassa di centro commerciale.

Di più, tale abiezione s’era fatta moda, e tali e tanti me ne indicarono, che non ressi a pianto. Ciò che invero mi turbò è che questi infingardi, nemici d’uomo e di progresso, mostravano – con chiaro intendimento di proselitista – sguardi felici e beati, sì da catturare a contagio i più fragili. L’orrore mi pervase che tornai a casa non senza aver pienato due carrelli di supermercato di minchiate, in atto di generosa compensazione. La cosa si ripetè. Un amico, possessore di orto proprio, mi disse di aver scambiato certe sue produzioni con olio e frutta secca, un altro, che fa di mestiere il musico, mi riferì di suono a festa di compleanno di tribù, a cambio di derrate varie, quali vino, cavolo e persino salamoie e formaggio. Mi si riferì di tale che esercitava professione di ripetizioni di latino a figlio di contadino aggratis e che talora veniva ricompensato con caci di forma varia. C’era dato a soffrire tutti per gesto di pochi. Ormai m’era chiaro. Eppure tutto mi sarei aspettato tranne di finire io stesso travolto dall’inganno. Dapprima il germe della rottura civile mi s’è insinuato lento, come un prurito sotto la pelle cui non diedi peso particolare, sino all’episodio fatale. Si, è vero che cucinai per feste di natale in maggior abbondanza prodotti di pesca di cugino, per distribuirne eccesso ad amici fraterni, pure, quelli, ricambiarono con d’altro di cui disponevano. Ma la situazione è precipitata proprio stamane. Mi trovavo, com’è giusto che sia, a far benzina, poi, che m’era finita libagione, m’ero per affacciarmi, qual cittadino modello, a centro commerciale. Ma, proprio su ciglio di strada, notai movimenti di tale conosciuto c’armeggiava in portabagagli d’auto con fare di chi occulta cadaveri. M’avvicinai e lì, stipato, c’era vino in damigiana per dar da bere a truppa. Rosso che macchiava pure il vetro di fuori. Ne chiesi lumi e mi fu risposto che trattavasi di vino di antico contadino, aspro e che sa di terra, – il vino, non il contadino – e che lui, piccolo agricoltore, l’aveva avuto in cambio di formaggio di capra sua, castagne e patate. Ormai corrotto dalla vista della trappola a gola, prestai il fianco, che mi si chiese in cambio d’una damigiana un paio di libri di quell’altro me che opinatamente tengo a mo’ di tappetino d’auto. M’allontanai soddisfatto, lì per lì inconsapevole del misfatto. In casa mi svegliai dall’incubo e m’arrovellai per l’accaduto, ché mi tocco dar fondo alla scorta avuta illecitamente. Ed ora, contrito nel mio dolore, spero nel perdono di comunità intera, che, senza passaggio a bancomat, come neanderthalensis che tinge fondo di caverna, commisi delitto di scambiar cultura con coltura.

27 febbraio 2022 / miglieruolo

Radio Pirata 7 (Peace & Love & Buona Domenica)

Vi piaccia o meno, è così che si scrive. La penna come un fioretto a far zig zig sui petti adiposi dei sergenti di latta autoproclamatisi esperti e scienziati.

***   ***

Che se ne venne giù neve imprevista, e freddo e gelo nemmeno ebbero comprensione per me che nacqui d’Africa che neppure se ne avvide solerte funzionario d’anagrafe a registrazione. Pure m’abortì passeggiata in riva al fiume, di riconciliazione a mondo. Ma faccio di necessità virtù e vado di Radio Pirata, che oggi faccio a buona domenica ed a vocazione corsara. Prendetevela comoda,

Corro fuori a cappuccio a terrazza per protezione a telo per fichi d’India che m’accompagnano da che son nato. Messi a neve mi fanno che passo per scemo, ma quelli reggono bufera che me lo fanno perché mi vogliono bene.

Pure mi pare che fanno omaggio a vita, e le spine sono solo un sovrappiù che cautela impedisce di conoscere a malo modo. Ho orecchio che passo per così così a Q.I. che ce li tengo a quota s.l.m. improbabile, tra bosco di faggio e roverella. Ma tant’è, d’un pezzo di mondo che è mio non mi nego compagnia.

Che fuori digrigna il vento di guerra, che mi sono deciso che oggi lo ignoro. Mi feci persuaso che guerra è che spesso se ne parla a portafoglio gonfio di giornalaio, che di pace e amore nemmanco se ne fece cenno, pare non facciano accise, forse manco esistono, che su faccialibro non se ne fa cenno. Se mi fumo sigarettina su scoglio a brezza leggera che arriva d’Oriente, pure se sono feroce reziario, mi pare che mi passa voglia di sventolare la daga.

Che d’attenzione al niente ch’è tutto, mi scuoto solo s’arriva Pilu Rais e mi porta lo sgombro che d’oceano ha il profumo. Più avanti Zio Turi ha i pomodori.

E dopo che quello te lo sei passato di griglia, con il limone d’albero del vescovo, che hai espropriato dei frutti – pure con qualche soddisfazione -, ci hai mangiato accanto un’arancia rossa a cristallo di sale e olio di Zio Turi, pure di rosso hai tinto il bicchiere, ti viene voglia d’una cosa sola, che certo non è guerra. E che non si perda occasione a iosa, che poi non torna, che di tempo ne rimane sempre assai poco ed è meglio s’impieghi così, che non a lambiccarsi d’altro che non serve.

E buona domenica, di bandiere bianche.

Chiedo ai sassi che nome vogliono

Che se ne venne giù neve imprevista, e freddo e gelo nemmeno ebbero comprensione per me che nacqui d’Africa che neppure se ne avvide solerte funzionario d’anagrafe a registrazione. Pure m’abortì passeggiata in riva al fiume, di riconciliazione a mondo. Ma faccio di necessità virtù e vado di Radio Pirata, che oggi faccio a buona domenica ed a vocazione corsara. Prendetevela comoda,

Corro fuori a cappuccio a terrazza per protezione a telo per fichi d’India che m’accompagnano da che son nato. Messi a neve mi fanno che passo per scemo, ma quelli reggono bufera che me lo fanno perché mi vogliono bene.

Pure mi pare che fanno omaggio a vita, e le spine sono solo un sovrappiù che cautela impedisce di conoscere a malo modo. Ho orecchio che passo per così così a Q.I. che ce li tengo a quota s.l.m. improbabile, tra bosco di faggio e roverella. Ma tant’è…

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26 febbraio 2022 / miglieruolo

La Prima della Prima

Chiedo ai sassi che nome vogliono

V’è corso di storia che non capisco nemmanco a cosa essenziale, come si compete a nessuno, che io tale sono e tale mi ritrovai a dispetto dei Santi, o forse per volontà dei tali. Che al più m’è dato di sostare a furor di scoglio, fiasco in mano. Pure di musica m’intendo, o meglio, con quella m’intendo, che me ne faccio d’overdose e ve ne offro un cincischio appena.

Che anche a sforzo, assai poco capisco, eppure coi numeri ho dimestichezza tecnica e m’è dato a sapere che dopo uno viene due, poi è tre. Ma se uno non è andato, allora difficile che viene due, neppure è possibile ad alcuno infagottarmi da venditor di materassi che poi viene tre. Se la scena è la stessa e l’attore cambia, non è che poi la scena si fa altra, che forse taluno la recita meglio a soggetto, talaltro pare distratto nella…

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26 febbraio 2022 / miglieruolo

La Prima della Prima

25 febbraio 2022 / miglieruolo

Di_Stanze

Di_stanze

Pubblicato ilvenerdì, 25 febbraio 2022dacristina bove

filigrane d’argento, i movimenti
un tintinnio di scaglie
serpentine le braccia
la donna tutta in un cappello
da spiaggia
l’uomo in costume blu
nel rosso tinto del giardino d’aceri
erano come foto arrotolate
banconote scadute nelle tasche

passarono quegli anni
ricordi di salmastro mare e calchi
di giovani sdraiati sulla rena

reclamava la vita
quasi a mancare il fiato
non avevano frecce direzionali
né calendari a chiedere una proroga
che venne ad insaputa
_li colse impreparati_

stilati in calce ai documenti
i nomi
persero i volti di riferimento
era calato il vento dei respiri
e si fu foglie
d’olivi taciturni nel parco degli addii
2 dicembre 2021 / miglieruolo

statistiche

leggere riflettere scrivere

con il totale di quello che è già stato
e conoscendo il numero dei giorni
puoi calcolare lo scarto quadratico del niente
e il valore ponderato di una vita.

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1 dicembre 2021 / miglieruolo

eclissi

leggere riflettere scrivere


mi chiedo dove trova riparo la coscienza
quando un pensiero non pensato le fa ombra,
perché non sia totale l'eclissi che la oscura.

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1 dicembre 2021 / miglieruolo

tre quarti di secolo

leggere riflettere scrivere

tre quarti di secolo sarebbero già storia
se non interferisse la memoria
a confondere i sogni e la realtà.

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15 novembre 2021 / miglieruolo

Louis Althusser: affabulatore, filosofo e militante

di Mauro Antonio Miglieruolo

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8 novembre 2021 / miglieruolo

Yerka, artista a tutto tondo – 1

di Mauro Antonio Miglieruolo

Jacek Yerka: molto più che Signore del Fantastico

Recentemente ho ricevuto da un’amica, alla quale avevo inviato più di una immagine di Jacek Yerka, una sorta di gentile critica, oltre che l’apprezzamento d’obbligo per il pittore-illustratore. Le immagini, si ammetteva, erano di indiscutibile valore, tuttavia palesavano l’eccessiva inclinazione al fantastico che mi avrebbe indotto a sceglierle. Non posso che ammettere la mia piena responsabilità, priva di attenuanti: sono perseguitato da una passione precoce per il fantastico fantascientifico che condivido con molte altre povere vittime, sopravvissute al doloroso epilogo della fantascienza. In particolare sono un ammiratore di Jacek Yerka.

Ritengo tuttavia che la ragione della preferenza accordata a Yerka non sia riconducibile solamente a tale personale inclinazione. Inclinazione che ha il suo peso, ma non prevalente e non esclusivo. Lo si evince dalla banale circostanza che decine, forse centinaia di altri disegnatori hanno prodotto e producono immagini di notevole valore in quanto a originalità e fantasia. Nessuno di essi però coinvolge (ho verificato più volte) quanto coinvolge Yerka; nessuno attiva uguali movimenti interiori di incanto e interesse; o svolge il ruolo speciale svolto da Yerka, bardo dell’illustrazione, artista di rilievo nelle recenti esplorazioni del mondo delle forme.

Jacek Yerka, illustratore originale e particolare dal talento particolare.

È l’emersione di questa sua particolarità alla base della fascinazione prodotta. Fascinazione dovuta all’emergere in lui dell’Avatar, della cui apparizione nell’artista ho sentito parlare per la prima volta dal mio medico agopunturista personale Fiorello Doglia (*): poeta, scultore e artigiano a tutto tondo. È la costante presenza dell’Avatar (in grado maggiore o minore) nei lavori di Yerka che ha indotto Harlan Hellison a scrivere un libro di racconti ispirato ai suoi quadri. Una scelta che ho indegnamente imitato ispirandomi anche io ai frutti di una sensibilità effetto della congiuntura tra spirito Naif, attrazione fantascientifica, tirannia dei ricordi e tendenze surrealiste, ancora vive nella nostra cultura.

Per comprendere compiutamente questa affermazione bisogna collocarla nei suoi giusti limiti, quelli che sono individuabili anche in artisti “illimitati” quali Borges, Mahler, Céline, Kandinsky ecc. Voglio dire: Yerka è molto, non il tutto, niente altarini per lui.

Occorre pertanto gettare lo sguardo oltre gli aspetti esteriori, epidermici dell’opera o delle opere che si stanno esaminando. Che possono essere (appunto) la maggiore o minore fantasia con la quale le opere sono costruite, gli eventuali echi fantascientifici, quando sussistono; o l’abilità con la quale vengono scelti, combinati e trasformati i dati del reale che ispirano l’artista e con i quali l’artista attira la nostra attenzione; oppure quando nei fatti lui vuole edificarci.

Sappiatelo: Yerka, al netto delle inevitabili ambizioni che albergano in ogni essere umano, nelle sue più profonde intenzioni non si propone di stupirci o suscitare ossequio. C’è anche questo a renderlo umano, membro riconoscibile della comunità degli uomini. Ma c’è soprattutto il parlare alle persone del mondo com’è, di là dalle riconosciute apparenze; permettendo così alle persone di cogliere di sé stessi qualcosa su come sono. La medesima impresa in cui sempre si cimenta, a volte senza saperlo, il vero aedo, colui che, nello stesso tempo, continua la tradizione nella quale è inserito, la rinnova e se del caso la sconvolge.

Jacek Yerka, per farlo, utilizza i dati del proprio inconscio; il quale a sua volta si avvale dell’inconscio collettivo; e attraverso l’inconscio collettivo intreccia discorsi e relazioni con l’inconscio personale di ognuno. Lo fa rielaborando i ricordi del vissuto dell’infanzia; dando spazio alle verità che guidano il processo di umanizzazione; nonché alle verità ultime nascoste all’interno dell’informe magma quotidiano.

L’esito finale è qualcosa (scusate l’approssimazione) che trascende l’impressione immediata fornita dall’immagine. Appare evidente allora la limitazione che comporta circoscriverlo nel suo aspetto più evidente; frutto dell’occhiata distratta concessa all’interlocutore (al poeta) non appena la proposta di interlocuzione giunge ai nostri orecchi (ai nostri occhi, al nostro intelletto).

Questo “qualcosa” è nello stesso tempo di tutti gli artisti e di sua esclusiva pertinenza. Evitabile esclusiva pertinenza: ognuno nasce con un proprio patrimonio genetico con una sua esperienza personale: alla quale aggiunge la cultura dominante in quel certo ambito; dando luogo alle speciali determinazioni che caratterizzano gli individui come tali. Per sfociare infine nell’essere umano sociale denominato Jacek Yerka, uno dei tanti che hanno scelto di darsi – anima e corpo – al lavoro artistico.

Esplicito ulteriormente. Yerka è un unico di eleganza, intuito, sensibilità e percezione delle infinite occorrenze presenti nella concatenazione (processo) degli eventi. Il suo è linguaggio visivo ricercato eppure immediatamente fruibile a qualsiasi osservatore umano (ignoro, neppure mi azzardo a avanzare ipotesi, sulla reazione di un eventuale extraterrestre); un unico di sentimento (che raramente sfocia nel sentimentalismo), di visione non visionaria, di capacità d’ascolto e di tradurre l’udito nel linguaggio degli uditori. Simile a Beethoven, a Mozart, a Palestrina, a Verdi è sufficiente un solo contatto con la sua opera per riconoscerne l’appetibilità e il valore.

Questa immediatezza non è di artisti accademicamente più noti, che siano surrealisti o meno.

Surrealisti: cioè tendenti a produrre stupore più che buona creanza culturale. Perdonate la diminuzione: ritengo possiate scusarla considerando che analogo limite attribuisco alla Fantascienza.

Stringo ancora un pochino il nodo scorsoio. Tale immediatezza non è, ad esempio, di Salvador Dalì. Senza dubbio Dalì traduce bene, con audacia immaginativa, la complessità del reale: rimane però sempre con un piede ancorato nei territori di un impossibile/potenzialmente possibile mentale. Diciamo che rimane un adulto (anche culturalmente) pure quando fa appello alla credulità dei suoi simili. Ma è all’intelletto che si rivolge, massimo all’intuizione, non al fanciullo. La desolazione, la solitudine e il terrore sono il suo mestiere. Yerka, al contrario, manifesta l’abilità di rendere anche l’impossibile come possibile: non come sogno, o suggerimento: torcendo il rappresentato, e poi raddrizzandolo, per esporlo come parte della realtà, sua eccezione, al massimo come bizzarria: come ricordo, vissuto, esperienza pratica, realizzabile non appena una qualsiasi stimolo sensorio/intellettuale ci spinga a svoltare l’angolo. Ci spinga a considerare l’aleatorietà dell’istante; a considerare la storia del cosmo come condensata nelle emergenze continue che chiamiamo realtà.

Yerka non scorda mai d’essere stato fanciullo: suggerisce a noi di non dimenticare d’esserlo stati. Suggerisce d’aver sempre presente ciò che dovrebbe sempre essere, anche se non sempre lo è: vivere nell’innocenza e nella credulità, anche quando ostacolati dall’intelligenza che suggerisce, con ragione, prudenza. Se, infatti, credere in quel che crede un poeta è fecondo, istruttivo, efficace; inefficace, diseducativo e depauperante (lo sottointende) sono al contrario le parole di coloro che restano ancorati, nonostante ogni esperienza e ogni discorso, a un potere maligno e indecifrabile che si appropria delle nostre vite, pretendendo ipocritamente di farlo “per il nostro bene”. Forse l’inclinazione per il realismo nasconde proprio questo. L’hegheliano discorso sul reale che sarebbe sempre razionale. E invece non lo è.

2

Yerka apre per noi una porta. Oseremmo, per abbandono ai tradimenti dell’illusione del certo e del vero e dell’immediatezza, richiuderla?

CONTINUA SABATO PROSSIMO


C’è in giro molta fantasia. Per esempio nelle cinque immagini qui sotto che NON sono di Yerka (e ne riparleremo in qualche prossimo sabato)

(*) UNA NOTA SU FIORELLO DOGLIA

Grottaferrata, 01/06/1959 – https://www.fiorellodoglia.it/

Opere:

Atlante pratico di agopuntura, 2015, Casa Editrice Ambrosiana

Anello mancante – 14 agosto 2021, Amazon

Un autunno un inverno – 1 gennaio 2021, Amazon

Affiorar di parole (Raccolta di parole e pensieri con “irruzione” di pittura, scultura e grafica). Nuova edizione con inediti – 4 ottobre 2020, Amazon

Palabras que afloran: Colección de palabras y pensamientos con “irrupción” de pintura, escultura y dibujos (Spanish Edition) –Valentina Moreno (Traduttrice)

Radici, sassi e sassolini: nuova edizione – 27 luglio 2021, Amazon

Come goccia. Parole sulla via delle immagini – 18 novembre 2019, Amazon

PAN-DE-MI-A: Emozioni nella notte 19 poesie e più! – 13 giugno 2020, Amazon

Nota Bene: alcune di queste opere erano state pubblicate a suo tempo dalla Aracne Editrice. Il successo delle stesse unita all’insoddisfazione per la politica editoriale dell’Aracne ha convinto l’autore a procedere ripubblicando in proprio.


7 novembre 2021 / miglieruolo

La Fantascienza a confronto – 3

di Mauro Antonio Miglieruolo (*)

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6 novembre 2021 / miglieruolo

La Fantascienza a confronto – 2

di Mauro Antonio Miglieruolo (*)

Leggi tutto…
5 novembre 2021 / miglieruolo

La Fantascienza a confronto -1

La Fantascienza a confronto
1 – Fantascienza e Pornografia

Quali sono le ragioni per cui Fantascienza e Pornografia possono essere, pur nel rispetto e considerazione di ciò che le differenzia, legittimamente (e proficuamente) messe in paragone?
Senza bisogno di scavare in profondità e di attardarsi sui luoghi e differenti soggetti che ne sono consumatori, si possono individuare più punti di contatto. Insospettabili punti di contatto

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3 novembre 2021 / miglieruolo

Falstaff: «tutto nel mondo è burla»

Verdi, l’Opera, il maschilismo punito, il potere e noi

di Mauro Antonio Miglieruolo

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18 ottobre 2021 / miglieruolo

le parole che non ho

leggere riflettere scrivere

non possiedo parole magiche di pianto 
né parole chiave di preghiera.
quanto silenzio occorre per la cura?


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17 giugno 2021 / miglieruolo

Il Gigantismo di Van Vogt

da: La Bottega del Barbieri

di Mauro Antonio Miglieruolo

La sua forza è costituita dai simboli trascendenti (Alexei e Cory Panshin)

È il piede dal quale zoppica lo scrittore canadese naturalizzato americano: il gigantismo. L’argomento è stato commentato tante volte che sembrerebbe superfluo aggiungere parole. Almeno non senza incorrere nel sospetto che aggrapparsi all’ovvietà dell’argomento nasconda la velleità di dire … in assenza di contenuti effettivi da esporre.

Ho detto ovvietà. Ma attenzione all’ovvio, non sempre effetto di pigrizia mentale, a volte è condizione necessaria per produrre l’impigrirsi. Trovo, a proposito di Van Vogt, che gli addetti ai lavori si siano afferrati a essa per trarsi d’impaccio. Commentare sul “gigantismo” di Van Vogt è stato per alcuni il modo per facilitare la propria attività critica. Trattandosi di un autore apparentemente semplice, pochi hanno voluto adoperare l’energia mentale necessaria a penetrarlo; non tutti si sono messi in gioco, mettendo in gioco la dovuta apertura mentale che la pagina esige per essere intesa. Andare di là dall’apparenza. Aprire nuovo spazi all’esplorazione. Essere fantascientisti fino in fondo.

In proposito ritengo errato ricondurre una specifica maniera stilistica alla personalità di un autore, quasi che la pagina fosse lo specchio d’una anima che, se pure non descritta per flash, ne fornisce in ogni caso i lineamenti decisivi. Mi sembra piuttosto che essa possa meglio essere descritta vedendola quale parziale riflesso dello spirito dei tempi i quali, entrando in una personalità ben disposta ad accoglierli, si trasformano e poi manifestano (nel caso) nei fuochi di artificio letterali che ben conosciamo. Saltando a pie’ pari vani psicologismi che per altro non sono alla mia portata, posso e debbo attribuire alla combinazione, punto di congiuntura letteraria, fra il concreto dei dati oggettivi che conosciamo, cioè il dato esperenziale di ogni artista (nello specifico l’essere umano sociale denominato Van Vogt, con le sue fatiche televisive, le vicissitudini personali, le manie e credenze personali – vedi Dianetica) a partire dalla spinta che l’attività letteraria (la Fantascienza) produce in lui; con il secolo in cui vive e a cui, vivendo, apporta il proprio contributo.

Gran parte di ciò che si attribuisce a Van Vogt non è altro dunque ciò che lui percepisce della realtà fattuale, ciò che raccoglie è quello che la fantascienza vive, moltiplicata varie volte in seguito al trasferimento. La Fantascienza, con tutto il suo bagaglio di mediocrità e splendori, caos parte di un cosmo costruito apposta per ospitarlo.

Dare allora a Van Vogt ciò che è di Van Vogt. Ma dare anche al Novecento (e alla Fantascienza) ciò che è del Novecento.

Osservazione che fonda il merito attribuibile a Van Vogt; il quale, se pure fruga nel ciarpame narrativo emergente nei decenni della sua gioventù artistica, ciarpame in cui è possibile trovare di tutto, dal capolavoro al meno leggibile e più improbabile racconto; impone a quel ciarpame una forma tale da farla diventare tutt’altro, il parto di un genio, prodotto di assoluta e sicura fascinazione al quale spetta grande omaggio. Padre Dante non ha fatto nulla di sostanzialmente diverso. Ha preso dalla mediocre e sterminata tradizione medievale sull’Aldilà, gli elementi necessari, una volta che siano stati rielaborati artisticamente, per elaborare un viaggio dimensionale nello spazio e nello spirito i cui contenuti affascinano ancora oggi. Ed è curioso che illustri suoi contemporanei – fra gli altri gli stessi Boccaccio e Petrarca – si siano ritenuti in dovere di obiettare, sia pura sommessamente. Dante è stato accusato di scrivere su argomenti da osteria. Nelle osterie infatti si raccontava degli inferni che attendevano i peccatori. Nelle osterie si è comunque continuato a raccontarle, ma ormai nella forma dell’Alighieri; e si raccontano a tutt’oggi, ovunque sia possibile raccontarle. Nei campi, in TV, nei teatri, da braccianti, ciabattini, agricoltori. Per merito di fini dicitori, di comici, illustratori, ma anche di altri poeti. Della Comedia non si smetterà mai di parlare. Si smetterà invece di ricordare Grosvenor, Hedrock, Innelda Isher?

Interessante a questo proposito è l’immagine che produce in noi (in alcuni di noi) la combinazione fra la lettura delle sue opere e le opere critiche su di lui, che battono sul medesimo tasto della mediocrità. In molti è diffuso il pregiudizio che la fama di Van Vogt sia immeritata, ch’egli più che grande scrittore sia grande prestidigiatore, che dietro il roboante dell’opera sua non vi sia altro che la capacità di inganno del giocatore di poker. Quando invece – prendo posizione e la prendo con vigore – siamo di fronte al più tipico degli scrittori di fantascienza; a colui che meglio ne ha interpretato il modulo, le aspirazioni, la propensione all’audacia speculativa. Un interprete autentico (molto più significativo di Dick) di quel grande fenomeno letterario detto Fantascienza, cresciuto dal basso, che ha sotterraneamente condizionato la cultura e il costume dei nostri tempi. Di là dai suoi limiti (ogni uomo ne è condizionato) possiamo tranquillamente affermare che Van Vogt è il più vicino a realizzare l’autodefinizione che la fantascienza ha dato di sé stessa, fusione di scienza (mito scientifico) e fantasia. Van Vogt rappresenta dunque una sorta di paradigma della nuova sensibilità emergente, paradigma della science fiction, paradigma delle pulsioni sotterranee che percorrono la prima età dell’imperialismo. Per cui diminuire Van Vogt equivale a diminuire la fantascienza.

Qualunque sincera prima e seconda lettura delle opere di Van Vogt non può che mettere in evidenza l’indiscutibile, straordinaria capacità di coinvolgimento e di creare un amalgama vincente fra l’ancestrale e il contemporaneo, ra i miti eterogenei dell’immortalità, l’ebreo errante, il volo (nel caso volo intergalattico), la psiche, la teoria del Big Bang e la presupposta capacità di auto risanamento del capitalismo; fra la suggestione sulle illimitate forze della natura e il gigantismo borghese, cioè la tendenza a riprodursi utilizzando il ricorso alle grandi imprese, a sua volta effetto dell’immensa vertiginosa quantità di capitale accumulato, che impone all’umanità un terribile dispotismo che sovrasta anche le volontà dei singoli agenti del capitale, per quanto alta sia la loro quota di partecipazione alla ricchezza accumulata da questi ultimi. Van Vogt rispetta in pieno l’idea di alcuni che la fantascienza sia letteratura di idee (qualunque cosa questa frase significhi: ognuno la può interpretare come vuole); ma soprattutto canta come pochi altri la poesia del glorioso avvenire a cui la borghesia tende: il Capitale futura Disumanità! (oltre che attuale Disumanità).

Nessun altro, dentro e fuori dalla fantascienza, ha saputo/voluto fare più e meglio. Dopo di lui, ch’io sappia (ma c’è molto da sapere) ancora nessuno. Nessun altro ha glorificato con altrettanta adeguatezza la “necessità” di una classe giunta al culmine/termine del suo percorso storico. La logica dei Negozi d’Armi, la logica dell’Impero, nonostante la palese corruzione dell’Impero, sanabile mettendoci una pezza; nonché la logica dell’Imperialismo («I Ribelli dei 50 Soli»)… Verrebbe da completare allora la definizione con Van Vogt poeta dell’Imperialismo: colui che ha cantato le audaci imprese, includendo prospettive e sogni, della propria classe di appartenenza. Uguali in questo ai tanti nostri padri, che si sono esercitati nell’elevare, glorificare, esaltare il potere di questa o quella casata, o gruppo sociale al potere. Con una differenza significativa: che prima si faceva ricorso a un passato ancora più lontano; e Van Vogt invece veicolato, anzi costretto dalla pratica fantascientifica, cercava la gloria (l’apoteosi, il trionfo) del proprio “committente sociale” nel lontano futuro.

Nei suoi propri limiti, abbiamo accennato. Limiti propri a Van Vogt e propri al secolo al quale appartiene. Limiti perduranti: il positivismo, lo scientismo, la fiducia, che non conosce limiti, nello strapotere della tecnica – illimitato (da cui il famoso o famigerato gigantismo) – lo sconfinato di una espansione qualitativa e quantitativa della quale noi, meno fortunati? invece iniziamo a temere gli effetti.

Ma andiamo all’essenziale che interesserebbe Van Vogt – fosse ancora vivo – e sicuramente interessa i possibili lettori di questo scritto (speriamo ve ne siano). Cioè all’abilità inventiva che sottostà a tutto questo, alle capacità straordinarie di cantastorie: una rarità, che è alla base del suo successo e ha permesso di produrre testi che sono nella memoria di molti. Hedrock l’Immortale, Anno 2650, Crociera nell’Infinito, Il Segreto degli Slan, I Ribelli dei 50 Soli, Il Villaggio Incantato ecc. Lavori che hanno segnato in profondità il Novecento e continuano a produrre effetti culturali.

Nonostante di lui sia stato detto (Damon Knight): come scrittore Van Vogt non è un gigante come si dice: è solo un pigmeo che usa una gigantesca macchina da scrivere. Buona come battuta, anzi ottima. Ma, con tutto il rispetto, non è con un motto di spirito che si può dare conto di un autore, nè lo si può legittimamente aumentare o diminuire. Né è utile a spiegare, mantenendosi nella onestà intellettuale, come sia stato possibile che altri autori – del calibro di Frederik Pohl e Philip Dick – da un pigmeo si siano lasciati influenzare e orientare. Come può inoltre una macchina narrativa, per quanto gande ed eccellente, fornire materiale sul quale meditare a autori della sua medesima stazza? Autori di grande inventiva e grande fantasia, alieni alla ripetitività. Dico di più: non è Van Vogt a essersi assiso sulle spalle di Dick e da piccolo farsi grande; ma è Dick che si è servito del “pigmeo” per innalzarsi alle alte vette che gli riconosciamo. Per altro sedendosi sulle spalle di Van Vogt il gigante Dick non solo non lo ha occultato ma reso persino più grande. Dick, il fiore che dispiega la bellezza di una pianta sulla quale cresce.

Una pianta che essenzialmente è favola, sogno, volo pindarico, creazione del possibile, è capacità di legare alla pagina, di coinvolgere e celebrare senso e valori comuni. Van Vogt ottiene tutto questo, lo dona a noi. Non è tutto ma è quello che dobbiamo chiedere a un contastorie. I geni assoluti, i Dante, i sistemi, i punti d’arrivo formali, l’eleganza e la pregnanza seguiranno. Ammesso (e non concesso) siano in ritardo.

Non nascondo l’effettiva presenza in lui di limiti stilistici e formali/contenutistici (ma quanti ne dovremmo condannare, nella Fantascienza, perché colpevoli di uguale colpa letteraria?). Altrove forse perderò il mio tempo, e il vostro, discettandone anche io. Perché Van Vogt è grande nonostante questi limiti; e forse proprio in ragione di essi. Per il momento circoscrivo l’analisi, scegliendo nell’immenso suo armamentario stilistico, a una fascinosa leggerezza concettuale che, nel subito delle prime letture, pur avendomi sedotto, appena giunto all’età della ragione decisamente infastidisce. Al Connettivismo, a quel sistematico ricorso al buon senso che Grosvenor spaccia per scienza; e che secondo alcuni oggi è adatto a inaugurare una nuova stagione fantascientifica. Ma il Connettivismo, per come lo spiega e pratica Grosvenor, non è altro che l’intensificazione di quel che in effetti gli scienziati già fanno; una soluzione tecnico-amministrativa a problemi di filosofia scientifica, di epistemologia, più che di scienza. Glissiamo poi, per carità di patria, sui metodi manipolatori che adopera, sul disprezzo istintivo e profondo della democrazia. Ma di questo è sicuro che parlerò altrove.

NOTA: per meglio intendere Van Vogt rammento alcuni elementi del “gigantismo” borghese, in questa fase caratterizzato da tendenziale perdita di aderenza alla realtà fattuale, perdita di aderenza veicolata attraverso i media. Ed assistiamo ai trionfi dell’aleatorio, del relativismo culturale, del pensiero unico che si combinano per soffocare scienza e ragione. Non a caso assistiamo sbalorditi ai perduranti trionfi del liberismo, pura ideologia economica, religione non scienza. Per il pensiero borghese, comunque declinato, grandioso non solo è proficuo, ma anche bello. Mille TAV e altrettanti Ponti sullo Stretto incombono. Nonché agglomerati urbani sempre più grandi, gli ecomostri, i quartieri alveare, le superpetroliere, il gusto fascista per il “grandioso” che non cessa di mietere vittime. E l’accumulare capitali, esseri umani, cemento, grattacieli, la tecnica contro le persone… credo possa bastare.

La Bottega del Barbieri

23 Maggio 2021 / miglieruolo

Ancora su Franco Battiato

di Mauro Antonio Miglieruolo

Stimolato da Francesco Masala (*) tento anche io di spendere alcune parole, speriamo non di circostanza, su Franco Battiato: difficile da raccontare, come è per tutti coloro che, veri artisti, considerano la propria vita una estensione della loro attività. Non si tratta di coerenza ma di un sentire implacabile, di un’unica spinta di variabile intensità: la sensibilità di una coscienza non disposta a ignorare se stessa, a incanaglirsi nelle illusioni e seduzione del mondo. Nel grande deposito della cultura essa attinge di che nutrire lo spirito per permettergli di essere nello stesso tempo uomo tra gli uomini e non lupo tra i lupi; nonché di affinare gli strumenti di ricerca nel gran mondo dell’inconscio – e dell’inconscio collettivo – dei contenuti che lo interessano. Nel suo caso forme musicali, quanto basta per deliziare se stesso e tutti coloro che vorranno mettersi in gioco, ascoltandolo. Perché, sia chiaro, ogni atto artistico, attivo o passivo, ogni ascolto, costituisce nello stesso tempo un intervento sull’opera e un intervento sull’uomo, nutrimento del corpo che diventa nutrimento dell’anima.

Franco Battiato era specializzato in questo. Nel nutrire i corpi per nutrire le anime. Di valori, non di disvalori, come accade oggi. Pretendendo addirittura di intavolare un colloquio diretto con le anime e con le coscienze. Atto possibile nella temperie che attraversiamo soltanto a qualcuno che si proietta in tutti gli uomini, in coloro almeno che tendono al meglio, all’alto e al sublime, che ambiscono essere utili a se stessi attraverso l’utilità che realizzano per i loro simili. Nei pochi, residuo di un passato migliore (che tornerà, eccome se ritornerà: anzi, sta già tornando) per i quali le parole “bene comune” hanno un senso; come un senso ha la parola “società” – non senso invece per la maggioranza degli abbienti e dei non abbienti che hanno interiorizzato il loro punto di vista. Come un senso ha la parola Comunismo, Futura Umanità.

Per tale motivo e a causa di una simpatia umana che è qualcosa di più che un sentimento, considero l’uomo prima del musicista: una delle poche persone che hanno attraversato indenni (parlo della dignità, compostezza, generosità) gli ultimi due infausti secoli. Il Novecento, il Duemila. Il primo, secolo della sconfitta del tentativo della prima scalata al cielo operato dal Proletariato; il secondo, per ora, secolo della pandemia.

A Franco Battiato, così come a Rossana Rossanda, avrei con piacere stretto la mano, espresso loro ammirazione e dato conforto.

Rossana Rossanda per essere stata capace di completare, nelle difficilissime condizioni della sconfitta, un lungo percorso di vita senza tradire: senza nemmeno barcollare. Franco Battiato, il bardo, il cantore delle genti e dei misteri, cavaliere senza macchia e senza paura di macchiarsi; tant’è che ha persino accettato di sporcarsi le mani nella politica politicante dei nostri tempi; tempi oscuri proprio in ragione dell’assenza di una politica degna di questo nome. Politica dalla quale è scomparso il concetto di servizio e di sincerità. La politica del nulla e dell’inganno sistematico. Ne sono la comprova i riferimenti operati da illusi che intendono illudere al pur degnissimo Biden e all’altrettanto degno papa Francesco. Ma questi ultimi, tenetene conto, non sono altro che la punta di diamante della borghesia, il più che essa può concederci, non l’Avvenire che siamo chiamati a costruire.

Non sbaglia comunque (è mia convinzione) chi voglia considerare il musicista prima dell’uomo. Ho amato Battiato infatti sin dall’inizio delle sue imprese musicali, veri atti di eroismo in un panorama culturale refrattario che ha dovuto colonizzare (sono occorsi decenni). Fetus, Pollution, Sulle Corde di Aries, La Voce del Padrone, Fisiognomica e tanti altri. Fra i quali mi importa citare il meraviglioso brano Areknames; esemplare di un disperato, efficace e straordinario e trionfante tentativo generale di fondere insieme avanguardia, musica classica e pop; di allargare il senso comune musicale dei tempi, che importava anche un contemporaneo suo restringimento nell’ambito di tale senso comune; arrivando al successo. Fleurs, Ferro Battuto, Mondi Lontanissimi ecc.

Noto di passaggio che Battiato non ha mai espresso quell’attitudine all’autodistruzione propria a tantissimi artisti, fra i quali i miei preferiti Mahler (ho quasi pronto un pezzo sulla sua Decima Sinfonia – apocrifa) e Charles Bukowsky che soffriva l’assenza di una solida formazione filosofica (non parlo della “filosofia dei filosofi”) mentre Battiato la possedeva; per cui non ha voluto o saputo uscire indenne dalla brutalità di condizioni di vita impossibili.

Il che permetteva a Battiato di darsi la fermezza necessaria per non vacillare davanti alla parola morte, senza ostentazioni. Ché sarebbe poi stato spiacevole ritrovarsi smentito. Non bisogna mai vantarsi di coraggi che solo nel concreto dell’avvenimento possono essere misurati.

Che altro dire, se non che si avvicina il momento in cui anche io sarò messo alla prova; e mi spetterà di andare, di incontrarti e stringerti la mano. Ammesso che tu lo voglia.

(*) vedi ricordo di Franco Battiato

10 Maggio 2021 / cristina bove

Smarrimenti del terzo tipo

Pubblicato il giovedì, 29 aprile 2021 da cristina bove, la grande Cristina Bove

rincorrere un pensiero
nel passaggio tra camera e cucina
quel nome sulla punta della lingua
quel fatto quell’incontro quella scena
arrivano e svaniscono

la polvere che imbianca teste e mobili
impallidisce immagini
perdona le omissioni
rende futile
ciò che pareva indispensabile

s’annebbiano le cose più vicine
tuttavia
si può leggere il cielo senza occhiali
: magari in un paragrafo di stelle
c’è la decrittazione
del come e del perché viviamo il mondo