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31 dicembre 2020 / miglieruolo

Dio è atterrato

Iniziò alla breve, e crebbe con rapidità esponenziale, senza altro preavviso che l’ispessirsi del traffico. Macchine, sempre nuove macchine, macchine in entrata, macchine in uscita, macchine nervose, macchine che procedevano tranquille sulla corsia di destra, macchine impazzite su quella di sinistra, macchine che strombazzavano sfogando nel clacson il nervosismo emergente. Convulsamente, in fretta, mentre il nervosismo mutava in frenesia, necessità assoluta di far presto, d’approdare a alcunché, nuove auto si ammassarono alle uscite, altre procedettero in entrata, ostacolando la viabilità del Raccordo. Caos, smog, furore… Messo sull’avviso dall’addensarsi di tutta quell’agitazione (soltanto eventi fuori dal comune potevano giustificarla), mi affrettai a sintonizzarmi su un notiziario. La radio gracchiò la parte finale di un annuncio e tacque. Trenta secondi di silenzio. Infine la replica.

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– Dio è atterrato, – udii dichiarare esterrefatto, – e trasmette sulla lunghezza d’onda 93.600 delle Modulazioni di Frequenza…

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15 novembre 2021 / miglieruolo

Louis Althusser: affabulatore, filosofo e militante

di Mauro Antonio Miglieruolo

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8 novembre 2021 / miglieruolo

Yerka, artista a tutto tondo – 1

di Mauro Antonio Miglieruolo

Jacek Yerka: molto più che Signore del Fantastico

Recentemente ho ricevuto da un’amica, alla quale avevo inviato più di una immagine di Jacek Yerka, una sorta di gentile critica, oltre che l’apprezzamento d’obbligo per il pittore-illustratore. Le immagini, si ammetteva, erano di indiscutibile valore, tuttavia palesavano l’eccessiva inclinazione al fantastico che mi avrebbe indotto a sceglierle. Non posso che ammettere la mia piena responsabilità, priva di attenuanti: sono perseguitato da una passione precoce per il fantastico fantascientifico che condivido con molte altre povere vittime, sopravvissute al doloroso epilogo della fantascienza. In particolare sono un ammiratore di Jacek Yerka.

Ritengo tuttavia che la ragione della preferenza accordata a Yerka non sia riconducibile solamente a tale personale inclinazione. Inclinazione che ha il suo peso, ma non prevalente e non esclusivo. Lo si evince dalla banale circostanza che decine, forse centinaia di altri disegnatori hanno prodotto e producono immagini di notevole valore in quanto a originalità e fantasia. Nessuno di essi però coinvolge (ho verificato più volte) quanto coinvolge Yerka; nessuno attiva uguali movimenti interiori di incanto e interesse; o svolge il ruolo speciale svolto da Yerka, bardo dell’illustrazione, artista di rilievo nelle recenti esplorazioni del mondo delle forme.

Jacek Yerka, illustratore originale e particolare dal talento particolare.

È l’emersione di questa sua particolarità alla base della fascinazione prodotta. Fascinazione dovuta all’emergere in lui dell’Avatar, della cui apparizione nell’artista ho sentito parlare per la prima volta dal mio medico agopunturista personale Fiorello Doglia (*): poeta, scultore e artigiano a tutto tondo. È la costante presenza dell’Avatar (in grado maggiore o minore) nei lavori di Yerka che ha indotto Harlan Hellison a scrivere un libro di racconti ispirato ai suoi quadri. Una scelta che ho indegnamente imitato ispirandomi anche io ai frutti di una sensibilità effetto della congiuntura tra spirito Naif, attrazione fantascientifica, tirannia dei ricordi e tendenze surrealiste, ancora vive nella nostra cultura.

Per comprendere compiutamente questa affermazione bisogna collocarla nei suoi giusti limiti, quelli che sono individuabili anche in artisti “illimitati” quali Borges, Mahler, Céline, Kandinsky ecc. Voglio dire: Yerka è molto, non il tutto, niente altarini per lui.

Occorre pertanto gettare lo sguardo oltre gli aspetti esteriori, epidermici dell’opera o delle opere che si stanno esaminando. Che possono essere (appunto) la maggiore o minore fantasia con la quale le opere sono costruite, gli eventuali echi fantascientifici, quando sussistono; o l’abilità con la quale vengono scelti, combinati e trasformati i dati del reale che ispirano l’artista e con i quali l’artista attira la nostra attenzione; oppure quando nei fatti lui vuole edificarci.

Sappiatelo: Yerka, al netto delle inevitabili ambizioni che albergano in ogni essere umano, nelle sue più profonde intenzioni non si propone di stupirci o suscitare ossequio. C’è anche questo a renderlo umano, membro riconoscibile della comunità degli uomini. Ma c’è soprattutto il parlare alle persone del mondo com’è, di là dalle riconosciute apparenze; permettendo così alle persone di cogliere di sé stessi qualcosa su come sono. La medesima impresa in cui sempre si cimenta, a volte senza saperlo, il vero aedo, colui che, nello stesso tempo, continua la tradizione nella quale è inserito, la rinnova e se del caso la sconvolge.

Jacek Yerka, per farlo, utilizza i dati del proprio inconscio; il quale a sua volta si avvale dell’inconscio collettivo; e attraverso l’inconscio collettivo intreccia discorsi e relazioni con l’inconscio personale di ognuno. Lo fa rielaborando i ricordi del vissuto dell’infanzia; dando spazio alle verità che guidano il processo di umanizzazione; nonché alle verità ultime nascoste all’interno dell’informe magma quotidiano.

L’esito finale è qualcosa (scusate l’approssimazione) che trascende l’impressione immediata fornita dall’immagine. Appare evidente allora la limitazione che comporta circoscriverlo nel suo aspetto più evidente; frutto dell’occhiata distratta concessa all’interlocutore (al poeta) non appena la proposta di interlocuzione giunge ai nostri orecchi (ai nostri occhi, al nostro intelletto).

Questo “qualcosa” è nello stesso tempo di tutti gli artisti e di sua esclusiva pertinenza. Evitabile esclusiva pertinenza: ognuno nasce con un proprio patrimonio genetico con una sua esperienza personale: alla quale aggiunge la cultura dominante in quel certo ambito; dando luogo alle speciali determinazioni che caratterizzano gli individui come tali. Per sfociare infine nell’essere umano sociale denominato Jacek Yerka, uno dei tanti che hanno scelto di darsi – anima e corpo – al lavoro artistico.

Esplicito ulteriormente. Yerka è un unico di eleganza, intuito, sensibilità e percezione delle infinite occorrenze presenti nella concatenazione (processo) degli eventi. Il suo è linguaggio visivo ricercato eppure immediatamente fruibile a qualsiasi osservatore umano (ignoro, neppure mi azzardo a avanzare ipotesi, sulla reazione di un eventuale extraterrestre); un unico di sentimento (che raramente sfocia nel sentimentalismo), di visione non visionaria, di capacità d’ascolto e di tradurre l’udito nel linguaggio degli uditori. Simile a Beethoven, a Mozart, a Palestrina, a Verdi è sufficiente un solo contatto con la sua opera per riconoscerne l’appetibilità e il valore.

Questa immediatezza non è di artisti accademicamente più noti, che siano surrealisti o meno.

Surrealisti: cioè tendenti a produrre stupore più che buona creanza culturale. Perdonate la diminuzione: ritengo possiate scusarla considerando che analogo limite attribuisco alla Fantascienza.

Stringo ancora un pochino il nodo scorsoio. Tale immediatezza non è, ad esempio, di Salvador Dalì. Senza dubbio Dalì traduce bene, con audacia immaginativa, la complessità del reale: rimane però sempre con un piede ancorato nei territori di un impossibile/potenzialmente possibile mentale. Diciamo che rimane un adulto (anche culturalmente) pure quando fa appello alla credulità dei suoi simili. Ma è all’intelletto che si rivolge, massimo all’intuizione, non al fanciullo. La desolazione, la solitudine e il terrore sono il suo mestiere. Yerka, al contrario, manifesta l’abilità di rendere anche l’impossibile come possibile: non come sogno, o suggerimento: torcendo il rappresentato, e poi raddrizzandolo, per esporlo come parte della realtà, sua eccezione, al massimo come bizzarria: come ricordo, vissuto, esperienza pratica, realizzabile non appena una qualsiasi stimolo sensorio/intellettuale ci spinga a svoltare l’angolo. Ci spinga a considerare l’aleatorietà dell’istante; a considerare la storia del cosmo come condensata nelle emergenze continue che chiamiamo realtà.

Yerka non scorda mai d’essere stato fanciullo: suggerisce a noi di non dimenticare d’esserlo stati. Suggerisce d’aver sempre presente ciò che dovrebbe sempre essere, anche se non sempre lo è: vivere nell’innocenza e nella credulità, anche quando ostacolati dall’intelligenza che suggerisce, con ragione, prudenza. Se, infatti, credere in quel che crede un poeta è fecondo, istruttivo, efficace; inefficace, diseducativo e depauperante (lo sottointende) sono al contrario le parole di coloro che restano ancorati, nonostante ogni esperienza e ogni discorso, a un potere maligno e indecifrabile che si appropria delle nostre vite, pretendendo ipocritamente di farlo “per il nostro bene”. Forse l’inclinazione per il realismo nasconde proprio questo. L’hegheliano discorso sul reale che sarebbe sempre razionale. E invece non lo è.

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Yerka apre per noi una porta. Oseremmo, per abbandono ai tradimenti dell’illusione del certo e del vero e dell’immediatezza, richiuderla?

CONTINUA SABATO PROSSIMO


C’è in giro molta fantasia. Per esempio nelle cinque immagini qui sotto che NON sono di Yerka (e ne riparleremo in qualche prossimo sabato)

(*) UNA NOTA SU FIORELLO DOGLIA

Grottaferrata, 01/06/1959 – https://www.fiorellodoglia.it/

Opere:

Atlante pratico di agopuntura, 2015, Casa Editrice Ambrosiana

Anello mancante – 14 agosto 2021, Amazon

Un autunno un inverno – 1 gennaio 2021, Amazon

Affiorar di parole (Raccolta di parole e pensieri con “irruzione” di pittura, scultura e grafica). Nuova edizione con inediti – 4 ottobre 2020, Amazon

Palabras que afloran: Colección de palabras y pensamientos con “irrupción” de pintura, escultura y dibujos (Spanish Edition) –Valentina Moreno (Traduttrice)

Radici, sassi e sassolini: nuova edizione – 27 luglio 2021, Amazon

Come goccia. Parole sulla via delle immagini – 18 novembre 2019, Amazon

PAN-DE-MI-A: Emozioni nella notte 19 poesie e più! – 13 giugno 2020, Amazon

Nota Bene: alcune di queste opere erano state pubblicate a suo tempo dalla Aracne Editrice. Il successo delle stesse unita all’insoddisfazione per la politica editoriale dell’Aracne ha convinto l’autore a procedere ripubblicando in proprio.


7 novembre 2021 / miglieruolo

La Fantascienza a confronto – 3

di Mauro Antonio Miglieruolo (*)

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6 novembre 2021 / miglieruolo

La Fantascienza a confronto – 2

di Mauro Antonio Miglieruolo (*)

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5 novembre 2021 / miglieruolo

La Fantascienza a confronto -1

La Fantascienza a confronto
1 – Fantascienza e Pornografia

Quali sono le ragioni per cui Fantascienza e Pornografia possono essere, pur nel rispetto e considerazione di ciò che le differenzia, legittimamente (e proficuamente) messe in paragone?
Senza bisogno di scavare in profondità e di attardarsi sui luoghi e differenti soggetti che ne sono consumatori, si possono individuare più punti di contatto. Insospettabili punti di contatto

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3 novembre 2021 / miglieruolo

Falstaff: «tutto nel mondo è burla»

Verdi, l’Opera, il maschilismo punito, il potere e noi

di Mauro Antonio Miglieruolo

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18 ottobre 2021 / miglieruolo

le parole che non ho

leggere riflettere scrivere

non possiedo parole magiche di pianto 
né parole chiave di preghiera.
quanto silenzio occorre per la cura?


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17 giugno 2021 / miglieruolo

Il Gigantismo di Van Vogt

da: La Bottega del Barbieri

di Mauro Antonio Miglieruolo

La sua forza è costituita dai simboli trascendenti (Alexei e Cory Panshin)

È il piede dal quale zoppica lo scrittore canadese naturalizzato americano: il gigantismo. L’argomento è stato commentato tante volte che sembrerebbe superfluo aggiungere parole. Almeno non senza incorrere nel sospetto che aggrapparsi all’ovvietà dell’argomento nasconda la velleità di dire … in assenza di contenuti effettivi da esporre.

Ho detto ovvietà. Ma attenzione all’ovvio, non sempre effetto di pigrizia mentale, a volte è condizione necessaria per produrre l’impigrirsi. Trovo, a proposito di Van Vogt, che gli addetti ai lavori si siano afferrati a essa per trarsi d’impaccio. Commentare sul “gigantismo” di Van Vogt è stato per alcuni il modo per facilitare la propria attività critica. Trattandosi di un autore apparentemente semplice, pochi hanno voluto adoperare l’energia mentale necessaria a penetrarlo; non tutti si sono messi in gioco, mettendo in gioco la dovuta apertura mentale che la pagina esige per essere intesa. Andare di là dall’apparenza. Aprire nuovo spazi all’esplorazione. Essere fantascientisti fino in fondo.

In proposito ritengo errato ricondurre una specifica maniera stilistica alla personalità di un autore, quasi che la pagina fosse lo specchio d’una anima che, se pure non descritta per flash, ne fornisce in ogni caso i lineamenti decisivi. Mi sembra piuttosto che essa possa meglio essere descritta vedendola quale parziale riflesso dello spirito dei tempi i quali, entrando in una personalità ben disposta ad accoglierli, si trasformano e poi manifestano (nel caso) nei fuochi di artificio letterali che ben conosciamo. Saltando a pie’ pari vani psicologismi che per altro non sono alla mia portata, posso e debbo attribuire alla combinazione, punto di congiuntura letteraria, fra il concreto dei dati oggettivi che conosciamo, cioè il dato esperenziale di ogni artista (nello specifico l’essere umano sociale denominato Van Vogt, con le sue fatiche televisive, le vicissitudini personali, le manie e credenze personali – vedi Dianetica) a partire dalla spinta che l’attività letteraria (la Fantascienza) produce in lui; con il secolo in cui vive e a cui, vivendo, apporta il proprio contributo.

Gran parte di ciò che si attribuisce a Van Vogt non è altro dunque ciò che lui percepisce della realtà fattuale, ciò che raccoglie è quello che la fantascienza vive, moltiplicata varie volte in seguito al trasferimento. La Fantascienza, con tutto il suo bagaglio di mediocrità e splendori, caos parte di un cosmo costruito apposta per ospitarlo.

Dare allora a Van Vogt ciò che è di Van Vogt. Ma dare anche al Novecento (e alla Fantascienza) ciò che è del Novecento.

Osservazione che fonda il merito attribuibile a Van Vogt; il quale, se pure fruga nel ciarpame narrativo emergente nei decenni della sua gioventù artistica, ciarpame in cui è possibile trovare di tutto, dal capolavoro al meno leggibile e più improbabile racconto; impone a quel ciarpame una forma tale da farla diventare tutt’altro, il parto di un genio, prodotto di assoluta e sicura fascinazione al quale spetta grande omaggio. Padre Dante non ha fatto nulla di sostanzialmente diverso. Ha preso dalla mediocre e sterminata tradizione medievale sull’Aldilà, gli elementi necessari, una volta che siano stati rielaborati artisticamente, per elaborare un viaggio dimensionale nello spazio e nello spirito i cui contenuti affascinano ancora oggi. Ed è curioso che illustri suoi contemporanei – fra gli altri gli stessi Boccaccio e Petrarca – si siano ritenuti in dovere di obiettare, sia pura sommessamente. Dante è stato accusato di scrivere su argomenti da osteria. Nelle osterie infatti si raccontava degli inferni che attendevano i peccatori. Nelle osterie si è comunque continuato a raccontarle, ma ormai nella forma dell’Alighieri; e si raccontano a tutt’oggi, ovunque sia possibile raccontarle. Nei campi, in TV, nei teatri, da braccianti, ciabattini, agricoltori. Per merito di fini dicitori, di comici, illustratori, ma anche di altri poeti. Della Comedia non si smetterà mai di parlare. Si smetterà invece di ricordare Grosvenor, Hedrock, Innelda Isher?

Interessante a questo proposito è l’immagine che produce in noi (in alcuni di noi) la combinazione fra la lettura delle sue opere e le opere critiche su di lui, che battono sul medesimo tasto della mediocrità. In molti è diffuso il pregiudizio che la fama di Van Vogt sia immeritata, ch’egli più che grande scrittore sia grande prestidigiatore, che dietro il roboante dell’opera sua non vi sia altro che la capacità di inganno del giocatore di poker. Quando invece – prendo posizione e la prendo con vigore – siamo di fronte al più tipico degli scrittori di fantascienza; a colui che meglio ne ha interpretato il modulo, le aspirazioni, la propensione all’audacia speculativa. Un interprete autentico (molto più significativo di Dick) di quel grande fenomeno letterario detto Fantascienza, cresciuto dal basso, che ha sotterraneamente condizionato la cultura e il costume dei nostri tempi. Di là dai suoi limiti (ogni uomo ne è condizionato) possiamo tranquillamente affermare che Van Vogt è il più vicino a realizzare l’autodefinizione che la fantascienza ha dato di sé stessa, fusione di scienza (mito scientifico) e fantasia. Van Vogt rappresenta dunque una sorta di paradigma della nuova sensibilità emergente, paradigma della science fiction, paradigma delle pulsioni sotterranee che percorrono la prima età dell’imperialismo. Per cui diminuire Van Vogt equivale a diminuire la fantascienza.

Qualunque sincera prima e seconda lettura delle opere di Van Vogt non può che mettere in evidenza l’indiscutibile, straordinaria capacità di coinvolgimento e di creare un amalgama vincente fra l’ancestrale e il contemporaneo, ra i miti eterogenei dell’immortalità, l’ebreo errante, il volo (nel caso volo intergalattico), la psiche, la teoria del Big Bang e la presupposta capacità di auto risanamento del capitalismo; fra la suggestione sulle illimitate forze della natura e il gigantismo borghese, cioè la tendenza a riprodursi utilizzando il ricorso alle grandi imprese, a sua volta effetto dell’immensa vertiginosa quantità di capitale accumulato, che impone all’umanità un terribile dispotismo che sovrasta anche le volontà dei singoli agenti del capitale, per quanto alta sia la loro quota di partecipazione alla ricchezza accumulata da questi ultimi. Van Vogt rispetta in pieno l’idea di alcuni che la fantascienza sia letteratura di idee (qualunque cosa questa frase significhi: ognuno la può interpretare come vuole); ma soprattutto canta come pochi altri la poesia del glorioso avvenire a cui la borghesia tende: il Capitale futura Disumanità! (oltre che attuale Disumanità).

Nessun altro, dentro e fuori dalla fantascienza, ha saputo/voluto fare più e meglio. Dopo di lui, ch’io sappia (ma c’è molto da sapere) ancora nessuno. Nessun altro ha glorificato con altrettanta adeguatezza la “necessità” di una classe giunta al culmine/termine del suo percorso storico. La logica dei Negozi d’Armi, la logica dell’Impero, nonostante la palese corruzione dell’Impero, sanabile mettendoci una pezza; nonché la logica dell’Imperialismo («I Ribelli dei 50 Soli»)… Verrebbe da completare allora la definizione con Van Vogt poeta dell’Imperialismo: colui che ha cantato le audaci imprese, includendo prospettive e sogni, della propria classe di appartenenza. Uguali in questo ai tanti nostri padri, che si sono esercitati nell’elevare, glorificare, esaltare il potere di questa o quella casata, o gruppo sociale al potere. Con una differenza significativa: che prima si faceva ricorso a un passato ancora più lontano; e Van Vogt invece veicolato, anzi costretto dalla pratica fantascientifica, cercava la gloria (l’apoteosi, il trionfo) del proprio “committente sociale” nel lontano futuro.

Nei suoi propri limiti, abbiamo accennato. Limiti propri a Van Vogt e propri al secolo al quale appartiene. Limiti perduranti: il positivismo, lo scientismo, la fiducia, che non conosce limiti, nello strapotere della tecnica – illimitato (da cui il famoso o famigerato gigantismo) – lo sconfinato di una espansione qualitativa e quantitativa della quale noi, meno fortunati? invece iniziamo a temere gli effetti.

Ma andiamo all’essenziale che interesserebbe Van Vogt – fosse ancora vivo – e sicuramente interessa i possibili lettori di questo scritto (speriamo ve ne siano). Cioè all’abilità inventiva che sottostà a tutto questo, alle capacità straordinarie di cantastorie: una rarità, che è alla base del suo successo e ha permesso di produrre testi che sono nella memoria di molti. Hedrock l’Immortale, Anno 2650, Crociera nell’Infinito, Il Segreto degli Slan, I Ribelli dei 50 Soli, Il Villaggio Incantato ecc. Lavori che hanno segnato in profondità il Novecento e continuano a produrre effetti culturali.

Nonostante di lui sia stato detto (Damon Knight): come scrittore Van Vogt non è un gigante come si dice: è solo un pigmeo che usa una gigantesca macchina da scrivere. Buona come battuta, anzi ottima. Ma, con tutto il rispetto, non è con un motto di spirito che si può dare conto di un autore, nè lo si può legittimamente aumentare o diminuire. Né è utile a spiegare, mantenendosi nella onestà intellettuale, come sia stato possibile che altri autori – del calibro di Frederik Pohl e Philip Dick – da un pigmeo si siano lasciati influenzare e orientare. Come può inoltre una macchina narrativa, per quanto gande ed eccellente, fornire materiale sul quale meditare a autori della sua medesima stazza? Autori di grande inventiva e grande fantasia, alieni alla ripetitività. Dico di più: non è Van Vogt a essersi assiso sulle spalle di Dick e da piccolo farsi grande; ma è Dick che si è servito del “pigmeo” per innalzarsi alle alte vette che gli riconosciamo. Per altro sedendosi sulle spalle di Van Vogt il gigante Dick non solo non lo ha occultato ma reso persino più grande. Dick, il fiore che dispiega la bellezza di una pianta sulla quale cresce.

Una pianta che essenzialmente è favola, sogno, volo pindarico, creazione del possibile, è capacità di legare alla pagina, di coinvolgere e celebrare senso e valori comuni. Van Vogt ottiene tutto questo, lo dona a noi. Non è tutto ma è quello che dobbiamo chiedere a un contastorie. I geni assoluti, i Dante, i sistemi, i punti d’arrivo formali, l’eleganza e la pregnanza seguiranno. Ammesso (e non concesso) siano in ritardo.

Non nascondo l’effettiva presenza in lui di limiti stilistici e formali/contenutistici (ma quanti ne dovremmo condannare, nella Fantascienza, perché colpevoli di uguale colpa letteraria?). Altrove forse perderò il mio tempo, e il vostro, discettandone anche io. Perché Van Vogt è grande nonostante questi limiti; e forse proprio in ragione di essi. Per il momento circoscrivo l’analisi, scegliendo nell’immenso suo armamentario stilistico, a una fascinosa leggerezza concettuale che, nel subito delle prime letture, pur avendomi sedotto, appena giunto all’età della ragione decisamente infastidisce. Al Connettivismo, a quel sistematico ricorso al buon senso che Grosvenor spaccia per scienza; e che secondo alcuni oggi è adatto a inaugurare una nuova stagione fantascientifica. Ma il Connettivismo, per come lo spiega e pratica Grosvenor, non è altro che l’intensificazione di quel che in effetti gli scienziati già fanno; una soluzione tecnico-amministrativa a problemi di filosofia scientifica, di epistemologia, più che di scienza. Glissiamo poi, per carità di patria, sui metodi manipolatori che adopera, sul disprezzo istintivo e profondo della democrazia. Ma di questo è sicuro che parlerò altrove.

NOTA: per meglio intendere Van Vogt rammento alcuni elementi del “gigantismo” borghese, in questa fase caratterizzato da tendenziale perdita di aderenza alla realtà fattuale, perdita di aderenza veicolata attraverso i media. Ed assistiamo ai trionfi dell’aleatorio, del relativismo culturale, del pensiero unico che si combinano per soffocare scienza e ragione. Non a caso assistiamo sbalorditi ai perduranti trionfi del liberismo, pura ideologia economica, religione non scienza. Per il pensiero borghese, comunque declinato, grandioso non solo è proficuo, ma anche bello. Mille TAV e altrettanti Ponti sullo Stretto incombono. Nonché agglomerati urbani sempre più grandi, gli ecomostri, i quartieri alveare, le superpetroliere, il gusto fascista per il “grandioso” che non cessa di mietere vittime. E l’accumulare capitali, esseri umani, cemento, grattacieli, la tecnica contro le persone… credo possa bastare.

La Bottega del Barbieri

23 Maggio 2021 / miglieruolo

Ancora su Franco Battiato

di Mauro Antonio Miglieruolo

Stimolato da Francesco Masala (*) tento anche io di spendere alcune parole, speriamo non di circostanza, su Franco Battiato: difficile da raccontare, come è per tutti coloro che, veri artisti, considerano la propria vita una estensione della loro attività. Non si tratta di coerenza ma di un sentire implacabile, di un’unica spinta di variabile intensità: la sensibilità di una coscienza non disposta a ignorare se stessa, a incanaglirsi nelle illusioni e seduzione del mondo. Nel grande deposito della cultura essa attinge di che nutrire lo spirito per permettergli di essere nello stesso tempo uomo tra gli uomini e non lupo tra i lupi; nonché di affinare gli strumenti di ricerca nel gran mondo dell’inconscio – e dell’inconscio collettivo – dei contenuti che lo interessano. Nel suo caso forme musicali, quanto basta per deliziare se stesso e tutti coloro che vorranno mettersi in gioco, ascoltandolo. Perché, sia chiaro, ogni atto artistico, attivo o passivo, ogni ascolto, costituisce nello stesso tempo un intervento sull’opera e un intervento sull’uomo, nutrimento del corpo che diventa nutrimento dell’anima.

Franco Battiato era specializzato in questo. Nel nutrire i corpi per nutrire le anime. Di valori, non di disvalori, come accade oggi. Pretendendo addirittura di intavolare un colloquio diretto con le anime e con le coscienze. Atto possibile nella temperie che attraversiamo soltanto a qualcuno che si proietta in tutti gli uomini, in coloro almeno che tendono al meglio, all’alto e al sublime, che ambiscono essere utili a se stessi attraverso l’utilità che realizzano per i loro simili. Nei pochi, residuo di un passato migliore (che tornerà, eccome se ritornerà: anzi, sta già tornando) per i quali le parole “bene comune” hanno un senso; come un senso ha la parola “società” – non senso invece per la maggioranza degli abbienti e dei non abbienti che hanno interiorizzato il loro punto di vista. Come un senso ha la parola Comunismo, Futura Umanità.

Per tale motivo e a causa di una simpatia umana che è qualcosa di più che un sentimento, considero l’uomo prima del musicista: una delle poche persone che hanno attraversato indenni (parlo della dignità, compostezza, generosità) gli ultimi due infausti secoli. Il Novecento, il Duemila. Il primo, secolo della sconfitta del tentativo della prima scalata al cielo operato dal Proletariato; il secondo, per ora, secolo della pandemia.

A Franco Battiato, così come a Rossana Rossanda, avrei con piacere stretto la mano, espresso loro ammirazione e dato conforto.

Rossana Rossanda per essere stata capace di completare, nelle difficilissime condizioni della sconfitta, un lungo percorso di vita senza tradire: senza nemmeno barcollare. Franco Battiato, il bardo, il cantore delle genti e dei misteri, cavaliere senza macchia e senza paura di macchiarsi; tant’è che ha persino accettato di sporcarsi le mani nella politica politicante dei nostri tempi; tempi oscuri proprio in ragione dell’assenza di una politica degna di questo nome. Politica dalla quale è scomparso il concetto di servizio e di sincerità. La politica del nulla e dell’inganno sistematico. Ne sono la comprova i riferimenti operati da illusi che intendono illudere al pur degnissimo Biden e all’altrettanto degno papa Francesco. Ma questi ultimi, tenetene conto, non sono altro che la punta di diamante della borghesia, il più che essa può concederci, non l’Avvenire che siamo chiamati a costruire.

Non sbaglia comunque (è mia convinzione) chi voglia considerare il musicista prima dell’uomo. Ho amato Battiato infatti sin dall’inizio delle sue imprese musicali, veri atti di eroismo in un panorama culturale refrattario che ha dovuto colonizzare (sono occorsi decenni). Fetus, Pollution, Sulle Corde di Aries, La Voce del Padrone, Fisiognomica e tanti altri. Fra i quali mi importa citare il meraviglioso brano Areknames; esemplare di un disperato, efficace e straordinario e trionfante tentativo generale di fondere insieme avanguardia, musica classica e pop; di allargare il senso comune musicale dei tempi, che importava anche un contemporaneo suo restringimento nell’ambito di tale senso comune; arrivando al successo. Fleurs, Ferro Battuto, Mondi Lontanissimi ecc.

Noto di passaggio che Battiato non ha mai espresso quell’attitudine all’autodistruzione propria a tantissimi artisti, fra i quali i miei preferiti Mahler (ho quasi pronto un pezzo sulla sua Decima Sinfonia – apocrifa) e Charles Bukowsky che soffriva l’assenza di una solida formazione filosofica (non parlo della “filosofia dei filosofi”) mentre Battiato la possedeva; per cui non ha voluto o saputo uscire indenne dalla brutalità di condizioni di vita impossibili.

Il che permetteva a Battiato di darsi la fermezza necessaria per non vacillare davanti alla parola morte, senza ostentazioni. Ché sarebbe poi stato spiacevole ritrovarsi smentito. Non bisogna mai vantarsi di coraggi che solo nel concreto dell’avvenimento possono essere misurati.

Che altro dire, se non che si avvicina il momento in cui anche io sarò messo alla prova; e mi spetterà di andare, di incontrarti e stringerti la mano. Ammesso che tu lo voglia.

(*) vedi ricordo di Franco Battiato

10 Maggio 2021 / cristina bove

Smarrimenti del terzo tipo

Pubblicato il giovedì, 29 aprile 2021 da cristina bove, la grande Cristina Bove

rincorrere un pensiero
nel passaggio tra camera e cucina
quel nome sulla punta della lingua
quel fatto quell’incontro quella scena
arrivano e svaniscono

la polvere che imbianca teste e mobili
impallidisce immagini
perdona le omissioni
rende futile
ciò che pareva indispensabile

s’annebbiano le cose più vicine
tuttavia
si può leggere il cielo senza occhiali
: magari in un paragrafo di stelle
c’è la decrittazione
del come e del perché viviamo il mondo

25 febbraio 2021 / miglieruolo

Requisitoria di YAGO contro YAGO

di Mauro Antonio Miglieruolo

Come debbo chiamarla, Signor Mio? Mio Padrone e Mio Castigatore? Debbo col nome proprio all’Eccellenza Vostra, o con quello ben più alto di Eminenza? Oppure con il sublime insito nel titolo Sua Santità? No, lo vede bene, quest’ultimo non le si addice, quantunque quale mero augurio non dovrebbe offenderla, né turbarla… non dovrebbe e invece la turba… perché, Reverendo? Crede forse voglia prendermi gioco di lei? No, mi creda, non è questo; al contrario, è di me stesso che mi prendo gioco. Della mia paura, che vorrei esorcizzare scherzandoci sopra, dell’affiorante servilismo… è stupido, lo so, ma la paura rende tali, rende stolti, balordi… incapaci di intendere il senso autentico delle cose, e le motivazioni delle parti in causa, e l’inutilità di blandizie scontate e, all’opposto, la convenienza di non motteggiare, neppure nell’apparenza, con l’occulto delle mire d’un uomo, di qualsiasi uomo… al tempo, d’accordo, vengo alla necessità di questa solenne cerimonia, al chi sono, quali sono stati i miei peccati, le generalità e tutto il resto… imprigionato nell’insipido ordinario della giustizia, nei suoi contrassegni insensati, costretto nella camicia di forza d’una identità irreale, astratta, fatta di parole, il nulla del nome e cognome, il numero degli anni, chi furono i miei e se sono vivi o morti… buona stratagemma, questo, per avvilire ulteriormente il reo… allontanarlo dalla realtà della carne e del sangue… sottrarlo alla sua umanità… cosicché non a un umano si impone un certo carico di dolore, ma a un nome, un numero, un concetto… ma sì, sì, non mi incalzi, Signor Inquisitore… vuol sapere di me e lo saprà… il nome, cognome e tutto il resto… la mia vita e il dove e come l’abbia fin’ora condotta… dove vuole l’abbia condotta, Signor Mio, considerato il mio annoso mestiere di soldato? Su una nave, tra tanti disagi, e molteplici pericoli… al servizio della Repubblica, a cui ho offerto, in cambio di un tozzo di pane, la salute, la libertà e persino la vita… noto che s’infastidisce per questa mia ingenua risposta, ed ha ragione, bisogna mi rassegni al distratto abitudinario di ogni cerimonia, di questa cerimonia, che deve pur essere svolta; le domande di rito, insomma; l’ammettere come ignoto quel che è noto, è lasciare una traccia scritta della finzione, di quel che non è stato vissuto, ma solo sanzionato… io però desidero andar oltre la convenzione e presumere si possa inserire un di più nelle domande… che si possa unire alla noia dell’incarico almeno il decoro dei propositi… o quantomeno che questa dignità possa essere ammessa nelle risposte. Un aggravio di parole non nocerà all’istruttoria, se mai la renderà più ampia e significativa. Una parola di più e non una di meno, dovrebbe essere il motto di qualsiasi inquisitore il quale appunto attraverso le singole parole, edificando su di esse, costruisce castelli in aria di apparenze e fortezze di congetture… lei vuol sapere di me quel che nessuno sa, e mai ha cercato; chi realmente sono, e perché fui, e perché mi dibatto nell’attuale avvilente condizione… legato, lacero, sporco, affamato, pieno di pidocchi… eppure con qualcosa dentro, una fiamma gelida che silenziosamente mi consuma… la incuriosisce, questo, eh? Lo trova insolito, straordinario… e vorrebbe le fornissi la chiave per entrare nel mistero, la solennità di un imputato che offre a sé stesso vigore tramite la veemenza della imputazione medesima… vuol sapere molto, il sapere più vero, quello che sta dietro le cose, dietro persino le intenzioni; questo però esige una disponibilità a svelarsi a sé stessi cosa che non è da tutti e chissà, forse non è nemmeno in lei! … Chissà se la troverò disposta a scendere dal suo scranno e mettersi alla mia medesima altezza, nel nostro vero, l’uno di fronte all’altro, uomo contro uomo… ben disposto a vedere in me il simile, e a vederlo con intensità… ma, se lei non è pronto a guardarsi, cosa potrà mai vedere in me, umano, piccolo, meschino, eppure (non lo sostengo io, l’ho sentito dire), eppure fatto a una Immagine e a una Somiglianza… cioè a dire, la base da cui tutto si diparte, ogni individualità, ogni differenza… chiunque non sia disposto a svelarsi a se stesso, ad ammettersi, e compiangersi, mai potrà supporre il proprio simile… dubito io stesso di poterci riuscire, convinto di doverlo fare, non convinto di volerlo fare… dubito che riuscirò a entrare in quei riposti meandri, dove il tortuoso dell’anima, non dell’anima mia soltanto, accusato come sono delle peggiori nefandezze, ma di tutte le anime, anche quelle non accusate, ma colpevoli, cioè no, responsabili comunque… dove il tortuoso dell’anima si erge feroce contro ogni aspirazione alla purezza, alla completa sincerità dell’abbandono… la dissimulazione, l’autoinganno insito in ogni proposito umano è pronto a colpire a tradimento: pronto a sviare persino chi si appresta, con tutta la sua buona volontà, a non lasciarsi colpire… e qui per esempio mi viene da chiedermi se lei, proprio lei Eccellenza, che con tanta forza di persuasione chiede, e con mezzi tali che è impossibile negarle assenso, che davvero voglia mi sveli, che le faccia intendere quel che ci sarebbe da intendere. Sì, vuole? è convinto di dover spremere da me quanta più verità sia possibile? più di quella stessa che immagino di poter donare? Sì, sì, è ragionevole questo, che lei aspiri al modo proprio della completa sincerità, indotto dal suo infelice dovere… Ecco, allora, se così è, permetta che inizi a mia volta con una domanda. So che qui le domande è lei a formularle, ma pazienti, non si tratta di un’eccezione che le chiedo, ma di consentirmi di indirizzare l’interrogatorio sul terreno più proprio ai suoi medesimi fini (se questi fini sono la profondità e la spiegazione); formulerò proprio la domanda che renderà impossibile tergiversare… nonostante le tante incertezze e le molteplici complicazioni (sono o meno colpevole? ho materiale sufficiente per costituire una degna e soddisfacente confessione?), mi avventurerò ugualmente a formularla… con la mia domanda non solo imprigionerò le risposte, ma mi costringerò a fornirle quella maggiore che presiede a tutte le risposte, l’insolente corpo d’una questione che racchiude il senso medesimo dell’essere uomo e umano.

Chiedete perché la definisco “insolente”? Perché suona, e lo è, come un rimprovero, uno sberleffo, come il crudele disvelamento di quella rete di vanità e automortificazioni che l’intera umanità, che anche noi due, in questo chiuso e tetro sotterraneo, oso ipotizzare, consideriamo essere il vero scopo, il vero senso della vita…

Eccola la domanda, Signor Inquisitore: conosce il significato di una esistenza senza amore? senza stima di sé? Senza rispetto? Senza neppure un brivido e un’emozione? Vissuta nel freddo dei pensieri e basata sulle convenienze e sconvenienze?

Ascolti, Signor Inquisitore, lasci perdere, non citi invano il nome del suo Dio, sappiamo bene ambedue quanta diligenza abbiamo adoperato per tenerlo distante, neutralizzandolo dentro un bozzolo di belle parole; io mi contenterei di molto meno che del Suo Amore; parlo del mio piccolo, Signor Inquisitore, della mia capacità di identificarmi con il mondo, d’essere grato a questo mondo d’avermi accolto; parlo di quel tipo di emozione che perdura anche dopo essere usciti dallo smarrimento per la divina bellezza di un paesaggio, o aver voltato le spalle alla sfacciata offerta di un fiore (ah, sì, la sua propria bellezza! La sua innocenza! I suoi colori…); parlo del risveglio (o è un addormentarsi?) che segue all’incanto delle toccanti note d’una musica notturna… sa lei di questo? Certo che sì! Che domanda! Non vi è uomo che non l’abbia provato. Non vi è donna che non l’abbia gradito. Nel deserto della vita queste oasi sono frequenti. Altrettanto frequente il nostro non far caso, voltar le spalle e procedere oltre. Oltre per un dove avvilente che è soltanto il pervicace, autolesionista affrettarsi verso la morte. Siamo oberati dai troppi da fare, dalle troppe questioni in cui amiamo smarrirci, dei troppi impegni, delle troppe ambasce per dare sufficientemente retta… e pensare che questo insieme di vanità, di avventatezze, di precipitazioni e deliri noi lo chiamiamo vita!

Orsù, Signor Inquisitore, non si arrabbi, non sto menando il can per l’aia, mi creda… è che dopo tanto occultare vorrei, giunto alla fine, indagando e sviscerando, almanaccando e approfondendo, acquisire quel poco, quell’infinitesimo che mi autorizzi a confessare a me stesso che tutto questo non è stato inutile, tutta la pena che mi sono dato, le pene che mi sono inflitto, l’affanno silenzioso prodotto e che ho cercato di scaricare sugli altri, tutto la montagna di errori e orrori accumulata non è stata completamente inutile; anche io ho camminato, anche io ho saputo profferire un grazie… ho tratto un frutto duraturo dal duro arido fondo della mia personale esistenza…

Aspetti, aspetti, mon usi quel truce nell’espressione che è abituato a dispensare ai poveretti impigliati nella rete dell’umana ingiustizia… eccomi, vengo al dunque, confesso… lo ammetto, sono colpevole, merito la pena già pronta e decisa… la merito non per gli atti di violenza di cui sono reputato responsabile, poiché, se pure ne sono l’ispiratore, non ne sono certo il mandante, né ho goduto dell’intrinseca loro espressione. La sofferenza fisica e il sangue non fanno parte del bagaglio delle mie personali inclinazioni… non lo dimentichi, Reverendo… nonostante il mio mestiere di soldato, non sono un assassino professionista, un boia patentato… l’esecutore crudele di sentenze da me medesimo decretate… nooo, io sono ben più in alto sulla scala del crimine… a me non si addice la volgarità, la violenza, il mediocre irragionevole dell’aggressività animale… io sono Yago, io sono Loki, io sono Lucifero… sono Yago! non certo un malfattore qualsiasi, uno di cui si debba temere l’incontro notturno… non rubo sul peso, come tanti uomini dabbene tenuti in palmo di mano… io sono il Male, Signor Inquisitore, tutta la purezza residuale che può esservi nell’Inferno una volta che sia stato trasferito in terra… rubo anime, non vite… io corrompo le volontà e le intenzioni, non l’integrità di corpi che non abbisognano del mio intervento per lasciarsi travolgere dall’incontinenza… che piccolo mestiere sarebbe il mio, allora, se tutto si racchiudesse in questo miserabile strappar di veli agli inutili misteri tramite i quali, ad esempio, si fonda l’ignoranza e la vulnerabilità delle fanciulle? Quale il mio vanto nel pugnalare un nemico vero o presunto nel silenzioso squallore di un agguato notturno? Le ferite vere, le ferite che voglio sono tutt’altre. Non provvisorie, ma permanenti. Non nel sangue lavo le mie mani, ma nel disorientamento umano e nella disperazione. Non tradire l’uomo voglio, ma indurre l’uomo a perdersi da sé stesso…

Non sarei altrimenti quel che sono, esattamente quell’antico, remoto, chissà quando, fors’anche prima che cominciassi a vivere, in cui ho formulato il pensiero perverso della mia diversità, del mio voler essere unico e inimitabile, UNO sopra tutti e tutto… Mi capisce, vero, Eccellenza? Sì, lo so, lei mi può capire, se ne intende, lei in quanto speciale non solo per aspirazione, ma anche per condizione, non troverà ostacoli per entrare nella perversa dinamica di questi pensieri… gliene parlo appunto perché la giudico capace di recepire, sia pure attraverso il chiuso della sua cittadella di convinzioni forti, qualcosa in più del comune ordinario dei mortali, resi ciechi dalle barriere del pregiudizio e terrorizzati dalla prospettiva di essere convocati ad operare acrobazie intellettuali. Lei non teme di doversi estrinsecare in tali acrobazie, le conosce, le conosce bene, le pratica quotidianamente! lei che per ripararsi dai sicuri pericoli non ha esitato, indossando una tonaca, a separarsi per sempre dagli altri mortali! Lei che ha sacrificato l’esistenza per stabilire una diversità irrimediabile! Lei come me guardato con sospetto, schivato, temuto… non siamo forse uguali in questo? Fuggiaschi dell’esistenza, Ebrei Erranti alla ricerca di una patria da noi stessi abbandonata!

Ma no, su, non se la prenda… non impallidisca di rabbia… dicevo così per dire, per darle un fruttuoso e positivo punto di riferimento… non ratifichi in questo provvisorio inizio una decisione già presa, mantenga l’illusione di una presunta obiettività che ci permetta di arrivare fino in fondo alla recita dei ruoli che ci siamo reciprocamente assegnati… mi permetta di vuotare il sacco… non la deluderò, vedrà, né con la pregnanza della confessione, né con manifestazioni di viltà e inutili preghiere… sia quel che deve essere, la condanna inevitabile… non posso, neppure voglio sfuggire al castigo che mi è stato destinato; solo che vorrei fosse per le ragioni vere, autentiche, non per quelle presunte…

Sappia, o sostituto di Dio, che aborro la fisicità… rifiuto ogni atto che abbia direttamente a che fare con il dolore, contraltare del piacere. Le mie mani sono pulite e pulito è il mio comportamento. Non sono come tanti che, pur vestiti nei panni e delle parole della misericordia, non esitano a incanaglirsi straziando le carni altrui… come saranno straziate le mie, probabilmente già questa notte, una lunga notte a cui mi farà certamente l’onore di assistere… una notte che non augurerei a nessuno, neppure ai boia che mi tormenteranno… miserabili anche loro! Quanto dovranno affaticarsi con le loro tenaglie roventi, con le corde e le ruote e il sudore della fronte, per produrre sufficiente dolore! e quanto nello stare attenti, che non gli muoia tra le mani! altrimenti domattina la Giustizia avrà solo un cadavere a cui tagliare la testa… o consumare su un rogo… o impiccare al primo albero che capiti… per ridurmi quel che sono sempre stato: un inerme miserabile ammasso di cibo per i vermi… cosa dice, Signor Inquisitore? Che trova il mio linguaggio sgradevole? Non lo nego, sgradevole; tuttavia molto più sgradevole, oltre che crudele, è mostrare per tempo gli strumenti della tortura a chi li dovrà assaggiare, quasi che non bastassero le ore in cui glieli si imporranno, ma occorresse dilatarle al prima, quello lungo in cui si cercherà un ragionevole motivo per imporglieli, tormentando lo spirito, cioè l’essenza medesima di quell’uomo, prima che la carne (dunque siamo nell’uguale, io e lei, che vale rimproverarsi a vicenda?); crudele è espellermi già da vivo dal novero degli umani, destinare il mio corpo a una fossa qualsiasi fuori porta, tra gli scomunicati e i non battezzati. Crudele è la rappresentazione a cui sono obbligato, una farsa indegna il cui finale un ben disinvolto soggettista ha già apposto la parola fine… e io che non posso rifiutarmi di recitarlo, il dramma, d’esserne l’attore principale! ma voglio, ugualmente voglio, DEBBO capire, accettare il suo punto di vista, il suo pregevole punto di vista… perché in fondo, tutto è uguale, una ragione vale l’altra, e quella che si richiama ai verbali da compilare, ai superiori a cui render conto, all’indignazione di una pubblica opinione da ammansire, non è meno valida di quell’altra che vorrebbe far tutto in fretta per poter andare finalmente al dunque, al vero dunque…

Suvvia, non torni a prendersela con la disinvoltura del mio modo di esporre, sciolga quel cipiglio feroce,

spiani la fronte aggrottata,

mi aiuti piuttosto a dire quel che c’è da dire,

mi faccia dono di un breve cenno d’incoraggiamento…

Lei lo sa meglio di me, lo impara ogni giorno, che l’uomo delinque. Anche lei, Signor Inquisitore, delinque, il più delinquente di tutti. No, non dico per insultarla, è un paradosso quello a cui faccio ricorso, un mio capriccio espositivo, qui lo dico e qui lo nego, non mi permetterei mai, è solo che non so com’altro esprimere il fatto d’una convinzione frutto di lunga, attonita esperienza. Mi compatisca allora, ricordi che probabilmente domani non sarò più; e consenta a questo mio capriccio che, per una volta nella mia esistenza, mi spenda in favore della verità. E lei, Signor Cancelliere, deponga la penna: le mie lente frasi di cordoglio non servono a nessun’altro che al me stesso che le pronunzia, nonché alla qui presente Eccellenza, Reverendissimo Eminenza, ambedue appaiati da un benigno destino che ci ha posti l’uno di fronte all’altro, affinché le avventure sue e la disavventura mia ci siano di reciproco insegnamento, io nella mia condizione di criminale, lui in quella di uomo da bene, e viceversa, per il buono che può esservi in me e il male in lui, ambedue confusi sconvolti dalla possibilità di prenderne atto…

Ed io ecco che ne prendo atto, e so di essere Yago, ma anche il Grande Inquisitore, colui che giudica e sentenzia sui destini, che si impadronisce delle vite e le indirizza a suo piacimento; e per questo che, ragionando da inquisitore, presumendomi tale, invece che malvivente, andavo tranquillo a spacciare il prossimo, scambiando la mia personale convenienza per l’equo d’una giustizia architettata sull’istante. E così, con tono austero, severissimo, il tono giusto per un inquisitore, andavo proclamando: al patibolo costui che può essermi d’impedimento; sia lasciato tranquillo l’altro che gli sta accanto, è che è certo che non tenterà di ostacolare i miei piani… e eseguivo la condanna del primo e lasciavo andare tranquillo per la sua strada il secondo…

Deponga quella penna, dunque, e presti attenzione, non è detto che anche lei non possa trarne giovamento; scriva soltanto questo, che ammetto ogni mia colpa, confesso tutti i crimini che mi sono addebitati e così, avendo ottemperato all’essenziale dei suoi propri doveri, si conceda di andare oltre, alla sostanza che mi accingo ad esporre. A questa sostanza: che le colpe mie poggiano su quelle degli altri, che ogni possibilità di nuocere è indissolubilmente legata ai vizi del prossimo… che il mio essere crudele resterebbe perennemente eventuale, ipotetico, se la crudeltà, l’avidità, la prepotenza non dominassero il mondo… ecco la verità, sotto forma della mia verità: sono le colpe del prossimo che rendono fertile il terreno su cui coltivo le mie… è il male che percorre il mondo che mi permette di estrinsecare il mio… non io mi avvalgo dell’innocenza del prossimo, ma è il prossimo che abusa della mia predisposizione al male, per compiere delitti: e ancor più per fornirsi della giustificazione preventiva e necessaria a consumare a cuor leggero ogni sorta di sproposito, accusando me dei suoi propri propositi… avrei potuto muovere Otello al crimine senza la sua voluta stupidità, la sua brama di possesso, il tronfio amor proprio, posto su tutti e tutto? E tradire Cassio senza la di lui vanità e l’inavvertenza? che sono proprio stati questi, inavvertenza e vanità, leggerezza nell’impadronirsi d’una insulsa reliquia (un fazzoletto, pensate un po’!), che da uomo ragionevole lo ha mutato in burattino!

(pausa lunga)

Potrebbe sembrare sia giunto alla sottigliezza di una scappatoia, già quasi un alibi, a stabilire le coordinate giuridiche per aggrapparmi a un’attenuante se non addirittura a un esimente; ma non è questo. Lo nego con fermezza. È che se devo essere spiegato, e sviscerato (oltre che eviscerato) occorre che sia ascoltato nel pieno delle mie ragioni. Come Lucifero io non creo il male, ne faccio uso. Lui per fini oscuri e imperscrutabili, ma grandi; io inseguendo obiettivi fugaci e provvisori, totalmente umani: le mie misere ambizioni, le meschine vendette di piccolo uomo, il lenimento dell’amor proprio offeso, oltraggiato. Come Lui, però, come Lucifero, al quale mi sono paragonato, resto squalificato dall’assenza di una facoltà importante (ne ho appena accennato), un’assenza micidiale, che ha reso possibile la peccaminosa essenza di quel che sono.

Le chiedevo poco fa se conoscesse il valore d’una vita senza amore. Ora le chiedo, con maggiore proprietà e precisione se conosce l’aridità di cuore, l’atonia dei sentimenti. Le chiedo: conosce l’indifferenza verso le cose e il senso stesso delle cose? Sa di quel che accade quando il turbine della vita attorno a te aggiunge clamore al clamore, agitazione all’agitazione, esplosioni di gioia e dolore, pianti funebri e grida di fanciulli e tutto questo senza produrre la benché minima emozione, senza trascinarti in alcuna indirizzo, per cui resti nello spazio privo di alto è basso in cui già sei, deprivato d’ampiezza e peso? No, lei non sa (o sì, invece?), non può sapere cosa significhi non vivere in terra e pur disperare nell’Aldilà (oppure non lo vuol sapere?)! Come non conosce la pena, il disgusto verso sé stessi, l’odio profondo per essere quello che si è, incapaci di concepirsi diversamente; e vedere la propria meschinità, la paura e il grigiore avanzare quotidianamente, quantunque si aspiri alla magnificenza e ci si culli con sogni di grandezza e alte imprese.

Sì, lo leggo sul suo viso, che ignora tutto questo. A partire dall’orribile che induce a simulare indifferenza rispetto tale limite, in modo da sentirsi autorizzati a non provare raccapriccio per il mostruoso che ci spinge innanzi. Avanti, in formazione di battaglia, pronti a volgere le spalle al nemico, verso l’ignoto della corruzione… e la vita che muta in un peso indefinibile, il peso degli istinti che nonostante tutto e contro tutto si ostinano a volerti qui, vivo, pronto a continuare, giorno dopo giorno, per affogare in quel distillato di assilli e idee fisse, in quella melma che tu stesso produci e di cui a un certo punto, è troppa, non puoi ignorare la presenza, ti soffoca, per cui vorresti allontanartene, ma non sai come. Una parte di te allora, quella che vuole continuare, pazienza, si dice, troverò qualcosa che mi tenga a galla (e la trova! La trova!); e l’altra grida, si dispera “basta! basta!” urla, facciamola finita! Ma è una parola, farla finita! Avresti potuto prima, prima di prendere atto di quel che sei diventato, un pezzo di legno, una pietra, l’indefinibile di un’essenza morta, senza speranza; a quel punto la strada è tracciata: l’abisso in cui sei precipitato, o sei stato collocato, è la tua strada, il tuo punto di vista, l’unico orizzonte di abitudine in cui puoi riconoscerti; a quel punto non ti resta che attaccarti a te stesso, a quell’acre con cui ti consideri, ai vizi di cui ti compiaci, all’avidità e all’ambizione: a tutto il complesso di ombre capace di distrarti dall’angoscia e dal disprezzo verso te stesso (e più il disprezzo aumenta, più ti abbrutisci tramite le indifferenze che possono aumentarlo); disprezzo per quell’estraneo che ti rappresenta, a cui ci si riferisce con il tuo nome (perché sei tu, proprio tu, orribile Yago, orribile proprio perché provi orrore per te stesso, eppure continui… continui! Incapace di smettere o di perdonarti per essere entrato in quell’orrore); disprezzo e ira per quell’intrigante contro cui imperversi con ogni genere di dispetto…

(pausa)

Povero Yago, in quale profondo pozzo di solitudine è precipitato…

(pausa)

Ho pena per me stesso e nello stesso tempo disistima, spregio, disdegno… ODIO!

(pausa)

Di mancanza d’amore sono vissuto, di mancanza d’amore perisco.

(pausa)

Adesso che sono stato scoperto, nella flagranza dei miei complotti e sono qui legato, in catene, davanti a te Mio Nemico, posso dismettere le arie di grand’uomo, l’arroganza delle mie prime parole; posso inginocchiarmi, e pregare, posso piangere, posso gridare, posso ammettere di essere stato nessuno, o comunque ben poca cosa, non certo colui che sa governare le situazioni e sa come governarsi nelle situazioni. Posso, ma non lo farò. Perché sarebbe un recitare anche questo, un restare in quello che mi ha portato alla rovina. Non cercherò di manovrarti, dunque, Inquisitore, mi sta troppo a cuore questa mia ultima vanagloriosa ricerca: non posso più nascondermi, ma posso ben vantarmi. Non sensazione, né trionfi per me, ora, ma la brutale, elementare emozione che conducendo alla verità, produce verità. La verità: ero un buon ufficiale, i miei meriti evidenti, le prospettive ottime; l’uomo però era vicino allo zero. Non un fremito, né un istante di tenerezza allietava le mie ore. Nel pieno vigore degli anni, una angosciante stanchezza opprimeva i miei giorni. La nave si teneva a galla, affogavo ugualmente nella malinconia. Unici bagliori in quel crepuscolo di insignificanza, l’improvviso di certe maligne risate che mi sorgevano dentro quando vedevo i miei simili affannarsi per tutto quello che a me dava noia. Vedevo come si sporgevano sull’orlo dell’abisso, incurante dei pericoli, sembrando loro di far chissà che cosa, e andando superbi dell’effimero in cui pregiavano crogiolarsi. Ridevo e come se ridevo! Pazzi, mi dicevo, ciechi incapaci di accorgersi che credendo scambiarsi miele, si scambiano veleno. Incapaci di accorgersi del pericolo. Un passo falso, una parola di troppo, la buona volontà d’un qualunque vicino, ed era la fine.

La vita era un gioco troppo crudele per giocarlo con leggerezza. Decisi che non volevo, non potevo abbandonarmi anch’io alla spensieratezza. Decisi che mi piaceva ridere, che sarei stato l’uomo che rideva, orbo in un mondo di ciechi. Decisi che avrei giocato il gioco crudele a cui tutti giocavano, quello di affossare chiunque capitasse a tiro, impaniato nella indefettibile necessità della difesa; e di farlo con sufficiente abilità e raffinatezza da differenziarmi dagli altri, apparentato con tutti solo dalla corruzione. Abbassando gli altri alla mia altezza, unificando il mondo al miserabile del livello in cui mi ero collocato, mi sarei sentito meno basso, meno ignobile; li avrei dunque dannati, per salvare ed elevare me stesso. Tutto il contrario di Cassio, l’eterno Cassio d’ogni scelta umana, quello che realizza, senza affaticarsi e senza chiederlo, a suo proprio beneficio le altrui ambizioni, che occupa il posto a cui aspiravi, un damerino, un esempio da esibire, una nullità scelta dal destino per propinarti un sonoro schiaffo in faccia… Cassio, ammirato da tutti, bello, nobile, leale, fedele, generoso, amato e considerato, un essere in tutti i modi gratificato dalla fortuna… poteva un simile essere non farmi ombra, non stimolare il mio tenebroso desiderio di vendetta? a lui tutto e a me il ruolo del testimone? Il prode Cassio, che aveva una buona parola per chiunque e a chiunque era amico? Gran Cavaliere questo Cassio. Incarnava il me stesso che avrei voluto essere e che non potevo più neppure immaginare d’essere, un rimprovero vivente, l’incarnazione delle possibilità mie sperperate e costantemente gettate in faccia… se ho odiato Cassio! Quanto me stesso l’ho odiato, giuro; e più di me stesso ho desiderato distruggerlo! Dietro un apparente velo di disprezzo, lo ammiravo. Volevo essere lui e non potevo essere che Yago, questa piccolezza oscura e informe, quest’uomo pieno di fumo che si dibatteva nelle spire del male urlando improperi che erano soltanto disperate richieste di soccorso. E pure, con tutto questo, non erano le sue doti a rendermelo degno di considerazione. Non per l’intelligenza e il coraggio e l’audacia e il suo saper piacere alle donne. Ci vuol poco a essere buoni quando la fortuna è dalla tua, non ti fa mancare un colpo; ci vuol poco a essere amabili quando le lodi sono tutte tue. Quel che mi rodeva è il di più, il soverchio di cui usufruiva; e il modo tutto suo, onesto, in cui ne traeva profitto. Cassio godeva dell’affetto della più soave, più ineffabile fanciulla si possa immaginare; una giovane donna di quelle appunto che sanno restare nella propria innocenza a lungo, spesso sempre, e che con cuore puro e puro intendimento sanno amare. Cassio, di lei, innamorato; e lei, di Cassio, amante, amata. Cassio conobbe quell’amore e ne fu illuminato. Lui tutta luce, ebbe altra luce con cui gloriarsi. Fu come se un soffio divino entrasse in Cassio, il medesimo soffio che diede il via al Mondo, e volle la sequenza delle infinite dipartite e degli infiniti ritorni. Ma non a caso ricevette quella grazia. Egli amava. Non si limitava a chiedere e a riceve amore. Lo dava. Illuminava con il suo sguardo ogni essere che l’avvicinasse. Persino il legno della nave pareva riverberare quel che provava. Ed era tanto, tanto… grand’uomo questo Cassio. Io perciò l’ho voluto rovinare. Per la tentazione irresistibile di vederlo soffrire, vederlo dannarsi, scuotere i pugni contro il cielo e inondarlo di bestemmie… perciò l’ho colpito, lui e il suo capo, quel vano, furibondo ammiraglio pieno di complessi, che non meritava certo stare sopra di me, né sopra nessuno… con un carattere così non si comanda, si obbedisce a malapena… e, sì, troppo in alto erano ambedue… uno nell’empireo degli innamorati, l’altro nella solennità di un alto ufficio… bisognava che li abbassassi entrambi, li riconducessi al livello mio…

(pausa lunga)

A pensarci bene qualcosa di buono in me la trovo… sono un livellatore in fondo. Quel che faccio corrisponde a un principio di equità, tutti uguali, tutti alla medesima altezza… lo stesso del suo, Mio Inquisitore, quando fa tagliare la testa a questo e all’altro mani e piedi: abbassa tutti, un palmo o due di meno per dare il senso dell’equità al mondo…

Ma no, scherzo, compenso la malignità dei pensieri con il macabro dell’umorismo… mi calunnio da solo, in fondo, attribuendomi motivazioni meschine, estranei alla grandezza che ho voluto fosse mia, il male per il male. La verità è che non è stata l’invidia del successo altrui a muovermi. Né la volontà di non lasciarmi sottrarre un posto che consideravo già mio. La verità è che io ho cercato di cancellare Cassio e con lui Otello e Desdemona, per cancellare l’offesa di una capacità d’essere nella vita più nobile e completa di quel che manifestavo quotidianamente. Più vedevo il fuoco ardere dentro i miei antagonisti e più freddo sentivo dentro di me, più ancora marcivo. Non l’ufficiale detestavo, ma l’uomo, l’amante… detestavo Cassio in quanto destinatario della tenerezza di Desdemona, e detestavo Desdemona perché la dava a lui e non a me, perché mi rammentava quanto fossi torvo, poco magnanimo e sublime. Questo è il punto vero, la vera colpa di Yago, l’essenziale delle sue motivazioni. Ma non solo per quest’ultimo delitto. In tutti gli altri, di cui stranamente non mi si accusa, in cui ho armato la mano del fratello contro il fratello, incitando alla rissa, allo scontro, alla ferocia; l’ispirazione era sempre la stessa: denudare le persone nella loro miseria per nascondere la mia personale miseria. Cassio o chi per lui poteva o non poteva farmi ombra, ma l’insopportabile era dato dalla felicità che godeva, da quella certa morbidezza nell’elaborare le frasi che corrispondeva alla morbidezza interiore, da quell’amabilità che l’amante amato lascia traspirare in ogni suo atto.

Ah, l’amore! Ma chi l’ha mai provato?

Io, Signor Torturatore, non l’ho mai conosciuto. Non ho avuto né padre, né madre, non sorelle o fratelli che mi amassero; mai nessuno su cui esercitare questa straordinaria facoltà che si dice immanente all’essere umano. Il piacere fisico, sì, qualche volta, tiepido anch’esso, qualche donna me l’ha concesso… la voluttà più ampia di combinare una bella lite, di argomentare una calunnia ben preparata… una reputazione fatta a pezzi, queste delizie non me le sono fatto mancare… ma per il resto? Poco, troppo poco… non basta alla pienezza d’una vita la sola soddisfazione di eccellere nel male…

(alza la voce)

Il male! Il Male! Sa cos’è lei il Male? Io lo coltivo in me, perciò lo conosco. E lui sospinge me, per questo l’apprezzo. Lui, lui solo motiva il mio mero esistere. Io lo amo il male. E dico di amarlo perché l’amore per il male si chiama odio, e io questo so, lo so bene, so odiare… ODIARE!

(sussurrando)

Un amore strano, senza luce, senza speranza… un amore con un’unica prospettiva: lei, Signor Inquisitore. La mia prospettiva. Il punto di approdo necessario alle mie scelte. Lei può risolvere i miei problemi, dare un taglio alle ambasce. Lei, che ha il potere sanzionato per legge di entrare nella mia vita e darle la svolta indispensabile. Non a caso le ho chiesto di porre attenzione, sostenendo che poteva identificarsi in me. Perché anche lei non ama. O meglio, come me e più di me il suo amore è l’odio. Il suo mestiere d’odio lo ha condotto all’odio, fuori da ogni dimensione umana. Assiso su quel trono, non conosce altro che il dovere di estorcere confessioni, e l’infliggere pene e sconforti. Uguale a me non conosce il significato della parola misericordia, perché quella parola è imparentata all’amore. Come me non esiterà, lo credo, a sanzionare la chiusura di questo capitolo, ad opporre il sigillo della parola fine a questa mia storia. So che pochi escono incolumi dalle sue mani. Non voglio essere tra quelli. Lei stesso non lo sopporterebbe. E che? una sua copia, lasciata libera di aggirarsi per le plaghe desolate del mondo, legittimato da questa libertà a riaffermare una parentela spirituale particolarmente imbarazzante? Senza contare poi la mia stessa ammissione di colpa, colpa piena, senza attenuanti né esimenti… perciò, unico fra tutte le sue vittime, non mi appellerò alla sua indulgenza, non cercherò di blandirla, e tanto meno mi inginocchierò per pregarla. Sono stanco, glielo confesso. Troppo faticoso è il cammino, il male alla lunga richiede sforzi e indurimenti che nauseano, esauriscono… mi dia quel che merito… quel che esige la mia infamità… lasci stare i problemi legali, l’oggettività del giudizio, le procedure, il fatto materiale. Faccia contro di me quel che la viltà, la morbosa attenzione per l’inutile e il vano mi hanno impedito fin’ora di commettere. Ottemperi alla necessità fondata dalla disperazione nel divenire. Mi uccida. Prove contro di me non ce ne sono. In casi come questi le prove non vengono mai trovate. Ci sono le dicerie, le esagerazioni, le calunnie… contro di me come io contro tutti… ma c’è una confessione! Voglia dunque, anche solo per solidarietà tra disgraziati, sanzionare la mia fine, per sanzionare la fine della mia cattiva volontà (le sia d’auspicio). Basta con Yago, dunque, facciamola finita.

E sia pace all’anima sua, lei ancor vivo, ancora in tempo per gettare le corazze alle ortiche, dato che a me pace non può più esser data.

17 febbraio 2021 / miglieruolo

Signora Morte 2021

di Mauro Antonio Miglieruolo

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L’altra notte… quale? Una altra qualsiasi…

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13 gennaio 2021 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 11

A cura di Mauro Antonio Miglieruolo

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L’arte trova perfezione all’interno e non all’esterno di se stessa. Non deve essere giudicata tramite alcuno standard esterno di verosimiglianza. È un velo anziché uno specchio. Ha fiori che nemmeno la foresta conosce, uccelli che nessun bosco possiede. Fa e disfa molti mondi e può far scendere la luna dal paradiso con un filo scarlatto. Le sue sono forme più reali degli uomini viventi e suoi sono i grandi archetipi di cui le cose che esistono non sono altro che copie incomplete. Ai suoi occhi la natura non ha alcuna legge e alcuna uniformità.

(OW)

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6 gennaio 2021 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 10

A cura di Mauro Antonio Miglieruolo

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La vita è una cosa troppo importante per poterne parlare seriamente.

(OW)

Non è importante come se ne parla. Importante è come la si vive.

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6 gennaio 2021 / miglieruolo

di Quanto in Quanto

Se pensiamo
che il sempre è senza date
e che la libertà non ha misure
il mai scomparirà

e noi
minuscoli ed immensi
immersi nel respiro universale
dal nucleo alle galassie
siamo frattali in espansione, ma
ingannati dai limiti apparenti
ci riteniamo solidi
e non sappiamo leggerci attraverso

dal blog di Cristina Bove

https://cristinabove.net/2021/01/06/di-quanto-in-quanto/
30 dicembre 2020 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 9

A cura di Mauro Antonio Miglieruolo

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La maggior parte delle donne e degli uomini è costretta a recitare parti per le quali non ha alcuna qualifica.

(OW)

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23 dicembre 2020 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 8

A cura di Mauro Antonio Miglieruolo

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Gli uomini vogliono essere sempre il primo amore delle donne. Questa è la loro rozza vanità. Le donne hanno un istinto più sottile per le cose: quello che vogliono è essere l’ultima storia d’amore di un uomo.

(OW)

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23 dicembre 2020 / miglieruolo

PIETÀ L’È MORTA – racconto di Natale

Di Mauro Antonio Miglieruolo (Mastrangelo)

Avevo appuntamento con Signora Morte, la spietata che alla 4 o alle 5 del mattino viene a trovarci, a meno che non sia tu ad anticiparla e, svegliandoti, provvedere a neutralizzarla con una qualsiasi occupazione. Signora Morte è un tipo strano. Agisce a caso, pianifica, estrae a sorte, usa e abusa, ma di fronte alla volontà di continuare se la fa sotto. Gli occorre molta fatica per ottemperare.

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16 dicembre 2020 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 7

A cura di Mauro Antonio Miglieruolo

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È assurdo dividere la gente in buoni e cattivi. Le persone o sono affascinanti o sono noiose.

(OW)

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9 dicembre 2020 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 6

A cura di Mauro Antonio Miglieruolo

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https://miglieruolo.files.wordpress.com/2013/10/12ott-oscar-wild-alfred-douglas.jpg

Oscar Wilde e Alfred Douglas

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Ci sono due modi per non apprezzare la poesia, l’uno è disprezzarla, l’altro leggere Pope.

(OW)

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2 dicembre 2020 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 5

A cura di Mauro Antonio Miglieruolo

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Ed ecco inevitabilmente un lungo capitolo (il soggetto merita) sulle donne. Sulle quali Oscar Wilde ha molto da dire. Credo che tutti noi, tutte le persone di questa vasta congerie di diversità che affolla la Terra, avendo a cuore il tema, si abbia un proprio da dire. Chi più, che meno, che male e chi bene, ha avuto a che fare con donne; confido però che nessuno che intenda scampare al compito di capire impeciandosi nel solito sciocchezzaio di luoghi comuni e di frasi intelligenti atti a mascherare i luoghi comuni.

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2 dicembre 2020 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 4

 

Aforismi di Oscar Wilde – 4
A cura di Mauro Antonio Miglieruolo
Dopo un capitolo in cui sono stati sollevati dubbi sulle parole di Wilde, uno dedicato interamente, non per consentire, né per criticare, al tema “uomini”.

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27 novembre 2020 / miglieruolo

Salutiamoci

Lunanuvola's Blog

E’ stata una lunga corsa. E’ durata più di dieci anni e ha prodotto 3.086 articoli. Adesso ho deciso, per molti motivi, di tirare il fiato.

Il blog resta qui e certamente, di quando in quando, pubblicherò qualcosa ma di sicuro non con la stessa puntualità e frequenza; forse più avanti userò anche altri sistemi per far circolare notizie, informazioni e miei pareri: vi terrò aggiornati.

Per il momento, miei amati mille-e-quindici followers e cari passanti e amici, salutiamoci. Con immensa gratitudine, Maria G. Di Rienzo

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27 novembre 2020 / miglieruolo

La recensione di Nicoletta Crocella

Lunanuvola's Blog

Il nuovo romanzo di Maria G. Di Rienzo è ora disponibile online.

MERGELLINA E LE MADRI

(di Maria G. Di Rienzo)

Mergellina,

Mergellina…

Dentro questa barca fammi sognare

Rema per me

Non mi svegliare

(Serenata a Mergellina – Mario Abbate)

Letto, riletto e poi riletto ancora con piacere e coinvolgimento. I romanzi di Maria G. Di Rienzo sono sempre preziosi per la sua capacità di creare mondi possibili in cui le conseguenze dell’oggi sono la premessa per altre storie, altri timori, altre possibilità.

Il romanzo è ambientato in un tempo futuro dopo il disastro, quando oramai l’acqua la fa da padrona tra paludi e atolli dove la gente si organizza e sopravvive, con strutture simili o grandemente diverse.

Ma qualunque organizzazione, qualunque stuttura sociale riesce sempre ad avere i suoi emarginati i suoi disadattati, quelli che emigrano sperando di trovare altrove un senso diverso alla propria vita, quelli che non…

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27 novembre 2020 / miglieruolo

Spudoratamente…

Lunanuvola's Blog

Dunque: l’avete visto il nuovo link a destra, sì? “Mergellina e le Madri” è disponibile online.

Se la mia fiction non vi interessa vi amo lo stesso, ma se l’amore è reciproco potreste fare un po’ di pubblicità al nuovo romanzo? Le mie lettrici cavia mi hanno dato valutazioni che vanno da “bello e coinvolgente” a “bellissimo”. Magari può piacere anche a qualcuna delle vostre conoscenze.

Grazie in anticipo, pards. MG DR

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27 novembre 2020 / miglieruolo

Tutorial: break free!

Per fortuna nostra la Signora Di Rienzo non si stanca, anno dopo anno, di ripetere le stesse cose contro gli stessi stupidi ipocriti misogini; altrimenti resteremmo in balia degli istigatori alla violenza, ai denigratori e odiatori che imperversano in ogni angolo del web e della città. Grazie Signora Di Rienzo.

Lunanuvola's Blog

Ora che la Rai (servizio pubblico), nel mezzo di ipocrite e superficiali manfrine sulla violenza contro le donne, vi ha fornito il tutorial su come si fa la spesa sembrando una perfetta cretina (eseguito da professionista di balletti attorno a un palo e presentato da professionista che asserisce di rappresentare la “categoria donna” e ci assicura di combattere ogni giorno per ciò in cui crede, ma purtroppo non ci dice in cosa le sue credenze consistano), mi sento perfettamente legittimata a produrre tutorial anche io.

Oggi, perciò, la vecchia cessa femminista vi spiegherà professionalmente – come attivista antiviolenza e trainer alla nonviolenza – quali concetti avreste dovuto trovare in articoli e servizi relativi al 25 novembre, Giorno internazionale contro la violenza di genere. Questi:

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Si definisce violenza di genere la violenza diretta contro una persona sulla base del suo genere o sesso.

Il termine “sesso” si riferisce alle differenze…

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18 novembre 2020 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 3

A cura di Mauro Antonio Miglieruolo

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Oscar Wilde

Oscar Wilde


Siamo arrivati al terzo capitolo, spero di trovare le parole adatte per non diminuire il valore di ciò che commento. La buona volontà c’è, ignoro se anche la capacità di misurarsi con un così brillante rappresentante del primo Novecento.
Inizio contraddicendolo.

Nessun grande artista vede mai le cose come realmente sono. Se lo facesse, smetterebbe di essere un artista.
(OW)

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12 novembre 2020 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 2

A cura di Mauro Antonio Miglieruolo

Secondo capitolo degli aforismi di Oscar Wilde. Speriamo vi piacciano, il che mi porrebbe nella condizione di esaudire il desiderio di pubblicarne molti. A decidere sarà il bilancio tra i mugugni dei buoni lettori  e le eventuali approvazioni.

Iniziamo da uno dei suoi più divertenti. Allusivo, ma per nulla elusivo:

Tutte le donne diventano come le loro madri. Questa è la loro tragedia. Un uomo no. E questa è la sua tragedia.

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14 ottobre 2020 / miglieruolo

….s’autunnano

Controvento

70838

 

Arato in orfanità l’istante scende
tra rumori d’interro, sul campo in preghiera
s’autunnano d’ombra le squille.

 

César Vallejo, Perù 16 3 1892 – Francia 15 4 1938

versi dalla poesia “Sotto i pioppi”

traduzione di Piera Mattei

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