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31 dicembre 2020 / miglieruolo

Dio è atterrato

Iniziò alla breve, e crebbe con rapidità esponenziale, senza altro preavviso che l’ispessirsi del traffico. Macchine, sempre nuove macchine, macchine in entrata, macchine in uscita, macchine nervose, macchine che procedevano tranquille sulla corsia di destra, macchine impazzite su quella di sinistra, macchine che strombazzavano sfogando nel clacson il nervosismo emergente. Convulsamente, in fretta, mentre il nervosismo mutava in frenesia, necessità assoluta di far presto, d’approdare a alcunché, nuove auto si ammassarono alle uscite, altre procedettero in entrata, ostacolando la viabilità del Raccordo. Caos, smog, furore… Messo sull’avviso dall’addensarsi di tutta quell’agitazione (soltanto eventi fuori dal comune potevano giustificarla), mi affrettai a sintonizzarmi su un notiziario. La radio gracchiò la parte finale di un annuncio e tacque. Trenta secondi di silenzio. Infine la replica.

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– Dio è atterrato, – udii dichiarare esterrefatto, – e trasmette sulla lunghezza d’onda 93.600 delle Modulazioni di Frequenza…

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25 febbraio 2021 / miglieruolo

Requisitoria di YAGO contro YAGO

di Mauro Antonio Miglieruolo

Come debbo chiamarla, Signor Mio? Mio Padrone e Mio Castigatore? Debbo col nome proprio all’Eccellenza Vostra, o con quello ben più alto di Eminenza? Oppure con il sublime insito nel titolo Sua Santità? No, lo vede bene, quest’ultimo non le si addice, quantunque quale mero augurio non dovrebbe offenderla, né turbarla… non dovrebbe e invece la turba… perché, Reverendo? Crede forse voglia prendermi gioco di lei? No, mi creda, non è questo; al contrario, è di me stesso che mi prendo gioco. Della mia paura, che vorrei esorcizzare scherzandoci sopra, dell’affiorante servilismo… è stupido, lo so, ma la paura rende tali, rende stolti, balordi… incapaci di intendere il senso autentico delle cose, e le motivazioni delle parti in causa, e l’inutilità di blandizie scontate e, all’opposto, la convenienza di non motteggiare, neppure nell’apparenza, con l’occulto delle mire d’un uomo, di qualsiasi uomo… al tempo, d’accordo, vengo alla necessità di questa solenne cerimonia, al chi sono, quali sono stati i miei peccati, le generalità e tutto il resto… imprigionato nell’insipido ordinario della giustizia, nei suoi contrassegni insensati, costretto nella camicia di forza d’una identità irreale, astratta, fatta di parole, il nulla del nome e cognome, il numero degli anni, chi furono i miei e se sono vivi o morti… buona stratagemma, questo, per avvilire ulteriormente il reo… allontanarlo dalla realtà della carne e del sangue… sottrarlo alla sua umanità… cosicché non a un umano si impone un certo carico di dolore, ma a un nome, un numero, un concetto… ma sì, sì, non mi incalzi, Signor Inquisitore… vuol sapere di me e lo saprà… il nome, cognome e tutto il resto… la mia vita e il dove e come l’abbia fin’ora condotta… dove vuole l’abbia condotta, Signor Mio, considerato il mio annoso mestiere di soldato? Su una nave, tra tanti disagi, e molteplici pericoli… al servizio della Repubblica, a cui ho offerto, in cambio di un tozzo di pane, la salute, la libertà e persino la vita… noto che s’infastidisce per questa mia ingenua risposta, ed ha ragione, bisogna mi rassegni al distratto abitudinario di ogni cerimonia, di questa cerimonia, che deve pur essere svolta; le domande di rito, insomma; l’ammettere come ignoto quel che è noto, è lasciare una traccia scritta della finzione, di quel che non è stato vissuto, ma solo sanzionato… io però desidero andar oltre la convenzione e presumere si possa inserire un di più nelle domande… che si possa unire alla noia dell’incarico almeno il decoro dei propositi… o quantomeno che questa dignità possa essere ammessa nelle risposte. Un aggravio di parole non nocerà all’istruttoria, se mai la renderà più ampia e significativa. Una parola di più e non una di meno, dovrebbe essere il motto di qualsiasi inquisitore il quale appunto attraverso le singole parole, edificando su di esse, costruisce castelli in aria di apparenze e fortezze di congetture… lei vuol sapere di me quel che nessuno sa, e mai ha cercato; chi realmente sono, e perché fui, e perché mi dibatto nell’attuale avvilente condizione… legato, lacero, sporco, affamato, pieno di pidocchi… eppure con qualcosa dentro, una fiamma gelida che silenziosamente mi consuma… la incuriosisce, questo, eh? Lo trova insolito, straordinario… e vorrebbe le fornissi la chiave per entrare nel mistero, la solennità di un imputato che offre a sé stesso vigore tramite la veemenza della imputazione medesima… vuol sapere molto, il sapere più vero, quello che sta dietro le cose, dietro persino le intenzioni; questo però esige una disponibilità a svelarsi a sé stessi cosa che non è da tutti e chissà, forse non è nemmeno in lei! … Chissà se la troverò disposta a scendere dal suo scranno e mettersi alla mia medesima altezza, nel nostro vero, l’uno di fronte all’altro, uomo contro uomo… ben disposto a vedere in me il simile, e a vederlo con intensità… ma, se lei non è pronto a guardarsi, cosa potrà mai vedere in me, umano, piccolo, meschino, eppure (non lo sostengo io, l’ho sentito dire), eppure fatto a una Immagine e a una Somiglianza… cioè a dire, la base da cui tutto si diparte, ogni individualità, ogni differenza… chiunque non sia disposto a svelarsi a se stesso, ad ammettersi, e compiangersi, mai potrà supporre il proprio simile… dubito io stesso di poterci riuscire, convinto di doverlo fare, non convinto di volerlo fare… dubito che riuscirò a entrare in quei riposti meandri, dove il tortuoso dell’anima, non dell’anima mia soltanto, accusato come sono delle peggiori nefandezze, ma di tutte le anime, anche quelle non accusate, ma colpevoli, cioè no, responsabili comunque… dove il tortuoso dell’anima si erge feroce contro ogni aspirazione alla purezza, alla completa sincerità dell’abbandono… la dissimulazione, l’autoinganno insito in ogni proposito umano è pronto a colpire a tradimento: pronto a sviare persino chi si appresta, con tutta la sua buona volontà, a non lasciarsi colpire… e qui per esempio mi viene da chiedermi se lei, proprio lei Eccellenza, che con tanta forza di persuasione chiede, e con mezzi tali che è impossibile negarle assenso, che davvero voglia mi sveli, che le faccia intendere quel che ci sarebbe da intendere. Sì, vuole? è convinto di dover spremere da me quanta più verità sia possibile? più di quella stessa che immagino di poter donare? Sì, sì, è ragionevole questo, che lei aspiri al modo proprio della completa sincerità, indotto dal suo infelice dovere… Ecco, allora, se così è, permetta che inizi a mia volta con una domanda. So che qui le domande è lei a formularle, ma pazienti, non si tratta di un’eccezione che le chiedo, ma di consentirmi di indirizzare l’interrogatorio sul terreno più proprio ai suoi medesimi fini (se questi fini sono la profondità e la spiegazione); formulerò proprio la domanda che renderà impossibile tergiversare… nonostante le tante incertezze e le molteplici complicazioni (sono o meno colpevole? ho materiale sufficiente per costituire una degna e soddisfacente confessione?), mi avventurerò ugualmente a formularla… con la mia domanda non solo imprigionerò le risposte, ma mi costringerò a fornirle quella maggiore che presiede a tutte le risposte, l’insolente corpo d’una questione che racchiude il senso medesimo dell’essere uomo e umano.

Chiedete perché la definisco “insolente”? Perché suona, e lo è, come un rimprovero, uno sberleffo, come il crudele disvelamento di quella rete di vanità e automortificazioni che l’intera umanità, che anche noi due, in questo chiuso e tetro sotterraneo, oso ipotizzare, consideriamo essere il vero scopo, il vero senso della vita…

Eccola la domanda, Signor Inquisitore: conosce il significato di una esistenza senza amore? senza stima di sé? Senza rispetto? Senza neppure un brivido e un’emozione? Vissuta nel freddo dei pensieri e basata sulle convenienze e sconvenienze?

Ascolti, Signor Inquisitore, lasci perdere, non citi invano il nome del suo Dio, sappiamo bene ambedue quanta diligenza abbiamo adoperato per tenerlo distante, neutralizzandolo dentro un bozzolo di belle parole; io mi contenterei di molto meno che del Suo Amore; parlo del mio piccolo, Signor Inquisitore, della mia capacità di identificarmi con il mondo, d’essere grato a questo mondo d’avermi accolto; parlo di quel tipo di emozione che perdura anche dopo essere usciti dallo smarrimento per la divina bellezza di un paesaggio, o aver voltato le spalle alla sfacciata offerta di un fiore (ah, sì, la sua propria bellezza! La sua innocenza! I suoi colori…); parlo del risveglio (o è un addormentarsi?) che segue all’incanto delle toccanti note d’una musica notturna… sa lei di questo? Certo che sì! Che domanda! Non vi è uomo che non l’abbia provato. Non vi è donna che non l’abbia gradito. Nel deserto della vita queste oasi sono frequenti. Altrettanto frequente il nostro non far caso, voltar le spalle e procedere oltre. Oltre per un dove avvilente che è soltanto il pervicace, autolesionista affrettarsi verso la morte. Siamo oberati dai troppi da fare, dalle troppe questioni in cui amiamo smarrirci, dei troppi impegni, delle troppe ambasce per dare sufficientemente retta… e pensare che questo insieme di vanità, di avventatezze, di precipitazioni e deliri noi lo chiamiamo vita!

Orsù, Signor Inquisitore, non si arrabbi, non sto menando il can per l’aia, mi creda… è che dopo tanto occultare vorrei, giunto alla fine, indagando e sviscerando, almanaccando e approfondendo, acquisire quel poco, quell’infinitesimo che mi autorizzi a confessare a me stesso che tutto questo non è stato inutile, tutta la pena che mi sono dato, le pene che mi sono inflitto, l’affanno silenzioso prodotto e che ho cercato di scaricare sugli altri, tutto la montagna di errori e orrori accumulata non è stata completamente inutile; anche io ho camminato, anche io ho saputo profferire un grazie… ho tratto un frutto duraturo dal duro arido fondo della mia personale esistenza…

Aspetti, aspetti, mon usi quel truce nell’espressione che è abituato a dispensare ai poveretti impigliati nella rete dell’umana ingiustizia… eccomi, vengo al dunque, confesso… lo ammetto, sono colpevole, merito la pena già pronta e decisa… la merito non per gli atti di violenza di cui sono reputato responsabile, poiché, se pure ne sono l’ispiratore, non ne sono certo il mandante, né ho goduto dell’intrinseca loro espressione. La sofferenza fisica e il sangue non fanno parte del bagaglio delle mie personali inclinazioni… non lo dimentichi, Reverendo… nonostante il mio mestiere di soldato, non sono un assassino professionista, un boia patentato… l’esecutore crudele di sentenze da me medesimo decretate… nooo, io sono ben più in alto sulla scala del crimine… a me non si addice la volgarità, la violenza, il mediocre irragionevole dell’aggressività animale… io sono Yago, io sono Loki, io sono Lucifero… sono Yago! non certo un malfattore qualsiasi, uno di cui si debba temere l’incontro notturno… non rubo sul peso, come tanti uomini dabbene tenuti in palmo di mano… io sono il Male, Signor Inquisitore, tutta la purezza residuale che può esservi nell’Inferno una volta che sia stato trasferito in terra… rubo anime, non vite… io corrompo le volontà e le intenzioni, non l’integrità di corpi che non abbisognano del mio intervento per lasciarsi travolgere dall’incontinenza… che piccolo mestiere sarebbe il mio, allora, se tutto si racchiudesse in questo miserabile strappar di veli agli inutili misteri tramite i quali, ad esempio, si fonda l’ignoranza e la vulnerabilità delle fanciulle? Quale il mio vanto nel pugnalare un nemico vero o presunto nel silenzioso squallore di un agguato notturno? Le ferite vere, le ferite che voglio sono tutt’altre. Non provvisorie, ma permanenti. Non nel sangue lavo le mie mani, ma nel disorientamento umano e nella disperazione. Non tradire l’uomo voglio, ma indurre l’uomo a perdersi da sé stesso…

Non sarei altrimenti quel che sono, esattamente quell’antico, remoto, chissà quando, fors’anche prima che cominciassi a vivere, in cui ho formulato il pensiero perverso della mia diversità, del mio voler essere unico e inimitabile, UNO sopra tutti e tutto… Mi capisce, vero, Eccellenza? Sì, lo so, lei mi può capire, se ne intende, lei in quanto speciale non solo per aspirazione, ma anche per condizione, non troverà ostacoli per entrare nella perversa dinamica di questi pensieri… gliene parlo appunto perché la giudico capace di recepire, sia pure attraverso il chiuso della sua cittadella di convinzioni forti, qualcosa in più del comune ordinario dei mortali, resi ciechi dalle barriere del pregiudizio e terrorizzati dalla prospettiva di essere convocati ad operare acrobazie intellettuali. Lei non teme di doversi estrinsecare in tali acrobazie, le conosce, le conosce bene, le pratica quotidianamente! lei che per ripararsi dai sicuri pericoli non ha esitato, indossando una tonaca, a separarsi per sempre dagli altri mortali! Lei che ha sacrificato l’esistenza per stabilire una diversità irrimediabile! Lei come me guardato con sospetto, schivato, temuto… non siamo forse uguali in questo? Fuggiaschi dell’esistenza, Ebrei Erranti alla ricerca di una patria da noi stessi abbandonata!

Ma no, su, non se la prenda… non impallidisca di rabbia… dicevo così per dire, per darle un fruttuoso e positivo punto di riferimento… non ratifichi in questo provvisorio inizio una decisione già presa, mantenga l’illusione di una presunta obiettività che ci permetta di arrivare fino in fondo alla recita dei ruoli che ci siamo reciprocamente assegnati… mi permetta di vuotare il sacco… non la deluderò, vedrà, né con la pregnanza della confessione, né con manifestazioni di viltà e inutili preghiere… sia quel che deve essere, la condanna inevitabile… non posso, neppure voglio sfuggire al castigo che mi è stato destinato; solo che vorrei fosse per le ragioni vere, autentiche, non per quelle presunte…

Sappia, o sostituto di Dio, che aborro la fisicità… rifiuto ogni atto che abbia direttamente a che fare con il dolore, contraltare del piacere. Le mie mani sono pulite e pulito è il mio comportamento. Non sono come tanti che, pur vestiti nei panni e delle parole della misericordia, non esitano a incanaglirsi straziando le carni altrui… come saranno straziate le mie, probabilmente già questa notte, una lunga notte a cui mi farà certamente l’onore di assistere… una notte che non augurerei a nessuno, neppure ai boia che mi tormenteranno… miserabili anche loro! Quanto dovranno affaticarsi con le loro tenaglie roventi, con le corde e le ruote e il sudore della fronte, per produrre sufficiente dolore! e quanto nello stare attenti, che non gli muoia tra le mani! altrimenti domattina la Giustizia avrà solo un cadavere a cui tagliare la testa… o consumare su un rogo… o impiccare al primo albero che capiti… per ridurmi quel che sono sempre stato: un inerme miserabile ammasso di cibo per i vermi… cosa dice, Signor Inquisitore? Che trova il mio linguaggio sgradevole? Non lo nego, sgradevole; tuttavia molto più sgradevole, oltre che crudele, è mostrare per tempo gli strumenti della tortura a chi li dovrà assaggiare, quasi che non bastassero le ore in cui glieli si imporranno, ma occorresse dilatarle al prima, quello lungo in cui si cercherà un ragionevole motivo per imporglieli, tormentando lo spirito, cioè l’essenza medesima di quell’uomo, prima che la carne (dunque siamo nell’uguale, io e lei, che vale rimproverarsi a vicenda?); crudele è espellermi già da vivo dal novero degli umani, destinare il mio corpo a una fossa qualsiasi fuori porta, tra gli scomunicati e i non battezzati. Crudele è la rappresentazione a cui sono obbligato, una farsa indegna il cui finale un ben disinvolto soggettista ha già apposto la parola fine… e io che non posso rifiutarmi di recitarlo, il dramma, d’esserne l’attore principale! ma voglio, ugualmente voglio, DEBBO capire, accettare il suo punto di vista, il suo pregevole punto di vista… perché in fondo, tutto è uguale, una ragione vale l’altra, e quella che si richiama ai verbali da compilare, ai superiori a cui render conto, all’indignazione di una pubblica opinione da ammansire, non è meno valida di quell’altra che vorrebbe far tutto in fretta per poter andare finalmente al dunque, al vero dunque…

Suvvia, non torni a prendersela con la disinvoltura del mio modo di esporre, sciolga quel cipiglio feroce,

spiani la fronte aggrottata,

mi aiuti piuttosto a dire quel che c’è da dire,

mi faccia dono di un breve cenno d’incoraggiamento…

Lei lo sa meglio di me, lo impara ogni giorno, che l’uomo delinque. Anche lei, Signor Inquisitore, delinque, il più delinquente di tutti. No, non dico per insultarla, è un paradosso quello a cui faccio ricorso, un mio capriccio espositivo, qui lo dico e qui lo nego, non mi permetterei mai, è solo che non so com’altro esprimere il fatto d’una convinzione frutto di lunga, attonita esperienza. Mi compatisca allora, ricordi che probabilmente domani non sarò più; e consenta a questo mio capriccio che, per una volta nella mia esistenza, mi spenda in favore della verità. E lei, Signor Cancelliere, deponga la penna: le mie lente frasi di cordoglio non servono a nessun’altro che al me stesso che le pronunzia, nonché alla qui presente Eccellenza, Reverendissimo Eminenza, ambedue appaiati da un benigno destino che ci ha posti l’uno di fronte all’altro, affinché le avventure sue e la disavventura mia ci siano di reciproco insegnamento, io nella mia condizione di criminale, lui in quella di uomo da bene, e viceversa, per il buono che può esservi in me e il male in lui, ambedue confusi sconvolti dalla possibilità di prenderne atto…

Ed io ecco che ne prendo atto, e so di essere Yago, ma anche il Grande Inquisitore, colui che giudica e sentenzia sui destini, che si impadronisce delle vite e le indirizza a suo piacimento; e per questo che, ragionando da inquisitore, presumendomi tale, invece che malvivente, andavo tranquillo a spacciare il prossimo, scambiando la mia personale convenienza per l’equo d’una giustizia architettata sull’istante. E così, con tono austero, severissimo, il tono giusto per un inquisitore, andavo proclamando: al patibolo costui che può essermi d’impedimento; sia lasciato tranquillo l’altro che gli sta accanto, è che è certo che non tenterà di ostacolare i miei piani… e eseguivo la condanna del primo e lasciavo andare tranquillo per la sua strada il secondo…

Deponga quella penna, dunque, e presti attenzione, non è detto che anche lei non possa trarne giovamento; scriva soltanto questo, che ammetto ogni mia colpa, confesso tutti i crimini che mi sono addebitati e così, avendo ottemperato all’essenziale dei suoi propri doveri, si conceda di andare oltre, alla sostanza che mi accingo ad esporre. A questa sostanza: che le colpe mie poggiano su quelle degli altri, che ogni possibilità di nuocere è indissolubilmente legata ai vizi del prossimo… che il mio essere crudele resterebbe perennemente eventuale, ipotetico, se la crudeltà, l’avidità, la prepotenza non dominassero il mondo… ecco la verità, sotto forma della mia verità: sono le colpe del prossimo che rendono fertile il terreno su cui coltivo le mie… è il male che percorre il mondo che mi permette di estrinsecare il mio… non io mi avvalgo dell’innocenza del prossimo, ma è il prossimo che abusa della mia predisposizione al male, per compiere delitti: e ancor più per fornirsi della giustificazione preventiva e necessaria a consumare a cuor leggero ogni sorta di sproposito, accusando me dei suoi propri propositi… avrei potuto muovere Otello al crimine senza la sua voluta stupidità, la sua brama di possesso, il tronfio amor proprio, posto su tutti e tutto? E tradire Cassio senza la di lui vanità e l’inavvertenza? che sono proprio stati questi, inavvertenza e vanità, leggerezza nell’impadronirsi d’una insulsa reliquia (un fazzoletto, pensate un po’!), che da uomo ragionevole lo ha mutato in burattino!

(pausa lunga)

Potrebbe sembrare sia giunto alla sottigliezza di una scappatoia, già quasi un alibi, a stabilire le coordinate giuridiche per aggrapparmi a un’attenuante se non addirittura a un esimente; ma non è questo. Lo nego con fermezza. È che se devo essere spiegato, e sviscerato (oltre che eviscerato) occorre che sia ascoltato nel pieno delle mie ragioni. Come Lucifero io non creo il male, ne faccio uso. Lui per fini oscuri e imperscrutabili, ma grandi; io inseguendo obiettivi fugaci e provvisori, totalmente umani: le mie misere ambizioni, le meschine vendette di piccolo uomo, il lenimento dell’amor proprio offeso, oltraggiato. Come Lui, però, come Lucifero, al quale mi sono paragonato, resto squalificato dall’assenza di una facoltà importante (ne ho appena accennato), un’assenza micidiale, che ha reso possibile la peccaminosa essenza di quel che sono.

Le chiedevo poco fa se conoscesse il valore d’una vita senza amore. Ora le chiedo, con maggiore proprietà e precisione se conosce l’aridità di cuore, l’atonia dei sentimenti. Le chiedo: conosce l’indifferenza verso le cose e il senso stesso delle cose? Sa di quel che accade quando il turbine della vita attorno a te aggiunge clamore al clamore, agitazione all’agitazione, esplosioni di gioia e dolore, pianti funebri e grida di fanciulli e tutto questo senza produrre la benché minima emozione, senza trascinarti in alcuna indirizzo, per cui resti nello spazio privo di alto è basso in cui già sei, deprivato d’ampiezza e peso? No, lei non sa (o sì, invece?), non può sapere cosa significhi non vivere in terra e pur disperare nell’Aldilà (oppure non lo vuol sapere?)! Come non conosce la pena, il disgusto verso sé stessi, l’odio profondo per essere quello che si è, incapaci di concepirsi diversamente; e vedere la propria meschinità, la paura e il grigiore avanzare quotidianamente, quantunque si aspiri alla magnificenza e ci si culli con sogni di grandezza e alte imprese.

Sì, lo leggo sul suo viso, che ignora tutto questo. A partire dall’orribile che induce a simulare indifferenza rispetto tale limite, in modo da sentirsi autorizzati a non provare raccapriccio per il mostruoso che ci spinge innanzi. Avanti, in formazione di battaglia, pronti a volgere le spalle al nemico, verso l’ignoto della corruzione… e la vita che muta in un peso indefinibile, il peso degli istinti che nonostante tutto e contro tutto si ostinano a volerti qui, vivo, pronto a continuare, giorno dopo giorno, per affogare in quel distillato di assilli e idee fisse, in quella melma che tu stesso produci e di cui a un certo punto, è troppa, non puoi ignorare la presenza, ti soffoca, per cui vorresti allontanartene, ma non sai come. Una parte di te allora, quella che vuole continuare, pazienza, si dice, troverò qualcosa che mi tenga a galla (e la trova! La trova!); e l’altra grida, si dispera “basta! basta!” urla, facciamola finita! Ma è una parola, farla finita! Avresti potuto prima, prima di prendere atto di quel che sei diventato, un pezzo di legno, una pietra, l’indefinibile di un’essenza morta, senza speranza; a quel punto la strada è tracciata: l’abisso in cui sei precipitato, o sei stato collocato, è la tua strada, il tuo punto di vista, l’unico orizzonte di abitudine in cui puoi riconoscerti; a quel punto non ti resta che attaccarti a te stesso, a quell’acre con cui ti consideri, ai vizi di cui ti compiaci, all’avidità e all’ambizione: a tutto il complesso di ombre capace di distrarti dall’angoscia e dal disprezzo verso te stesso (e più il disprezzo aumenta, più ti abbrutisci tramite le indifferenze che possono aumentarlo); disprezzo per quell’estraneo che ti rappresenta, a cui ci si riferisce con il tuo nome (perché sei tu, proprio tu, orribile Yago, orribile proprio perché provi orrore per te stesso, eppure continui… continui! Incapace di smettere o di perdonarti per essere entrato in quell’orrore); disprezzo e ira per quell’intrigante contro cui imperversi con ogni genere di dispetto…

(pausa)

Povero Yago, in quale profondo pozzo di solitudine è precipitato…

(pausa)

Ho pena per me stesso e nello stesso tempo disistima, spregio, disdegno… ODIO!

(pausa)

Di mancanza d’amore sono vissuto, di mancanza d’amore perisco.

(pausa)

Adesso che sono stato scoperto, nella flagranza dei miei complotti e sono qui legato, in catene, davanti a te Mio Nemico, posso dismettere le arie di grand’uomo, l’arroganza delle mie prime parole; posso inginocchiarmi, e pregare, posso piangere, posso gridare, posso ammettere di essere stato nessuno, o comunque ben poca cosa, non certo colui che sa governare le situazioni e sa come governarsi nelle situazioni. Posso, ma non lo farò. Perché sarebbe un recitare anche questo, un restare in quello che mi ha portato alla rovina. Non cercherò di manovrarti, dunque, Inquisitore, mi sta troppo a cuore questa mia ultima vanagloriosa ricerca: non posso più nascondermi, ma posso ben vantarmi. Non sensazione, né trionfi per me, ora, ma la brutale, elementare emozione che conducendo alla verità, produce verità. La verità: ero un buon ufficiale, i miei meriti evidenti, le prospettive ottime; l’uomo però era vicino allo zero. Non un fremito, né un istante di tenerezza allietava le mie ore. Nel pieno vigore degli anni, una angosciante stanchezza opprimeva i miei giorni. La nave si teneva a galla, affogavo ugualmente nella malinconia. Unici bagliori in quel crepuscolo di insignificanza, l’improvviso di certe maligne risate che mi sorgevano dentro quando vedevo i miei simili affannarsi per tutto quello che a me dava noia. Vedevo come si sporgevano sull’orlo dell’abisso, incurante dei pericoli, sembrando loro di far chissà che cosa, e andando superbi dell’effimero in cui pregiavano crogiolarsi. Ridevo e come se ridevo! Pazzi, mi dicevo, ciechi incapaci di accorgersi che credendo scambiarsi miele, si scambiano veleno. Incapaci di accorgersi del pericolo. Un passo falso, una parola di troppo, la buona volontà d’un qualunque vicino, ed era la fine.

La vita era un gioco troppo crudele per giocarlo con leggerezza. Decisi che non volevo, non potevo abbandonarmi anch’io alla spensieratezza. Decisi che mi piaceva ridere, che sarei stato l’uomo che rideva, orbo in un mondo di ciechi. Decisi che avrei giocato il gioco crudele a cui tutti giocavano, quello di affossare chiunque capitasse a tiro, impaniato nella indefettibile necessità della difesa; e di farlo con sufficiente abilità e raffinatezza da differenziarmi dagli altri, apparentato con tutti solo dalla corruzione. Abbassando gli altri alla mia altezza, unificando il mondo al miserabile del livello in cui mi ero collocato, mi sarei sentito meno basso, meno ignobile; li avrei dunque dannati, per salvare ed elevare me stesso. Tutto il contrario di Cassio, l’eterno Cassio d’ogni scelta umana, quello che realizza, senza affaticarsi e senza chiederlo, a suo proprio beneficio le altrui ambizioni, che occupa il posto a cui aspiravi, un damerino, un esempio da esibire, una nullità scelta dal destino per propinarti un sonoro schiaffo in faccia… Cassio, ammirato da tutti, bello, nobile, leale, fedele, generoso, amato e considerato, un essere in tutti i modi gratificato dalla fortuna… poteva un simile essere non farmi ombra, non stimolare il mio tenebroso desiderio di vendetta? a lui tutto e a me il ruolo del testimone? Il prode Cassio, che aveva una buona parola per chiunque e a chiunque era amico? Gran Cavaliere questo Cassio. Incarnava il me stesso che avrei voluto essere e che non potevo più neppure immaginare d’essere, un rimprovero vivente, l’incarnazione delle possibilità mie sperperate e costantemente gettate in faccia… se ho odiato Cassio! Quanto me stesso l’ho odiato, giuro; e più di me stesso ho desiderato distruggerlo! Dietro un apparente velo di disprezzo, lo ammiravo. Volevo essere lui e non potevo essere che Yago, questa piccolezza oscura e informe, quest’uomo pieno di fumo che si dibatteva nelle spire del male urlando improperi che erano soltanto disperate richieste di soccorso. E pure, con tutto questo, non erano le sue doti a rendermelo degno di considerazione. Non per l’intelligenza e il coraggio e l’audacia e il suo saper piacere alle donne. Ci vuol poco a essere buoni quando la fortuna è dalla tua, non ti fa mancare un colpo; ci vuol poco a essere amabili quando le lodi sono tutte tue. Quel che mi rodeva è il di più, il soverchio di cui usufruiva; e il modo tutto suo, onesto, in cui ne traeva profitto. Cassio godeva dell’affetto della più soave, più ineffabile fanciulla si possa immaginare; una giovane donna di quelle appunto che sanno restare nella propria innocenza a lungo, spesso sempre, e che con cuore puro e puro intendimento sanno amare. Cassio, di lei, innamorato; e lei, di Cassio, amante, amata. Cassio conobbe quell’amore e ne fu illuminato. Lui tutta luce, ebbe altra luce con cui gloriarsi. Fu come se un soffio divino entrasse in Cassio, il medesimo soffio che diede il via al Mondo, e volle la sequenza delle infinite dipartite e degli infiniti ritorni. Ma non a caso ricevette quella grazia. Egli amava. Non si limitava a chiedere e a riceve amore. Lo dava. Illuminava con il suo sguardo ogni essere che l’avvicinasse. Persino il legno della nave pareva riverberare quel che provava. Ed era tanto, tanto… grand’uomo questo Cassio. Io perciò l’ho voluto rovinare. Per la tentazione irresistibile di vederlo soffrire, vederlo dannarsi, scuotere i pugni contro il cielo e inondarlo di bestemmie… perciò l’ho colpito, lui e il suo capo, quel vano, furibondo ammiraglio pieno di complessi, che non meritava certo stare sopra di me, né sopra nessuno… con un carattere così non si comanda, si obbedisce a malapena… e, sì, troppo in alto erano ambedue… uno nell’empireo degli innamorati, l’altro nella solennità di un alto ufficio… bisognava che li abbassassi entrambi, li riconducessi al livello mio…

(pausa lunga)

A pensarci bene qualcosa di buono in me la trovo… sono un livellatore in fondo. Quel che faccio corrisponde a un principio di equità, tutti uguali, tutti alla medesima altezza… lo stesso del suo, Mio Inquisitore, quando fa tagliare la testa a questo e all’altro mani e piedi: abbassa tutti, un palmo o due di meno per dare il senso dell’equità al mondo…

Ma no, scherzo, compenso la malignità dei pensieri con il macabro dell’umorismo… mi calunnio da solo, in fondo, attribuendomi motivazioni meschine, estranei alla grandezza che ho voluto fosse mia, il male per il male. La verità è che non è stata l’invidia del successo altrui a muovermi. Né la volontà di non lasciarmi sottrarre un posto che consideravo già mio. La verità è che io ho cercato di cancellare Cassio e con lui Otello e Desdemona, per cancellare l’offesa di una capacità d’essere nella vita più nobile e completa di quel che manifestavo quotidianamente. Più vedevo il fuoco ardere dentro i miei antagonisti e più freddo sentivo dentro di me, più ancora marcivo. Non l’ufficiale detestavo, ma l’uomo, l’amante… detestavo Cassio in quanto destinatario della tenerezza di Desdemona, e detestavo Desdemona perché la dava a lui e non a me, perché mi rammentava quanto fossi torvo, poco magnanimo e sublime. Questo è il punto vero, la vera colpa di Yago, l’essenziale delle sue motivazioni. Ma non solo per quest’ultimo delitto. In tutti gli altri, di cui stranamente non mi si accusa, in cui ho armato la mano del fratello contro il fratello, incitando alla rissa, allo scontro, alla ferocia; l’ispirazione era sempre la stessa: denudare le persone nella loro miseria per nascondere la mia personale miseria. Cassio o chi per lui poteva o non poteva farmi ombra, ma l’insopportabile era dato dalla felicità che godeva, da quella certa morbidezza nell’elaborare le frasi che corrispondeva alla morbidezza interiore, da quell’amabilità che l’amante amato lascia traspirare in ogni suo atto.

Ah, l’amore! Ma chi l’ha mai provato?

Io, Signor Torturatore, non l’ho mai conosciuto. Non ho avuto né padre, né madre, non sorelle o fratelli che mi amassero; mai nessuno su cui esercitare questa straordinaria facoltà che si dice immanente all’essere umano. Il piacere fisico, sì, qualche volta, tiepido anch’esso, qualche donna me l’ha concesso… la voluttà più ampia di combinare una bella lite, di argomentare una calunnia ben preparata… una reputazione fatta a pezzi, queste delizie non me le sono fatto mancare… ma per il resto? Poco, troppo poco… non basta alla pienezza d’una vita la sola soddisfazione di eccellere nel male…

(alza la voce)

Il male! Il Male! Sa cos’è lei il Male? Io lo coltivo in me, perciò lo conosco. E lui sospinge me, per questo l’apprezzo. Lui, lui solo motiva il mio mero esistere. Io lo amo il male. E dico di amarlo perché l’amore per il male si chiama odio, e io questo so, lo so bene, so odiare… ODIARE!

(sussurrando)

Un amore strano, senza luce, senza speranza… un amore con un’unica prospettiva: lei, Signor Inquisitore. La mia prospettiva. Il punto di approdo necessario alle mie scelte. Lei può risolvere i miei problemi, dare un taglio alle ambasce. Lei, che ha il potere sanzionato per legge di entrare nella mia vita e darle la svolta indispensabile. Non a caso le ho chiesto di porre attenzione, sostenendo che poteva identificarsi in me. Perché anche lei non ama. O meglio, come me e più di me il suo amore è l’odio. Il suo mestiere d’odio lo ha condotto all’odio, fuori da ogni dimensione umana. Assiso su quel trono, non conosce altro che il dovere di estorcere confessioni, e l’infliggere pene e sconforti. Uguale a me non conosce il significato della parola misericordia, perché quella parola è imparentata all’amore. Come me non esiterà, lo credo, a sanzionare la chiusura di questo capitolo, ad opporre il sigillo della parola fine a questa mia storia. So che pochi escono incolumi dalle sue mani. Non voglio essere tra quelli. Lei stesso non lo sopporterebbe. E che? una sua copia, lasciata libera di aggirarsi per le plaghe desolate del mondo, legittimato da questa libertà a riaffermare una parentela spirituale particolarmente imbarazzante? Senza contare poi la mia stessa ammissione di colpa, colpa piena, senza attenuanti né esimenti… perciò, unico fra tutte le sue vittime, non mi appellerò alla sua indulgenza, non cercherò di blandirla, e tanto meno mi inginocchierò per pregarla. Sono stanco, glielo confesso. Troppo faticoso è il cammino, il male alla lunga richiede sforzi e indurimenti che nauseano, esauriscono… mi dia quel che merito… quel che esige la mia infamità… lasci stare i problemi legali, l’oggettività del giudizio, le procedure, il fatto materiale. Faccia contro di me quel che la viltà, la morbosa attenzione per l’inutile e il vano mi hanno impedito fin’ora di commettere. Ottemperi alla necessità fondata dalla disperazione nel divenire. Mi uccida. Prove contro di me non ce ne sono. In casi come questi le prove non vengono mai trovate. Ci sono le dicerie, le esagerazioni, le calunnie… contro di me come io contro tutti… ma c’è una confessione! Voglia dunque, anche solo per solidarietà tra disgraziati, sanzionare la mia fine, per sanzionare la fine della mia cattiva volontà (le sia d’auspicio). Basta con Yago, dunque, facciamola finita.

E sia pace all’anima sua, lei ancor vivo, ancora in tempo per gettare le corazze alle ortiche, dato che a me pace non può più esser data.

18 febbraio 2021 / miglieruolo

Io sono sempre IO

racconto di Mauro Antonio Miglieruolo

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17 febbraio 2021 / miglieruolo

Signora Morte 2021

di Mauro Antonio Miglieruolo

*****

L’altra notte… quale? Una altra qualsiasi…

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13 gennaio 2021 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 11

A cura di Mauro Antonio Miglieruolo

***

L’arte trova perfezione all’interno e non all’esterno di se stessa. Non deve essere giudicata tramite alcuno standard esterno di verosimiglianza. È un velo anziché uno specchio. Ha fiori che nemmeno la foresta conosce, uccelli che nessun bosco possiede. Fa e disfa molti mondi e può far scendere la luna dal paradiso con un filo scarlatto. Le sue sono forme più reali degli uomini viventi e suoi sono i grandi archetipi di cui le cose che esistono non sono altro che copie incomplete. Ai suoi occhi la natura non ha alcuna legge e alcuna uniformità.

(OW)

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6 gennaio 2021 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 10

A cura di Mauro Antonio Miglieruolo

***

La vita è una cosa troppo importante per poterne parlare seriamente.

(OW)

Non è importante come se ne parla. Importante è come la si vive.

***

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6 gennaio 2021 / miglieruolo

di Quanto in Quanto

Se pensiamo
che il sempre è senza date
e che la libertà non ha misure
il mai scomparirà

e noi
minuscoli ed immensi
immersi nel respiro universale
dal nucleo alle galassie
siamo frattali in espansione, ma
ingannati dai limiti apparenti
ci riteniamo solidi
e non sappiamo leggerci attraverso

dal blog di Cristina Bove

https://cristinabove.net/2021/01/06/di-quanto-in-quanto/
30 dicembre 2020 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 9

A cura di Mauro Antonio Miglieruolo

***

La maggior parte delle donne e degli uomini è costretta a recitare parti per le quali non ha alcuna qualifica.

(OW)

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23 dicembre 2020 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 8

A cura di Mauro Antonio Miglieruolo

***

Gli uomini vogliono essere sempre il primo amore delle donne. Questa è la loro rozza vanità. Le donne hanno un istinto più sottile per le cose: quello che vogliono è essere l’ultima storia d’amore di un uomo.

(OW)

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23 dicembre 2020 / miglieruolo

PIETÀ L’È MORTA – racconto di Natale

Di Mauro Antonio Miglieruolo (Mastrangelo)

Avevo appuntamento con Signora Morte, la spietata che alla 4 o alle 5 del mattino viene a trovarci, a meno che non sia tu ad anticiparla e, svegliandoti, provvedere a neutralizzarla con una qualsiasi occupazione. Signora Morte è un tipo strano. Agisce a caso, pianifica, estrae a sorte, usa e abusa, ma di fronte alla volontà di continuare se la fa sotto. Gli occorre molta fatica per ottemperare.

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16 dicembre 2020 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 7

A cura di Mauro Antonio Miglieruolo

***

È assurdo dividere la gente in buoni e cattivi. Le persone o sono affascinanti o sono noiose.

(OW)

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9 dicembre 2020 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 6

A cura di Mauro Antonio Miglieruolo

***

https://miglieruolo.files.wordpress.com/2013/10/12ott-oscar-wild-alfred-douglas.jpg

Oscar Wilde e Alfred Douglas

***

Ci sono due modi per non apprezzare la poesia, l’uno è disprezzarla, l’altro leggere Pope.

(OW)

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2 dicembre 2020 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 5

A cura di Mauro Antonio Miglieruolo

***

Ed ecco inevitabilmente un lungo capitolo (il soggetto merita) sulle donne. Sulle quali Oscar Wilde ha molto da dire. Credo che tutti noi, tutte le persone di questa vasta congerie di diversità che affolla la Terra, avendo a cuore il tema, si abbia un proprio da dire. Chi più, che meno, che male e chi bene, ha avuto a che fare con donne; confido però che nessuno che intenda scampare al compito di capire impeciandosi nel solito sciocchezzaio di luoghi comuni e di frasi intelligenti atti a mascherare i luoghi comuni.

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2 dicembre 2020 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 4

 

Aforismi di Oscar Wilde – 4
A cura di Mauro Antonio Miglieruolo
Dopo un capitolo in cui sono stati sollevati dubbi sulle parole di Wilde, uno dedicato interamente, non per consentire, né per criticare, al tema “uomini”.

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27 novembre 2020 / miglieruolo

Salutiamoci

Lunanuvola's Blog

E’ stata una lunga corsa. E’ durata più di dieci anni e ha prodotto 3.086 articoli. Adesso ho deciso, per molti motivi, di tirare il fiato.

Il blog resta qui e certamente, di quando in quando, pubblicherò qualcosa ma di sicuro non con la stessa puntualità e frequenza; forse più avanti userò anche altri sistemi per far circolare notizie, informazioni e miei pareri: vi terrò aggiornati.

Per il momento, miei amati mille-e-quindici followers e cari passanti e amici, salutiamoci. Con immensa gratitudine, Maria G. Di Rienzo

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27 novembre 2020 / miglieruolo

La recensione di Nicoletta Crocella

Lunanuvola's Blog

Il nuovo romanzo di Maria G. Di Rienzo è ora disponibile online.

MERGELLINA E LE MADRI

(di Maria G. Di Rienzo)

Mergellina,

Mergellina…

Dentro questa barca fammi sognare

Rema per me

Non mi svegliare

(Serenata a Mergellina – Mario Abbate)

Letto, riletto e poi riletto ancora con piacere e coinvolgimento. I romanzi di Maria G. Di Rienzo sono sempre preziosi per la sua capacità di creare mondi possibili in cui le conseguenze dell’oggi sono la premessa per altre storie, altri timori, altre possibilità.

Il romanzo è ambientato in un tempo futuro dopo il disastro, quando oramai l’acqua la fa da padrona tra paludi e atolli dove la gente si organizza e sopravvive, con strutture simili o grandemente diverse.

Ma qualunque organizzazione, qualunque stuttura sociale riesce sempre ad avere i suoi emarginati i suoi disadattati, quelli che emigrano sperando di trovare altrove un senso diverso alla propria vita, quelli che non…

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27 novembre 2020 / miglieruolo

Spudoratamente…

Lunanuvola's Blog

Dunque: l’avete visto il nuovo link a destra, sì? “Mergellina e le Madri” è disponibile online.

Se la mia fiction non vi interessa vi amo lo stesso, ma se l’amore è reciproco potreste fare un po’ di pubblicità al nuovo romanzo? Le mie lettrici cavia mi hanno dato valutazioni che vanno da “bello e coinvolgente” a “bellissimo”. Magari può piacere anche a qualcuna delle vostre conoscenze.

Grazie in anticipo, pards. MG DR

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27 novembre 2020 / miglieruolo

Tutorial: break free!

Per fortuna nostra la Signora Di Rienzo non si stanca, anno dopo anno, di ripetere le stesse cose contro gli stessi stupidi ipocriti misogini; altrimenti resteremmo in balia degli istigatori alla violenza, ai denigratori e odiatori che imperversano in ogni angolo del web e della città. Grazie Signora Di Rienzo.

Lunanuvola's Blog

Ora che la Rai (servizio pubblico), nel mezzo di ipocrite e superficiali manfrine sulla violenza contro le donne, vi ha fornito il tutorial su come si fa la spesa sembrando una perfetta cretina (eseguito da professionista di balletti attorno a un palo e presentato da professionista che asserisce di rappresentare la “categoria donna” e ci assicura di combattere ogni giorno per ciò in cui crede, ma purtroppo non ci dice in cosa le sue credenze consistano), mi sento perfettamente legittimata a produrre tutorial anche io.

Oggi, perciò, la vecchia cessa femminista vi spiegherà professionalmente – come attivista antiviolenza e trainer alla nonviolenza – quali concetti avreste dovuto trovare in articoli e servizi relativi al 25 novembre, Giorno internazionale contro la violenza di genere. Questi:

——————————

Si definisce violenza di genere la violenza diretta contro una persona sulla base del suo genere o sesso.

Il termine “sesso” si riferisce alle differenze…

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18 novembre 2020 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 3

A cura di Mauro Antonio Miglieruolo

*

Oscar Wilde

Oscar Wilde


Siamo arrivati al terzo capitolo, spero di trovare le parole adatte per non diminuire il valore di ciò che commento. La buona volontà c’è, ignoro se anche la capacità di misurarsi con un così brillante rappresentante del primo Novecento.
Inizio contraddicendolo.

Nessun grande artista vede mai le cose come realmente sono. Se lo facesse, smetterebbe di essere un artista.
(OW)

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12 novembre 2020 / miglieruolo

Aforismi di Oscar Wilde – 2

A cura di Mauro Antonio Miglieruolo

Secondo capitolo degli aforismi di Oscar Wilde. Speriamo vi piacciano, il che mi porrebbe nella condizione di esaudire il desiderio di pubblicarne molti. A decidere sarà il bilancio tra i mugugni dei buoni lettori  e le eventuali approvazioni.

Iniziamo da uno dei suoi più divertenti. Allusivo, ma per nulla elusivo:

Tutte le donne diventano come le loro madri. Questa è la loro tragedia. Un uomo no. E questa è la sua tragedia.

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14 ottobre 2020 / miglieruolo

….s’autunnano

Controvento

70838

 

Arato in orfanità l’istante scende
tra rumori d’interro, sul campo in preghiera
s’autunnano d’ombra le squille.

 

César Vallejo, Perù 16 3 1892 – Francia 15 4 1938

versi dalla poesia “Sotto i pioppi”

traduzione di Piera Mattei

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23 settembre 2020 / miglieruolo

Ascoltare voci: psichiatria, fantascienza e mondo “reale” in…

dal blog di Daniele Barbieri

… un “copione” di db cioè Daniele Barbieri (*)

Attenzione: prima di leggere accertatevi che dietro la vostra spalla non ci siano spie della Siae.

PRIMA VOCE

Ecco le istruzioni per il nuovo ALIENOMETRO. A-LI-E-NO-ME-TRO.

Elegante, di poco ingombro, un moderno apparecchio che può venire collocato ovunque. O-vun-que.

Da tempo l’alienometro è usato negli uffici e nei locali pubblici. Sopra l’interruttore notate una scala graduata da zero a dieci. Il numero su cui si arresta la lancetta corrisponde al vostro indice mentale. Il numero zero corrisponde al perfetto equilibrio. Ogni valore sopra lo zero deve essere considerato come deviazione dalla normalità. Tuttavia, da zero a tre non c’è alcun pericolo.

Da quattro a sette, invece, significa che le persone devono ricorrere alla loro terapia preferita.

Una persona il cui indice superi il sette è da considerarsi potenzialmente pericolosa. Per LEGGE è obbligata a denunciare il proprio numero e riportarlo al più presto SOTTO il sette. Se la terapia non funzionasse questa persona deve ricorrere all’Alterazione chirurgica o può sottoporsi alla terapia dell’ACCADEMIA.

Se l’indice arriva a dieci le terapie correnti sono inutili, la persona deve immediatamente subire un’operazione chirurgica o entrare nell’Accademia.

SECONDA VOCE

Bill Firman, il protagonista, è nervoso. Sua moglie se n’è andata. Ha detto che NON tornerà. Bill aspetta una lettera, un posta-celere importante. Dalla moglie che… gli spieghi. È moooooooolto nervoso. Perciò, decide di consultare il suo alienometro personale. Aspetta di farlo che il suo robot-servitore abbia finito di spazzare e lavare. Anche se è soltanto una macchina, a lui non piace che il robot lo guardi, specie quando consulta l’alienometro. Ecco. Lo consulta.

La lancetta si arresta a OTTO VIRGOLA DUE. Un decimo più di ieri. Bill ferma la macchina, si accende una sigaretta. Poi riprende in mano la posta. C’erano 5 lettere, magari ha visto male, una è della moglie. Le riguarda con calma. Due pubblicità, due fatture da pagare e un cartoncino rigido. Strappa la busta, legge. “Gentile signor Firman, la vostra domanda di ammissione è stata accolta, saremo lieti di ospitarvi in ogni momento. Con i migliori saluti la direzione dell’Accademia”.

PRIMA VOCE

Bill non ricorda di avere mai scritto all’Accademia. Forse è stata un’idea della moglie? Quel messaggio lo innervosisce ancora di più. Si accende un’altra sigaretta con il mozzicone della precedente. “Undici dita”, così lo chiamava sua moglie ridendo, tanto tempo fa, quando erano innamorati, perché lui aveva sempre un dito acceso, la sigaretta, fra le altre dieci. Il pensarci lo rattrista e lo innervosisce, fa per accendere un’altra sigaretta ma si accorge che sta già fumando, le butta tutt’e due a terra. Il robot domestico se ne accorge e si mette a pulire. “Peggio di una madre isterica” pensa Bill e si innervosisce ancora di più. Si accende un’altra sigaretta.

SECONDA VOCE

“Ma cos’è questa Accademia?” pensa Bill. Ne ha sempre sentito parlare, tuuuutti ne sentono parlare. Ma come funziona? Perché nessuno spiega i loro metodi, e poi lui non conosce nessuno che sia stato all’Accademia e poi sia tornato guarito. Pensando “questo qua sa sempre tutto”, Bill si gira verso il robot e gli chiede: “Cos’è l’Accademia?”.

VOCE METALLICA

“Un grosso edificio grigio, nella zona sudovest. Ci si può arrivare anche con la metropolitana.”

SECONDA VOCE

“Questo lo so” gli risponde Bill, ancora più innervosito. “Voglio sapere che terapie usano, i loro metodi”.

VOCE METALLICA

Non lo so.

SECONDA VOCE

“Le loro cure sono efficaci?” chiede Bill.

VOCE METALLICA

“Al cento per cento.”

SECONDA VOCE

Bill ci pensa un po’, accende una sigaretta, la spenge. Poi chiede di nuovo al robot: “Hai mai incontrato o sentito parlare di qualcuno che sia entrato all’Accademia e poi sia uscito?”.

VOCE METALLICA

Non si è mai saputo che qualcuno sia uscito.

SECONDA VOCE

“E perché?” gli chiede Bill.

VOCE METALLICA

“Non lo so signore.”

SECONDA VOCE

Bill pensa fra sé che è strano, molto strano. Tanta gente entra all’Accademia, lui ne conosce decine. D’altronde, che dovrebbe fare uno che sta male? Quelle che chiamano “alterazioni chirurgiche” oppure “operazioni” sono lobotomie, lo-bo-to-mie, ti tolgono via un pezzo del cervello, sei ridotto a uno scemo totale. Qualunque cosa sia l’Accademia, meglio di una lobotomia. Bill ripensa a un film che aveva visto anni prima con il nonno.

PRIMA VOCE

Il nonno di Bill gli aveva detto: “Non dire a nessuno che ti ho portato a vedere questo film, me lo giuri?”. Il piccolo Bill aveva chiesto: “Perché nonno non devo dirlo? è un film osceno, è vietato ai minori?”

SECONDA VOCE

“Non è osceno secondo me, però… sì, in un certo senso è vietato, il governo non vuole che la gente lo veda.”

PRIMA VOCE

“È un film nuovo?”

SECONDA VOCE

“No” aveva risposto il nonno. “Anzi, è quasi di 100 anni fa”.

PRIMA VOCE

Bill se lo ricordava ancora il titolo: “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e aveva bene in testa come finiva il film. Il resto no, non si rammentava quasi nulla. Però gli tornò in mente che quando lo aveva raccontato ai suoi genitori si erano rabbuiati e aveva l’impressione che poi avessero litigato con il nonno.

SECONDA VOCE

Bill pensa che è ora di andare in ufficio, anzi è un po’ tardi. Fa una carezza al cane e gli dice: “Ciao Spid, non sotterrare ossi oggi”.

VOCE METALLICA

Spid non sotterra ossi

SECONDA VOCE

“Che stronzo” pensa Bill, “perché i robot non si fanno mai i cazzi loro?” Il mio era un modo di dire, pensa Bill: lo so che Spid non sotterra ossi. Quando ero piccolo i cani sotterravano ossi, ora non lo fanno più. Forse i cani moderni pensano di avere l’osso assicurato, che nessuno glielo ruberà. I cani sono più sicuri oggi, come siamo più sicuri noi umani. O forse i cani fingono di essere sicuri perché…. anche loro hanno paura di finire all’Accademia. Questo pensiero lo fece ridere fra sé ma ebbe l’impressione che il robot lo guardasse storto, così smise. E poi gli era tornata in mente quella maledetta Accademia.

PRIMA VOCE

Bill esce. Per strada si accorge che è in ritardo di quasi 20 minuti. Corre e riesce ad arrivare in ufficio con solo 9 minuti di ritardo. Ma quando varca l’ingresso una voce gli urla…

VOCE METALLICA (AD ALTO VOLUME)

“Signore! Il vostro indice è a OTTO VIRGOLA QUATTRO, ha oltrepassato il limite di sicurezza. Provvedete immediatamente a sottoporvi a una terapia”.

PRIMA VOCE

Tutti quelli che stanno entrando o uscendo si girano a guardare lui e l’alienometro. Poco distante Bill vede due poliziotti del NUCLEO MENTALE che lo osservano. Entra di fretta. Fa per accendersi una sigaretta ma si ricorda che lì è vietato fumare. Butta la sigaretta in terra. Poi torna indietro a raccattarla, probabilmente è vietato buttare le cose per terra e poi potrebbe essere considerato troppo nervoso… “Ma che stronzo quell’alienometro” pensa.

SECONDA VOCE

Mentre sale in ufficio, Bill pensa che sta sbagliando tutto. Non è colpa delle macchine. Che poi le costruiamo noi, giusto? I robot e gli alienometri non sono stronzi, fanno il loro dovere, proteggono la collettività. Come l’Accademia… Ma pensare all’Accademia gli fa tornare il malumore.

PRIMA VOCE

Arrivato in ufficio, Bill lavora per un’oretta. Quando gli sembra che nessuno lo osservi fa il numero del SIF, il Servizio Informazioni Terapeutiche.

VOCE FORMALE DI TELEFONISTA

Desidera signore?

PRIMA VOCE

Vorrei qualche informazione sull’Accademia dice Bill. Ma comincia a pensare di aver fatto una sciocchezza…

TELEFONISTA

L’Accademia è un grosso edificio grigio che si trova nella zona…

PRIMA VOCE (interrompendo, incazzato)

Questo lo so. Vorrei sapere che terapie usano.

TELEFONISTA

Non siamo autorizzati a dare questa informazione.

PRIMA VOCE

No? E perché? Credevo che tutti i dati sulla salute pubblica fossero… pubblici.

TELEFONISTA

Da un punto di vista tecnico è così ma l’Accademia non è mai stato un servizio a pagamento.

PRIMA VOCE

A maggior ragione, se è finanziata dallo Stato, dai contribuenti si dovrebbe sapere tutto… Gli istituti pubblici sono aperti all’indagine pubblica, o no?

TELEFONISTA

Di regola è così. Salvo nei casi in cui la conoscenza potrebbe essere dannosa per … qualche persona.

PRIMA VOCE

Ah, allora saperne di più dell’Accademia potrebbe danneggiarmi?

NUOVA VOCE

Mi scusi signore, è caduta la linea. Potrebbe darmi il suo nome e il suo numero? La faremo richiamare appena possibile.

PRIMA VOCE

Bill riattacca. Trema. Accende una sigaretta e pensa: “Ho fatto un altro errore”. Si chiede se lo possono rintracciare.

SECONDA VOCE

Eccoci qua. Dal lontano o forse vicino mondo di Bill siamo tornati al presente, a uno dei possibili presenti che abitiamo, come quello di Bill è FORSE uno dei tanti domani che potremmo abitare noi o i nostri figli o nipoti, chissà.

PRIMA VOCE

Quella che avete ascoltato è una rielaborazione della prima parte di un racconto, “L’accademia”, scritto da Robert Sheckley negli anni ’50 del secolo scorso quando la lobotomia era praticata su milioni di persone.

SECONDA VOCE

Visto che la curiosità è tanto femmina quanto… maschia, credo che tutte e tutti vorrebbero sapere come va a finire questo racconto.

PRIMA VOCE

Ma non poooooosso dirvelo e se poi Mondadori-Urania mi chiede i diritti?

SECONDA VOCE

Dai, dicci come va a finire. Nessuno lo andrà a dire alla Mondadori o alla Siae…

PRIMA VOCE

Vabbé… Però è un peccato dirvelo in poche parole e poi il racconto è volutamente ambiguo.

PROTESTE E URLA

PRIMA VOCE

Oh, calma. Mi sa che l’indice di qualche persona ha superato il sette. … Ahhhhhh, qui non ci sono alienometri? e neanche la Siae? Vabbé, allora vi dico il finale.

SECONDA VOCE

Alla buonora.

PRIMA VOCE

Succede questo. Bill si innervosisce sempre di più. Il capoufficio gli dice che è meglio se va a casa a riposarsi. Ma lui capisce che in pratica è licenziato e sarà ripreso SOLTANTO se si cura. Bill inizia a vagare. Ogni tanto, dove ci sono edifici pubblici, qualche alienometro segnala che il suo livello è salito A OTTO E CINQUE. … In un locale pubblico un robot-cameriere si rifiuta di dargli un secondo bicchiere di birra. Bill si siede in una panchina ma un alienometro, nascosto chissà dove, gli dice che deve curarsi perché il suo indice è a arrivato fino a OTTO E SETTE. Un tizio gli si avvicina. “Vada via” urla: “Non vogliamo matti qua”.

SECONDA VOCE

Bill torna a casa, correndo. Fuma una sigaretta dopo l’altra. Trema. Pensa che si chiuderà in casa finché non starà meglio. Ordina al suo robot di andare a comprare provviste per due settimane, così non dovrà uscire a fare la spesa… perché in tutti i supermercati ci sono alienometri. Ma il robot d’improvviso si irrigidisce e dice: “Signore, non posso più obbedirle. Il suo indice ha superato il NOVE”. E se ne va.

PRIMA VOCE

Bill pensa che il robot ha un suo alienometro incorporato e che lui non lo sapeva. “Maledetti spioni”. Comincia ad avere veramente paura. Bussano alla porta. È la POLIZIA MENTALE. Lo trascinano all’Accademia. Lo visitano. I medici gli dicono che la società deve difendersi dagli individui pericolosi.

SECONDA VOCE

Ma sono davvero medici? Non è chiaro

PRIMA VOCE

Uno dei medici fa un’iniezione a Bill, un po’ a tradimento. Bill si risveglia in una grande pianura. È l’alba. Guarda l’erba e gli sembra che sia sintetica, artificiale. Con stupore vede lì accanto sua moglie, la sua ex moglie. Un po’ più in là c’è anche il suo cane. Per un ATTIMO pensa di fuggire. Ma poi la moglie lo prende per un braccio. E queste sono le ultime parole del racconto.

“L’ATTIMO era fuggito per sempre ma Bill non lo seppe mai. Dimenticò i suoi propositi, dimenticò il mondo, dimenticò la verità e gocce di rugiada bagnarono le sue gambe”.

MUSICA: “IL MATTO” di De Andrè

PRIMA VOCE

Lo spunto iniziale di Scheckley è la tipica ossessione statunitense per “l’igiene” mentale e la conseguente diffidenza verso tutto ciò che si discosta da una presunta normalità. Oggi noi NON abbiamo gli alienometri fra noi ma negli ultimi anni il tentativo di psichiatrizzare TUTTO si è allargato dagli Usa al resto del mondo, trovando ostacoli ma anche vincendo battaglie importanti. Cosa succederà in futuro? La buona fantascienza non può fare profezie ma ci aiuta a muoverci nei sentieri del presente e dei possibili futuri prossimi. Come in quest’altra storia che andiamo a riassumervi: è un romanzo intero che si intitola, guarda un po’, “Follia per sette clan”. Lo ha scritto un tipo che forse avete sentito nominare, Philip Dick.

SECONDA VOCE

Dick ha disegnato un intero sistema sociale basato su diversi tipi di malattie mentali, in conflitto fra loro. Nel pianeta dove si svolge gran parte di questo “Follia per 7 clan” c’è forse un solo “Norm” – cioè un normale – in mezzo a sette differenti società di pazzi o forse presunti tali. Ci sono i “Mani” come maniaci e la loro capitale è “Grande Da Vinci”. I mani sono crudeli e appena sentono pronunciare la parola CULTURA estraggono le armi.

PRIMA VOCE

Poi ci sono i “Para” come paranoici, che abitano nella città di “Adolfville” e noi subito immaginiamo Adolf Hitler.

SECONDA VOCE

Gli “Schizo”, come schizofrenici.

PRIMA VOCE

Gli “Eb” – EBEFRENICI – insomma i troppo buoni e dunque ebeti che si ritrovano, ATTENTI questa è veramente perfida, a “Gandhitown”, la città di Gandhi.

SECONDA VOCE

Ancora ci sono i “Poli”. Polimorfi, quelli cioè affetti da molti disturbi, che mutano. E siamo a 5.

PRIMA VOCE

Anche loro hanno una città?

SECONDA VOCE

Sì, la loro città è Amleto-Amleto. Cattiva anche questa, eh?

PRIMA VOCE

Poi ci sono i “Dep”, i depressi. E siamo a 6.

SECONDA VOCE

Infine gli “Os-com” cioè gli ossessivi-compulsivi.

PRIMA VOCE

Come sempre accade in Dick anche in Follia per 7 clan ci sono molte scatole cinesi. Qui almeno tre paraventi nascondono altre verità. In ogni caso ci sono pagine interessanti da leggere per il discorso che cerchiamo di fare stasera.

SECONDA VOCE

Magari ve ne leggiamo un paio di pagine, se in sala non ci sono … spie della Siae.

PRIMA VOCE

Come mai su questo pianeta, ci sono 7 clan di… pazzi? E’ interessante capirlo.

SECONDA VOCE

Quelli che abitano il pianeta sono terrestri, cioè siamo noi. Ma l’autore, Philip Dick, immagina che i terrestri siano arrivati, con le astronavi, in quasi tutto l’universo. In uno di questi pianeti i terrestri hanno messo un enorme ospedale, diciamo un manicomio. Le parole precise del romanzo sono: “Un gigantesco centro di isolamento psichiatrico per gli immigrati terrestri il cui sistema NERVOSO non ha retto il peso della colonizzazione, dei viaggi spaziali e tutto il resto”.

PRIMA VOCE

E poi che succede?

SECONDA VOCE

Dick ci fa capire che c’è stata una guerra in mezzo universo, che quel pianeta è stato abbandonato a se stesso, senza “norm”, i cosiddetti normali… I terrestri non ne sanno quasi nulla da un sacco di tempo. Ma alcuni esploratori hanno detto che lì, su quel pianeta-manicomio abbandonato a se stesso, in 25 anni di isolamento, era sorta una civiltà di tipo imprecisato. … Ora però i terrestri hanno deciso di tornarci.

PRIMA VOCE

Ah, per curarli?

SECONDA VOCE

Apparentemente sì, gli scopi sono nobili. Ma… sai come vanno queste cose, no? LE GUERRE UMANITARIE che si fanno … per il petrolio, hai presente? Anche qui ci sono interessi inconfessabili.

PRIMA VOCE

Fammi capire meglio.

SECONDA VOCE

Per esempio qualcuno crede che in 25 anni una società di malati mentali può aver sviluppato per conto suo alcuni concetti tecnologici che noi POTREMMO USARE.

PRIMA VOCE

Nuove armi insomma.

SECONDA VOCE

Esattamente. Anzi uno dei protagonisti dice: “CONFIDIAMO soprattutto nei maniaci paranoici”. Insomma qualcuno pensa che quelle sono persone PERICOLOSE e dunque le loro idee potrebbero tornare UTILI.

PRIMA VOCE

Ma il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud, ci ha insegnato che qualcosa non può essere allo stesso tempo PERICOLOSA e anche UTILE.

SECONDA VOCE

E’ proprio quello che scrive Dick: “La psicoanalisi aveva dimostrato come generalmente se ci sono due ragioni CONTRASTANTI per il medesimo atto, il motivo non è né l’uno né l’altro ma un TERZO”.

PRIMA VOCE

Un altro motivo inconfessabile. O inconscio.

SECONDA VOCE

Proprio così. In realtà fra i terrestri qualcuno pensa che quel sistema di clan non sia niente male, che dividere la gente per malattie mentali sia una buona idea. Come nell’antica India. Per esempio i troppo buoni sono gli INTOCCABILI, i paria. Invece i maniaci dovrebbero formare la classe guerriera, una delle più alte; un po’ come i Samurai in Giappone.

PRIMA VOCE

E gli altri?

SECONDA VOCE

Beh… Dick è proprio perfido quando fa dire a un personaggio che i PARANOICI, o meglio i paranoici-schizofrenici, dovrebbero costituire la classe di governo: sono in grado di sviluppare un’ideologia politica EFFICIENTE perché nella loro visione non ci sono ostacoli o freni.

PRIMA VOCE

E i semplici schizofrenici?

SECONDA VOCE

Potrebbero fare i poeti. O forse i santi, i capi religiosi.

PRIMA VOCE

Che altro succede?

SECONDA VOCE

Guarda, veramente non te lo posso raccontare perché succede di tutto e poi non c’è un solo finale, ma due-tre-quattro, come le scatole cinesi. Nessuna verità.

PRIMA VOCE

Non c’è una verità finale. insomma solo LA PENULTIMA VERITA’ … così si intitola un altro romanzo di Philip Dick.

SECONDA VOCE

Già. Non so se c’entra ma… mi viene in mente quel tipo che si chiama Paul Watzlawick. Lo hai sentito nominare?

PRIMA VOCE

Sì, lo conosco. Ha scritto anche un libro ironico che si intitola: “ISTRUZIONI PER RENDERSI… INFELICI”.

SECONDA VOCE

Proprio lui. Beh, una sua frase mi è rimasta scolpita in testa: “l’illusione più pericolosa è credere che esista una sola realtà”.

PRIMA VOCE

“L’illusione più pericolosa è credere che esista una sola realtà”…Uhm, vuoi dire che nella follia ci sono… altre ragioni, saggezza?

SECONDA VOCE

Lo dicevano anche MONTAIGNE ed Erasmo da Rotterdam.

PRIMA VOCE

Già. Ma che altro dici su quel romanzo, sulle 7 pazzie?

SECONDA VOCE (FRANCESCA)

Mi viene da dire questo: la mania di classificare ogni minima deviazione è pericolosa. Forse hai sentito quello slogan un po’ ironico: “visto da vicino nessuno è normale”.

PRIMA VOCE

E visti da lontano tutti sembrano pericolosi… Ma continua.

SECONDA VOCE

A me preoccupa che oggi certe statistiche mostrano vertiginosi aumenti di vecchie o nuove forme del malessere psichico. Di continuo i mass-media rilanciano allarmi su “epidemie psichiatriche” ma, lungi dall’essere indagate e/o verificate, queste malattie, questi disturbi così strombazzati, servono a lanciare altri farmaci, cure, psicoterapie ma anche ad allargare il controllo sulla vita privata…

PRIMA VOCE

… e ad alimentare le paure. A pensare che chiunque faccia qualcosa di diverso da te…

SECONDA VOCE

… o faccia, dica qualcosa che tu semplicemente non conosci…

PRIMA VOCE

… sia pericoloso.

SECONDA VOCE

Istituti di ricerca che vengono sempre definiti autorevoli possono tranquillamente sostenere che in Occidente un bimbo su quattro si può classificare “malato di mente”. E giù con i farmaci. A curare l’iper-attività, cioè i bambini si agitano troppo. Ma scusa… che dovrebbero fare i bambini se non correre, urlare, saltare?

PRIMA VOCE

Ma siamo davvero così matti? E sono davvero autorevoli questi istituti?

SECONDA VOCE

Magari lo sono… o forse hanno molti inanziamenti: cioè lavorano per conto di quelle industrie che poi vengono a venderti nuovi farmaci e nuove cure.

PRIMA VOCE

Persino l’Oms, Organizzazione Mondiale della sanità, anni fa aveva annunciato per il 2005 mezzo miliardo di “picchiatelli”, di mattarulli in circolazione sul pianeta: per la P-R-E-C-I-S-I-O-N-E avevano calcolato che erano 413 milioni nelle società sviluppate e 122 milioni nei Paesi poveri.

SECONDA VOCE

Che precisione …. ma li calcolano con il pallottoliere? … Ed è andata così?

PRIMA VOCE

Non lo so, c’è qualcuna/qualcuno in sala che lo sa?

SECONDA VOCE

Io so che a capo degli Stati Uniti dal 2005 a oggi ci sono stati almeno un paio di tipi che sembrano usciti da Adolf-ville…

PRIMA VOCE

Polonia, Ungheria, Turchia… l’elenco è lungo

SECONDA VOCE

Mi sbaglio o Dick ha scritto altro sulla psichiatria?

PRIMA VOCE

Sì, molto. Aveva previsto l’arrivo degli “psichiatri portatili” ben prima dei programmi computerizzati che ora circolano. Ha scritto un libro bellissimo, ambientato su Marte, dove uno dei protagonisti è autistico. Ma soprattutto …. Hai visto Minority Report, quel film di Steven Spieberg?

SECONDA VOCE

Ah sì, con quel carciofo di Tom Cruise. Era tratto da un racconto di Philip Dick?

PRIMA VOCE

Nel film si capisce poco ma nel racconto di Philip Dick è chiarissimo: sulla base di una “pre-cognizione” e il parere di uno psichiatra, guarda un po’… scatta la pena di morte.

SECONDA VOCE

Sheckley e Dick, sempre uomini. E le donne?

PRIMA VOCE

Un sacco di donne scrivono fantascienza, lo sai? Mi viene in mente un romanzo di Marge Piercy, Sul filo del tempo dove c’è una frase che mi piace moltissimo. Era scritta anche su un muro del centro sociale di Milano Leoncavallo: «Per conquistare il futuro bisogna prima sognarlo».

SECONDA VOCE

….Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo.

PRIMA VOCE

Bisogna dunque sognare un’altra psichiatria – o forse una non-psichiatria, chissà? – che neghi l’esistenza di due universi, totalmente diversi, per i “folli” e per i “sani”. Perché siamo tutte e tutti un po’ matti e un po’ normali. Almeno io la penso così. Se lo riconosciamo è forse il modo migliore per aiutarci l’uno con l’altro. La ricorrente idea di un controllo sociale TOTALE, di una regola che valga per tutti, ha già prodotto secoli di orrori.

SECONDA VOCE

I più anziani ricorderanno forse un vecchio telefilm, un ESEMPLARE racconto di paranoia collettiva: siamo all’interno della celebre serie Ai confini della realtà. Ti dico le frasi finali: «I pensieri, le opinioni, i pregiudizi possono essere armi, armi che esistono solo nella mente degli uomini … I pregiudizi possono uccidere e il sospetto può distruggere, la ricerca di un capro espiatorio contamina, come l’Atomica, sia i figli già nati che i nascituri».

PRIMA VOCE

Io invece voglio citarti una frase…. non di fantascienza ma del “realismo magico” latino-americano, Manuel Scorza che nel romanzo La danza immobile ci illuminò così: «Lenin aveva torto… non è l’imperialismo la fase suprema del capitalismo, è la schizofrenia di massa».

SECONDA VOCE

Finiamo qui la NOSTRA chiacchierata.

PRIMA VOCE

Ma questi discorsi non finiscono mai. Abbiamo solo provato a mettere insieme un po’ di idee, a vedere se la fantasia ci aiuta a capire meglio la realtà…

SECONDA VOCE

…. qualche mese ho letto il romanzo di uno psichiatra, Enrico Baraldi.

PRIMA VOCE

Ah, come si intitola?

SECONDA VOCE

Te lo dico dopo… è un libro di speranza, invita ad aprire i cuori, ad ascoltare ANCHE le voci che sembrano più strane… E l’autore vi invita a diffidare di quelli che vogliono il farmaco totale, che risolve tutto.

PRIMA VOCE

Sono d’accordo. … Ma allora come si intitola questo romanzo?

SECONDA VOCE

…. Psicofarmaci agli PSICHIATRI.

In sordina MY FAVORITE THINGS di John Coltrane

(*) «Arrivano gli alienometri?» è un testo per due voci montato da Daniele Barbieri con testi rubati alla fantascienza, al cosiddetto “mondo reale”, al tranquillo calduccio di chi crede di essere sanissimo. Qualche volta è andato in scena e magari ancora lo andrà. Oggi la “bottega” ha deciso di pubblicarlo tutto … per una sorta di lettura collettiva: per ragionare (o magari s-ragionare) insieme – se vi va – di psichiatria, salute mentale, controllo, fatica del vivere nell’epoca delle “passioni tristi”. Il testo è dedicato alla memoria di Riccardo Mancini e di Assunta Signorelli.

23 settembre 2020 / miglieruolo

dialoghi

leggere riflettere scrivere

ripescata dal 22 settembre 2019


facciamo finta che si possa dialogare
senza interlocutore
io farò finta di capire il nulla
il suo rumore.


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21 settembre 2020 / miglieruolo

Viaggio al termine della notte – Louis-Ferdinand Céline * citazioni #9

Antonella Sacco

(titolo originale “Voyage au bout de la nuit”; pubblicato nel 1952, edizione che sto leggendo del 2011; traduzione di di Ernesto Ferrero)

Altre due brevi citazioni che non hanno bisogno di commenti.

Non si può spiegare nulla. Il mondo sa solo ucciderti come un dormiente quando si gira, il mondo, su di te, come un dormiente uccide le sue pulci. Ecco quel che sarebbe di sicuro un morire da stupidi, mi dissi io, come tutti cioè. Fidarsi degli uomini è già farsi uccidere un po’.

 

È con gli odori che finiscono gli esseri, i paesi e le cose. Tutte le avventure se ne vanno per il naso.

 

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20 settembre 2020 / miglieruolo

se ti dicessi

una delle tante superlative di una grande poetessa

leggere riflettere scrivere

se ti dicessi che assomiglio al mare
non ridere di ciò che non conosci
di correnti, onde, e respirare.
un salto in verticale dalle acque più profonde
e poi di nuovo inabissare affanni
le offese quotidiane.
a decomporle sul fondale
mi soccorrono il silenzio, il buio, il sale.



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8 luglio 2020 / miglieruolo

Contro la mia volontà

Lunanuvola's Blog

Il 30 giugno scorso è uscito il rapporto distintivo del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, “State of World Population 2020”: dà conto delle centinaia di migliaia di bambine e ragazze al mondo che sono sistematicamente danneggiate a livello fisico e psicologico con la piena consapevolezza e il pieno consenso delle loro famiglie e comunità.

Fatma Mamoud Salama Raslan

(illustrazione di Fatma Mahmoud Salama Raslan, contenuta nel rapporto)

“Contro la mia volontà – Sfidare le pratiche che feriscono donne e bambine e minano l’eguaglianza” identifica 19 “pratiche” – dall’appiattimento dei seni con i ferri da stiro ai test di verginità – che sono mere violazioni di diritti umani, ma si concentra in particolare su tre casi persistenti e diffusi nonostante la condanna nei loro confronti sia in pratica universale: le mutilazioni genitali femminili (mgf), i matrimoni di bambine e la preferenza per il figlio maschio.

Duecento milioni di donne viventi hanno subito mutilazioni…

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8 luglio 2020 / miglieruolo

Rieducational channel

Lunanuvola's Blog

Il giovane Marco Rossi, giocatore del Monregale calcio, ha avuto qualche difficoltà “stradale” il mese scorso e ha ritenuto di doverne dare pubblicamente conto con un video. La trascrizione della sua testimonianza è questa:

In poche parole c’è una negra di merda che pensa di avere dei diritti, e tra l’altro ‘sta negra è pure donna, quindi già “donna” e “diritti” non dovrebbero stare nella stessa frase, in più se aggiungi un “negra”… quindi fa già ridere così, no? Però, in poche parole sto orangotango del cazzo ha avuto la brillante idea di denunciarmi per falsa testimonianza. Che però forse è vero, un po’ di falso l’ho dichiarato perché ero fuso e ubriaco, ci sta. Però per principio non mi devi rompere il cazzo anche perché you are black, diocan, negra di merda! E niente, bon, in poche parole io adesso dovrei pagare la macchina a una solo perché…

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2 luglio 2020 / miglieruolo

Non vedo stranieri

Lunanuvola's Blog

see no stranger

“All’inizio, era la meraviglia. Fuori in campagna, distante dalle luci della città, l’aria notturna era chiara abbastanza per fissare lo sguardo sulla lunga scintillante galassia che si estendeva attraverso il cielo. Me ne stavo nel campo dietro la nostra casa e parlavo alle stelle come se fossero mie amiche, proprio come parlavo alle mucche al di là della staccionata o ai cavalli dall’altra parte della strada.

Una volta, mentre giocavo in un ruscello, vidi una farfalla danzare sull’acqua e tesi il mio dito e le chiesi di venire da me – e la farfalla venne. Restò posata sul mio dito per un bel po’ di tempo, abbastanza da permettermi di osservare da vicino le sue ali e di complimentarla per esse prima che volasse via.

Allora, non c’erano dubbi al proposito: la Terra sotto di me, le stelle sopra di me, gli animali attorno a me, erano tutti parte di…

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2 luglio 2020 / miglieruolo

Il mondo dei nostri sogni

Lunanuvola's Blog

Parable of the Sower

“La società generalmente vede la fantascienza come un genere per il tempo libero. La leggi perché hai tempo, non perché vuoi imparare qualcosa. Tuttavia, questo non potrebbe essere più lontano dalla verità.

Alcune delle nostre migliori pensatrici, e certamente le migliori a esprimere speranze globali, sono scrittrici di fantascienza. N.K. Jemisin ci ha dato semi-dee nere che, nonostante i loro poteri, ancora soffrono per mano di società oppressive. Octavia Butler ci ha dato mutatrici di forma, viaggiatrici temporali e pellegrine che hanno dovuto reagire e sopravvivere sotto il patriarcato e il razzismo.

Dobbiamo cambiare. Ognuno di noi ha bisogno di più coraggio. Il testo informativo è importante, ma quello emotivo è cruciale.

Mentre lottiamo per il mondo dei nostri sogni, dovremmo leggere le opere di coloro che l’hanno già creato.”

Tratto da: “If You Really Want to Unlearn Racism, Read Black Sci-Fi Authors”, di Cree Myles, 22 giugno 2020. Trad…

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2 luglio 2020 / miglieruolo

Come si distrugge una bambina

Lunanuvola's Blog

stop

“Guarda com’erano belli magri!”, disse qualche anno fa una dirigente di una grande cooperativa di distribuzione alimentare, indicando la fotografia di bambini denutriti nell’immediato dopoguerra. Nessuno dei presenti le rispose che se era uno scherzo non faceva ridere e neppure la invitò a considerare l’ipotesi di cercare di curarsi dall’ossessione “grassofoba”. Perché quel giorno, come tutti i giorni da anni e prima e dopo quello specifico giorno, non c’era media cartaceo o virtuale che non avesse minimo un articolo (ma in genere sono più d’uno) su come perdere peso, sul dovere di perdere peso – soprattutto per le donne, sulle conseguenze apocalittiche del non perdere peso (ormai le hanno dette proprio quasi tutte: mancano l’invasione di cavallette e la peste bubbonica).

Poi ieri, 23 giugno 2020, arriva in cronaca quel che è la “normale” vita da perseguitati destinata ai bambini che non sono “belli magri” – espressione che ormai è…

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